Mancheranno gli stranieri, chi verrà? Turismo locale, di prossimità e di breve durata. Imposizioni legislative e paure, difficoltà, necessità e disponibilità economica.

PH: montagnaestate.it

Temo siano previsioni corrette. Inizieranno a muoversi gli italiani che si sentono “in gabbia” e poi, dopo un periodo non lungo torneranno anche gli stranieri. Il turismo di prossimità e di breve durata credo sarà obbligato inizialmente per i tempi necessari per adeguare le strutture di ospitalità, ma anche la stessa ristorazione alle normative igienico-sanitarie. Probabilmente ci si sposterà in macchina (famiglie, pochissimi amici), per turismo pendolare (da mattina a sera) e, quando possibile, verranno privilegiate merende all’aperto o simili.


Questo consentirà di usufruire delle reti sentieristiche del CAI o di associazioni locali, spesso ad anello da coprire in giornata. I cammini prevedono pernottamenti e condivisione di luoghi comuni tra persone sconosciute: questo che è uno dei plus dei lunghi cammini, per qualche tempo sarà un limite, anche psicologico da parte dei pellegrini che qualche timore lo sentiranno. Inoltre, le strutture specifiche (ostelli, rifugi alpini, ecc) che in Italia già erano pochissimi rispetto al necessario, avranno molte remore di fronte alla opzione se ri-aprire o meno, se dovranno applicare molte e costose modifiche tecniche. L’aspetto economico penso comporterà qualche cambiamento delle abitudini (anche qui parliamo di tempi limitati, credo). Coloro i quali avranno la possibilità di fare una vacanza superiore alla settimana, rispetto agli alberghi utilizzeranno le seconde case, a volte andate un po’ in declino, ma anche i camping e gli affitti turistici, insomma tutte le soluzioni che consentiranno forme di isolamento famigliare.

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Alla scoperta di luoghi e di tempi “dimenticati”

L’aspetto economico (pochi soldi in tasca, e soprattutto paura di averne ancora meno in futuro) potrebbe incentivare forme di turismo meno dispendioso rispetto a quello cui eravamo abituati: quindi meno estero, meno località di gran moda, più escursioni e visite di piccoli borghi. Chissà che non sia un miglioramento della qualità (vera) della vita!? Una vacanza orientata a scoprire luoghi meno conosciuti, magari quelli dei nonni, delle tradizioni ormai dimenticate, scandite da tempi rilassati e non stressati dal susseguirsi di appuntamenti obbligati dalla partecipazione alla vita di compagnia (es: spiaggia-spa-aperitivo-sport-cosa mi metto? – cena-shopping …)

Uscire dalla emergenza ripartendo dalle camminate, inizialmente da soli poi in gruppo

L’aspetto naturalistico è probabilmente visto da tanti come una nuova possibile rinascita, quindi anche le attività che ad esso afferiscono, come le camminate. In effetti potrebbe/dovrebbe essere così. Dopo ogni crisi ci si è rialzati, e a volte con nuove motivazioni che hanno portato a migliori condizioni. Nell’attuale situazione molti parlano di scoprire un nuovo modo di vivere, più vero e profondo, più sostenibile e lieve. Quindi abbiamo davanti una occasione importante: sta a noi non perderla.

Quali “errori” hanno commesso gran parte degli attori del turismo lento?

Sicuramente è stata data poca importanza alla visibilità, su una comunicazione efficace, non ben fatta; Questo ha generato un posizionamento debole, cioè un’immagine non del tutto definita nella mente del camminatore.

Aggiungerei l’atavico campanilismo italico che non privilegia l’offerta-Italia, che all’estero (ma anche in Italia) non è sufficientemente enfatizzata come sistema complessivo, ricchissimo ed estremamente vario. Qui da noi si propongono soluzioni in concorrenza tra loro, non alternative da cogliere in sequenza; ad esempio per quanto riguarda i cammini, un appassionato che fa un cammino, quasi sicuramente vorrà farne un altro, e non ripercorrere quello già fatto, quindi ogni cammino “tira la volata” agli altri, all’intero movimento, per cui è bene che tutti siano ben gestiti, forniscano ottimi servizi, si leghino in rete tra loro e con gli enti locali, con le altre istituzioni di promozione e gestione dei territori.

Oggi è ancora più evidente la carenza nell’utilizzo di strumenti di marketing. In particolar modo la mancanza di un approccio strategico basato su dati statistici.

Santiago e i cammini italiani a confronto:

In Spagna tutto partì da un fantastico prete, un po’ visionario negli anni Ottanta, che cominciò a spennellare frecce gialle in ogni dove. A chi gli chiedeva cosa stesse facendo rispondeva: “preparo l’invasione!” Poi il Papa organizzò la giornata della gioventù e si ricominciò a parlarne. Investimenti statali e locali, poi l’Europa e l’Unesco. È stata creata la reputazione di cammino religioso, prima, e oggi di cammino poco costoso. Negli ultimi anni sono nate infinite strutture private che affiancano quelle pubbliche e quelle religiose che per prime furono create. Inoltre, lo Stato e gli enti danno una forte mano, spinti dalle comunità che hanno visto crescere i flussi di pellegrini. Non solo finanziamenti, ma strutturazione logistica (manutenzione, ospitalità, trasporto zaini, fiscalità ecc). Oggi il Camino è visto come vacanza alternativa, di 10/15 gg anche dai giovani spagnoli e di tutti il mondo.

Ricordo che, pur in assenza di dati certi e attendibili, sui cammini italiani ci sono più stranieri che italiani. Potrebbe bilanciarsi il dato, e ciò non è negativo. In Spagna, a Santiago, vanno tantissimi stranieri ma soprattutto spagnoli (146.000, 42% del totale). Gli italiani nel 2019 sono stati oltre 28.000, un numero che credo non sia inferiore a quello degli italiani che hanno camminato in Italia. A gennaio gli italiani arrivati a Santiago sono stati il 62 % in più del gennaio 2019. Pensate che spazio abbiamo!

Equilibrio tra autenticità ed economia che ci gira intorno. Ci sono troppi cammini in Italia?

Credo che manchi in Italia una cultura dei cammini sufficientemente diffusa. Sia dal punto di vista storico, della natura intrinseca e delle peculiarità, sia perché non sono ancora correttamente percepiti come prodotto turistico, capace di promuovere i territori tramite collegamenti con il turismo culturale, uno stile di vita meno consumistico, più sobrio ed essenziale.

Se si parte da queste (e molte altre) impostazioni si può costruire una strategia di comunicazione, prima, e commerciale, poi.

Il problema del numero di cammini non è ben posto: quello che si dovrebbe migliorare è l’identità che spesso manca. A volte sono stati creati cammini perché esistono (o si pensa che esistano) finanziamenti e l’unico scopo è riuscire a raggiungerli; a quel punto muoiono, perché non hanno identità, storia, devozione, ecc. Inoltre, tanti cammini non sono “gestiti”, non offrono servizi essenziali e non sono in rete.

Oltre a percorrere un cammino specifico, dall’inizio alla fine, il Viator potrebbe percorrere pezzi di diversi cammini per arrivare alla “sua meta”, se tutti fossero collegati e omogenei dal punto di vista logistico.

Dario Bondi