140 km tra emozioni e meraviglie

“Ad ogni passo, invece di stancarmi, mi alleggerivo”

 

Come vi avevamo già accennato, abbiamo deciso di condividere le vostre esperienze e racconti. Vogliamo parlavi dell’esperienza di Giulia Pezzano, udinese, 27 anni che ha percorso il Sentiero del Brigante, 140 km, 7 giorni, 7 tappe, da sola.

Il Sentiero del Brigante attraversa aree diversificate create dalla tavolozza di Madre Natura. Tra foreste rigogliose, torrenti, ruscelli, cascate, paesaggi mediterranei, insediamenti rurali e molto altro. Il Sentiero del Brigante percorre il Parco Nazionale dell’Aspromonte e il Parco Naturale Regionale delle Serre in Calabria.

Quello che vogliamo raccontarvi è l’avventura di Giulia vista dai suoi occhi e vissuta col cuore, soffermandoci su tutte le tappe percorse da Giulia e mettendo nero su bianco tutti i suoi pensieri.

 

RESOCONTO DELLA PRIMA TAPPA

da Gambarie a Carmelia

 

<<Premessa: in questo sentiero è letteralmente impossibile perdersi. Non c’è stato nemmeno bisogno di aprire le tracce gps… È segnalato talmente bene che manca solo l’omino con le luci che trovi nelle piste di atterraggio degli aeroporti. Gli amici del GEA-Gruppo Escursionisti d’Aspromonte hanno fatto un lavoro impeccabile. Il fil rouge di questa prima tappa è stata l’acqua. Mi trovo così a scardinare l’ennesimo caposaldo del muro di ignoranza che circonda l’Aspromonte. “Ma sei pazza – dicevano – guarda che non è come nelle nostre Alpi (da notare che il momento più bucolico nella vita di costoro consiste nell’ innaffiare l’orchidea in salotto, le Alpi al massimo le hanno viste nella pubblicità della Marlene), lì non c’è acqua. È tutto arido. Morirai di sete.” Questa era, ovviamente, solo la terza ipotesi, in subordine al mancato rapimento da parte di qualche latitante e qualora fossi miracolosamente riuscita ad evitare uno stupro sul cammino. Bene. La prossima persona che sento affermare una cosa del genere si ritroverà in bocca i miei calzini fradici prima ancora di finire la frase. Ho attraversato talmente tanta acqua che mi verranno le branchie agli alluci. Negli ultimi chilometri ho avuto la fortuna di fare un incontro raro: quel capriolo è spuntato dal nulla, non mi aveva sentita arrivare (sarà per la mia proverbiale grazia e la mia leggiadria). Mi sono bloccata e l’ho guardato incantata, lui ha fatto lo stesso. Ed è stato così per un tempo che mi è parso interminabile. Ora mi godo il riposo nel meraviglioso rifugio “Il Biancospino” di Carmelia: è un posto fuori dal tempo e dal mondo in cui si respira tanta semplicità e una ancestrale ospitalità. Ve lo consiglio col cuore.>>

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RESOCONTO DELLA SECONDA TAPPA

da Carmelia a Canolo

Una tappa lunga e ricca di variazioni, stupenda per la sua natura rigogliosa, selvaggia per la dura discesa nella “Valle dell’uomo morto”, romantica per l’arrivo a Canolo Nuovo, paesino di montagna che resiste tenace e laborioso grazie a gente in gamba che offre ospitalità di qualità.

<I protagonisti indiscussi di questa lunga tappa sono i boschi. Ed è proprio a loro che voglio dedicare la mia riflessione. Ci chiamano escursionisti, ma è sbagliato. Noi siamo INcursionisti. Immergersi nella maestosità di Madre Natura, come mi ha permesso di fare questa tappa, è ricongiungersi alla propria essenza intrinseca. I boschi sono luoghi sacri, più di mille chiese: non nei freddi mattoni, non nelle umide cappelle né negli sfarzosi altari placcati d’oro l’uomo ritrova se stesso e la propria spiritualità, bensì nella sconfinata maestosità degli alberi, veri e propri monumenti, nella bellezza e nella sacralità dei profumi, del silenzio, della solitudine. La spiritualità è nella nostra natura, per chi è credente come per chi non lo è. Gli EXcursionisti sono quelli che si allontanano da tutto questo e dalla propria essenza. Sono quelli che vivono nelle città, nello smog, nel caos, nei mille input che non ti fanno mai fermare e riflettere su te stesso per chiederti se sei felice (purtroppo e per fortuna). Sono quelli che vivono la vita sotto una luce artificiale con dei ritmi disumani, che violano quelli dettati dalla natura… e a 50 anni si ritrovano ricchi e depressi, senza capirne il motivo. Loro sono gli escursionisti. Scusatemi per la digressione ma il cammino fa riflettere. E questa tappa, dalla bellezza disarmante, che ha rappresentato un vero e proprio omaggio alla bellezza dei boschi, mi ha fatto riflettere molto. Non chiamateci escursionisti.>>

RESOCONTO DELLA TERZA TAPPA

da Canolo alla Limina

Una tappa non troppo lunga, prevalentemente in bosco, ampie praterie nella parte finale. Questa tappa si lascia indietro il Parco Nazionale Aspromonte e si inoltra tra le enormi foreste delle Serre.

<<Questa è stata una tappa “di passaggio”, nel senso più positivo del termine. Ogni suo odore, rumore, scorcio, colore era impregnato di una certa fugacità: ogni atomo era quasi vibrante, ansioso di imprimersi nella memoria con quel senso di impellenza proprio solo delle cose di passaggio. Sapevo che stavo per lasciare il Parco, con la sua natura copiosa e pantagruelica, e volevo assolutamente riempirmene gli occhi e il cuore, insaziabile. Non essendo mai stata in Calabria prima, non sapevo cosa aspettarmi da quelle che chiamate “Serre”. Sceso il piccolo costone, atterrata sul breve tratto di strada asfaltata, spaesata e disorientata alla vista del cielo e degli ampi spazi di cui avevo disimparato la fisionomia nei giorni trascorsi infrattata fra i boschi, sorrisi. Come una profuga risputata dal mare su una costa sconosciuta, ammirai spaurita e meravigliata la civiltà che aveva irrotto nel paesaggio: dei cartelli indicavano un metanodotto, il mare (il mare!!!!), delle case, la galleria (la galleria!!!) dell’autostrada dei due mari. “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” >>

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RESOCONTO DELLA QUARTA TAPPA

da Limina a Croce Ferrata

Una tappa lunga e impervia, nei boschi del Parco Naturale Regionale delle Serre, dove già lo scenario cambia: gli aspetti prettamente naturalistici lasciano spazio ad aspetti storici importanti, cruciali, misconosciuti: parliamo di una Calabria di lavoro e produzione.

<<In questa tappa ho iniziato a familiarizzare con le Serre. Umidità che neanche in Pianura Padana a ottobre. Ancora una volta, acqua, acqua ovunque. Il sottobosco ha trovato qui il Paradiso Terrestre, prolificando senza ritegno: oggi non si trattava più di guadare ruscelli, ma di attraversare le sabbie mobili! La vita, inarrestabile, pullulava in ogni anfratto: se i boschi erano forse leggermente meno inaccessibili, più “human friendly”, rispetto a quelli dell’Aspromonte, altrettanto non si poteva dire di asparagi, rovi, e uno sconfinato e (ai miei occhi ignoranti) non meglio definito sottobosco che incorniciava il mio cammino.

Penso al lavoro fatto dal GEA per manutenere questo tratto e ancora una volta ringrazio mentalmente la passione di tutti coloro che ogni mese regalano sangue e brandelli di carne tibiale ai rovi per rendere possibile questo trekking. >>

RESOCONTO DELLA QUINTA TAPPA

da Croce Ferrata a Mongiana

<<Oggi ho affrontato il cammino da Croce Ferrata a Mongiana. Questa tappa ha rappresentato un inurbamento rispetto alle precedenti, che mi ha colta totalmente impreparata: dal momento che Croce Ferrata è un punto sosta moooolto essenziale, non avevo dormito molto (noterete delle occhiaie abbastanza pronunciate) né mi ero potuta lavare. Per fortuna cammino da sola!

Caso vuole che nel mezzo del cammin di nostra vita, venni richiamata dal personaggio che compare nelle foto. Un viso come una carta geografica, su cui brillavano due occhi vivi e buoni. Quegli occhi raccontavano di una profonda nobiltà d’animo, di valori sacrosanti e oramai perduti. Decisi di fidarmi di quegli occhi. Giuseppe mi ha aperto la casa, la damigiana e il cuore. Una vita riassunta nel paradiso del suo giardino, sotto il pergolato, fino a poco fa condiviso con il suo angelo. Una vita riassunta nei suoi fagioli che mi ha mostrato orgoglioso, nella brocca zozza, azzurra, da cui ci versava il suo vino (delizioso), nell’umiltà commovente con cui ha condiviso con me parte della sua storia. Storia di una vita semplice e felice. Storia di una serenità a noi ormai sconosciuta, se non addirittura inintelligibile.

 Quegli occhi e quella storia trasudano una involontaria ed indiscutibile superiorità morale ed etica che mi ha fatto sentire piccola piccola.

Al terzo bicchiere me ne andai a malincuore (preservando quel che restava della mia sobrietà per gli ulteriori 7 km di cammino), ma un pezzettino di me rimarrà sempre in quel giardino, così come lo sguardo nobile di Giuseppe rimarrà sempre con me.>>

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RESOCONTO DELLA SESTA TAPPA

da Mongiana a Bivongi/Stilo

 

Il suo cammino si conclude tra un vorticoso turbinio di storie incredibili e sconosciute riguardanti un passato, neppure troppo distante, che è stato rimosso e occultato.

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So che rischio di diventare ripetitiva, ma repetita iuvant: acqua in ogni dove. Il suo scroscio variabile ha cullato le mie riflessioni per tutti i 24 impegnativi km di oggi, una melodia caratterizzata da costanti crescendo e diminuendo, con mille variazioni, minacciando di esplodere in fragorose cascate ad ogni svolta, fino a farlo davvero: la natura raggiunge il suo akmè nelle stupefacenti cascate del Marmarico, e la tensione finalmente si scioglie.

Accanto allo splendore della natura, non sfigura quello dell’operosità umana. In questa tappa ho avuto il privilegio di conoscere una storia meravigliosa e triste, toccandone con mano nostalgica i resti. La storia parla di un glorioso passato industriale, caratterizzato dall’avanguardismo tecnico e sociale; di una montagna benevola, che offriva i suoi innumerevoli tesori alle mani sapienti, operose e perite del suo popolo laborioso; di uno sfruttamento saggio e lungimirante delle risorse, siano esse naturali o umane.

Questa storia, purtroppo, parla anche di un colonialismo brutale, di depredazione, di deliberata distruzione di una cultura che ancora paga le conseguenze di una scellerata operazione pseudo politica.

 Questa tappa accende i riflettori su un passato sconosciuto ai più, forse scomodo, che chi scrive la storia ha avuto la cura di oscurare e insabbiare. E sappiamo tutti chi scrive la storia. >> 

Giulia ha il suo attestato!

<< Dovete sapere che avevo preso un biglietto, datato 7 maggio, di sola andata per Treviso Sant’Angelo… É nel cestino. Nella carta, per l’amor di Dio, in ossequio al baluardo nordico della differenziata e dell’uso dei bidoni invece che dei ponti… scusate ma questa frecciatina dovevo lanciarla… Anche se sono innamorata del sud non significa che abbia i paraocchi! Sono arrivata al punto di sognare di insultare gente che getta rifiuti per terra!
Digressione a parte (stream of consciousness is the way), non ce l’ho fatta. Sono ancora qui. Forse pecco davvero di quel romanticismo da Grand Tour che mi è stato attribuito. O forse il cammino mi ha irrimediabilmente cambiata.
La montagna che non conosci fa sempre paura. 
Ho visto boschi in cui mi aspettavo di veder spuntare folletti da ogni albero, mi sono persa in quartieri in cui mi aspettavo di veder spuntare ombre da ogni angolo. Ho attraversato fiumare di sguardi curiosi e di parole accoglienti, imparando con umiltà dai tanti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi. Mi sono fatta strada tra i rovi, scoprendo che gli strumenti migliori e preziosi sono quelli ricevuti in dono. Mi sono persa in silenzi che colmavano ogni pertugio dell’anima e in muti sguardi di una felicità assordante.

Sono stata accolta come una regina secondo quel rito sacro, inspiegabile, sconosciuto, ancestrale e prodigioso che chiamate ospitalità.
Il mio cuore nordico, produttivo, ottimizzante, algido, giudicante, si è trovato inizialmente spaurito, imbarazzato e sperduto di fronte a tanta immensità. In fondo quel cuore era giunto qui per caso, quasi per scommessa, esattamente dagli antipodi d’Italia. Era arrivato con una tenda e un’incoscienza forse disarmante, sfidando testardo ogni pregiudizio che sapeva di tanto paventata quanto inesistente esperienza.
Imperterrita, ho continuato a camminare, a scoprire, a innamorarmi, da piccola esotica ostinata polentona che sono. 

Ad ogni passo, invece che stancarmi, mi alleggerivo.
Ho lasciato lungo la strada tutto ciò di stonato che mi era stato insegnato e che mi zavorrava, causandomi quell’inspiegabile nausea esistenziale: il pregiudizio, il senso di superiorità, la produttività quale unico metro di giudizio del valore di un uomo, la prevaricazione come unico modo di emergere, il successo e il benessere (notate quanto sia tragica l’accezione prettamente economica di questo termine etimologicamente stupendo) quale scopo primario dell’esistenza, l’individualismo nelle sue infinite declinazioni (egoismo, arrivismo, noncuranza degli altri, amicizie pront-a-porter), la posizione economico-sociale (con tutti le annesse e connesse esibizioni di suddetta posizione quali barca, suv, villetta, piscina in un climax ascendente potenzialmente infinito).
Non me ne voglio più andare. Il mio cammino, fisico e metaforico, mi ha insegnato la lezione più importante che abbia mai appreso: l’umanità. La fiera semplicità della vostra gente, l’umile bellezza degli sguardi che ho incontrato, la genuina imperfezione… La bellezza di una melodia risiede anche nelle note stonate…
Come la guerra che avvelena e dilania l’anima dei miei coetanei, straziati dall’amore per la propria terra ma costretti a scegliere il sogno Americano sub speciem di un puzzolente monolocale a Milano…
La profonda ferita, che non penso si rimarginerà mai, nello sguardo nostalgico dei tanti che mi hanno parlato con commovente orgoglio delle ferriere di Mongiana, delle O.M.C., delle giornate lavorative di 8 ore e delle pensioni di anzianità, dell’istruzione gratuita, delle terre ai mezzadri… E l’ombra che oscurava loro lo sguardo parlandomi di Lombroso, di Fenesterre e San Maurizio, della tassa sul macinato, di “Sparate sui contadini!”… Cercando di farmi capire cosa si potesse provare ad essere una vera e propria colonia, a veder razziata e depredata la terra dei tuoi nonni, la terra dove sei cresciuto, immolando i fiori all’occhiello di una cultura fiorente sull’altare di una sbandierata grottesca unità…
Mi sono persa, lo so. Ma non ho pretese di organicità né di sistematicità. L’unica pretesa che ho è di continuare a mostrare a chi vorrà davvero vedere la faccia migliore e più vera di un popolo , il volto dei tanti, dei più, che con fatica, con costanza e con amore non si arrendono ad un contesto difficile e lottano per ridare alla propria terra amata lo splendore, la fama e il valore che merita. Grazie per gli insegnamenti che mi avete dato. Grazie per avermi aperto gli occhi. Il re è nudo.

E io sono ancora qua. Mannaia.>>

– Giulia Pezzano

https://www.facebook.com/sentierodelbrigante

Il Sentiero dei Briganti

Giulia Leanza

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