Una traversata selvaggia sulla dura e cruda roccia porfidica del Lagorai, a cavallo tra la Val di Fiemme e la Valsugana.

Doverosa introduzione
Mettiamo subito le cose in chiaro. La Translagorai è un trekking estremamente severo, che si sviluppa sulla sinistra orografica del torrente Avisio e taglia per intero la dorsale tra il Passo Rolle e la Panarotta. Non ci sono comodità, e le prime vere difficoltà iniziano ancora prima di mettersi lo zaino in spalla.
Ma da dove inizia la Translagorai? Da Passo Rolle o dal Parcheggio della Panaorotta?
Sebbene l’opinione diffusa sia quella di partire da quest’ultimo, andare controcorrente e iniziare da Passo Rolle ha i suoi vantaggi.
Ecco perché abbiamo iniziato la Translagorai da qui.
Innanzitutto, camminare lasciandosi alle spalle le Pale di San Martino significa avere quasi sempre il sole a favore e mai sparato in faccia.
Inoltre, affrontiamo le tappe più dure e spaccagambe già da subito, quando siamo freschi e lucidi, lasciando i chilometri più scorrevoli per la fine, quando le energie saranno al limite e le ginocchia saranno già state motivo di svariate imprecazioni.
Di contro, c’è che arrivare nei pressi del Rifugio Panarotta a fine traversata significa dover fare i conti con una logistica tremenda. Rassegnatevi, perché l’autostop potrebbe diventare ben presto l’unica vera alternativa a un’Odissea fra i mezzi pubblici trentini. Non che la situazione a Passo Rolle sia una passeggiata, ma quantomeno si ha qualche chance in più di non rimanere per strada.
La cosa migliore da fare, senza girarci troppo intorno, è partire in gruppo e lasciare un’auto al punto di partenza e una a quello d’arrivo. Mettete in conto circa 2 ore abbondanti di guida per recuperare i mezzi, tempi che in alta stagione si dilatano facilmente.
E ah… dimenticavo una regola d’oro. Non piazzate la tenda a Passo Rolle. Un forestale zelante vi fiuterà, vi troverà e vi rifilerà un verbale di 300€ nel migliore dei casi. Piazzare la tenda qui, sia per dormire la notte prima della partenza, sia al termine della traversata, è severamente vietato perché ci troviamo all’interno del Parco Naturale di Paneveggio e delle Pale di San Martino.
La forestale non fa sconti. Proprio la mattina della nostra partenza abbiamo beccato le guardie che multavano senza pietà un gruppo di sette tende accampate non lontano dall’Hotel Venezia. Uomo avvisato…
La catena montuosa del Lagorai
Possiamo definire il Lagorai come l’antitesi della montagna da cartolina.
Dimenticate i sentieri larghi e morbidi o il bianco abbagliante delle vicine e celebrate Dolomiti, nate da antiche barriere coralline. Il Lagorai è un’altra cosa.
Il Lagorai è nato dal fuoco.
Questa è la spina dorsale più selvaggia e isolata del Trentino, e per capirne la morfologia bisogna guardare sotto i propri scarponi. Le rocce scure e rossastre su cui si cammina non sono calcare friabile, ma porfidi quarziferi. Parliamo di rocce vulcaniche formatesi circa 270 milioni di anni fa, durante il periodo Permiano, quando questa zona era un vero e proprio inferno di colate di lava e magma.
Questo piastrone di roccia durissima non si fa modellare facilmente dall’acqua e non crea sentieri agevoli. Si spacca in blocchi enormi, spigolosi e taglienti, dando vita a quelle immense e interminabili pietraie che caratterizzano quasi tutta la traversata.
Proprio questa geologia severa fa da palcoscenico a rilievi imponenti e dai profili netti. Partendo da Passo Rolle, si inizia a camminare avendo alle spalle lo spettacolo calcareo delle Pale di San Martino, per poi immergersi totalmente nel porfido. Già durante la prima tappa si passa al cospetto della Cima di Cece, che con i suoi 2.754 metri è la vetta più alta dell’intera catena del Lagorai.
Nelle giornate con poca foschia, inoltre, si riescono a vedere in maniera distinta molti dei 9 sistemi dolomitici. Fra tutti il gruppo del Sella, il Gruppo delle Pale di San Martino con il Cimon della Pala a fare da segnaposto, Sciliar-Catinaccio e Latemar fino alle Dolomiti di Brenta.
Avanzando verso sud-ovest, lo sguardo si apre su paesaggi lunari e valli isolate. Da Forcella Litegosa si gode di una vista impareggiabile su Cima d’Asta, il massiccio granitico che domina il panorama a sud. Non vorrei sembrare blasfemo, ma mi ha ricordato proprio sua maestà: la Marmolada. Ah già, in alcuni tratti della Translagorai si riesce a scorgere anche Lei.
Il sentiero continua poi a snodarsi costeggiando o aggirando montagne iconiche per questa traversata. La Cima Litegosa, la Cima delle Stellune, per poi proseguire verso il Sasso Rotto, Sasso Rosso e Cima Palù.
La cavalcata si chiude infine affrontando l’ultimo blocco di rilievi che ci separa dalla meta, con le ascese al Monte Gronlait e al Monte Fravort, da cui si può finalmente scorgere il traguardo prima di scendere definitivamente verso il Rifugio Panarotta. Un susseguirsi ininterrotto di cime severe, che pretendono passo fermo ma che ripagano con uno degli ambienti più intatti di tutto l’arco alpino.

Le tappe
La Translagorai può essere percorsa camminando in 3-5 giorni di percorrenza. Mi sento di consigliare le 5 tappe se siete allenati, così da suddividere gli 85 chilometri di sviluppo e 5.500 metri di dislivello positivo senza osare troppo.
Questi numeri dicono molto, ma non dicono tutto. Quello che la matematica non vi spiega è il peso costante dello zaino, la gestione parsimoniosa dell’acqua e la necessità di mantenere la concentrazione altissima su terreni che non perdonano.
Vi assicuro che anche in 5 giorni avvertirete la stanchezza.
Ecco cosa vi aspetta là fuori, giorno per giorno. Ci tengo a precisare che i dati riportati fanno fede al mio Garmin, pertanto possono variare, anche se a mio avviso mi pare una stima piuttosto verosimile.
Dopo le doverose premesse iniziamo col diario di cammino.
Tappa 01 | L’illusione e il battesimo della pietra
Passo Rolle ➔ Bivacco Paolo e Nicola
17,6 km | D+ 1.330 m / D- 1.115 m
Siamo partiti da Passo Rolle, al cospetto delle Pale di San Martino, con addosso quell’adrenalina mista a timore reverenziale che si ha sempre all’inizio di un trekking di più giorni.
I primissimi chilometri sono stati una dolce, quasi spietata, illusione. Il sentiero fino ai Laghi di Colbricon si è rivelato facile, morbido e piacevole. Sembrava quasi volerci cullare nella falsa speranza che questa traversata, in fondo, non fosse poi così terribile.
Poi, il Lagorai ci ha presentato il conto. E lo ha fatto senza preavviso.
Subito dopo i laghi, la pendenza è cambiata bruscamente e la montagna si è tolta la maschera. La comoda terra battuta ha lasciato definitivamente il posto a quelle infinite pietraie di cui avevo tanto sentito parlare. È stato un vero e proprio battesimo della roccia, un impatto crudo che ha messo subito alla prova i nostri piedi e le nostre ginocchia.
Mentre salivamo a fatica fino a raggiungere il bivacco Aldo Moro, ho iniziato a capire davvero cosa mi aspettava. Il territorio qui non ti regala assolutamente nulla. Si rivela a te solo se sei disposto a sudare per ogni singolo metro.
E se pensavamo che arrivati al bivacco il peggio della giornata fosse passato, ci sbagliavamo di grosso. Da lì in poi è iniziato un estenuante e nervoso saliscendi. Un tracciato spaccagambe, un infinito puzzle di blocchi di porfido che ci ha condotti prima sotto l’imponente Cima di Cece e, alla fine, alla nostra meta: il bivacco Paolo e Nicola. Pensavamo di trovare il bivacco pieno e di accamparci fuori, ma al contrario di quel che pensavamo, il campo dinanzi al bivacco era invaso dagli scout.
La fortuna ci ha graziato e dentro al bivacco c’erano soltanto due persone e così abbiamo deciso di non montare il campo e di rifocillarci all’interno del bivacco.
Abbiamo chiuso la prima giornata togliendoci gli scarponi pesanti con una stanchezza nuova addosso. Il patto con questa montagna ruvida era stato ufficialmente siglato. Eravamo dentro il disagio, ma eravamo esattamente dove volevamo essere.

Tappa 02 | Il miraggio dell’acqua e le salite che non fanno sconti
Bivacco Paolo e Nicola ➔ Laghetti delle Aie
Lunghezza: 16,5 km | Dislivello: +1120 m / -1115 m
Il risveglio al bivacco Paolo e Nicola ha avuto un sapore strano. Io in montagna, faccio una gran fatica a dormire. Il mio corpo, e in primis la mia mente, sono sempre in allerta. Il bivacco di notte era una fornace. Benedetta quilt che mi ha permesso di coprirmi e scoprirmi senza troppi problemi.
Dopo la scossa del primo giorno il corpo era inevitabilmente più rigido, ma la mente aveva ormai interiorizzato le regole del gioco. E devo dire… ci avrei messo la firma ad arrivare con 4 ore di sonno senza troppi dolori.
Prima di incamminarci abbiamo seguito il cartello “sorgente” per ricaricare le scorte d’acqua. Io mi sono portato 3 litri, a cui si aggiungeva una sacca d’emergenza che di solito usavo per filtrare l’acqua.
La seconda giornata è iniziata in modo anomalo per il Lagorai.
Siamo partiti in discesa.
Abbiamo raggiunto prima il Lago Brutto (che vi assicuro, con quel nome ha subito un’ingiustizia, perché non è brutto per niente) e subito dopo il Lago delle Trute (o delle Trote).
Una successiva e dolce salita ci ha portati al bivacco Coldosè. Segnatevi bene questo punto, perché vi consiglio di fare qui il rifornimento d’acqua. In Lagorai le fonti non si danno mai per scontate, e riempire le borracce significa anche doversi caricare chili extra sulle spalle.
Con lo zaino improvvisamente più pesante, ci siamo rimessi in marcia verso i resti dell’Ex Comando Italiano. È stato proprio da lì che la montagna è tornata a chiederci il pedaggio. La direzione era Passo Sadole, e la salita per arrivarci è… be’, diciamo “niente male” per usare un delicato eufemismo. È uno di quei muri che ti costringono ad abbassare la testa, fissare la punta degli scarponi e trovare un ritmo quasi meditativo per non farti scoppiare i polmoni. Quando la pendenza si fa così spietata, si smette di parlare e si cammina chiusi nei propri pensieri.
Superato faticosamente il passo, abbiamo stretto i denti per un’ultima ascesa in forcella, finché non si sono aperte le porte del nostro “hotel” per la notte: i Laghetti delle Aie.
Piazzare la tenda qui, con i muscoli stanchi ma circondati da un isolamento quasi irreale, ha dato un senso a ogni singola goccia di sudore versata durante la giornata.
Davanti a noi il Latemar e il Catinaccio. Cosa chiedere di più?

Tappa 03 | La maratona del Lagorai e la fatica mentale
Laghetti delle Aie ➔ Baito Sceole
Lunghezza: 21,5 km | Dislivello: +1230 m / -1430 m
Giorno tre. 21 chilometri e mezzo. È la tappa più lunga, il giro di boa. Quella in cui il corpo entra in una sorta di automatismo forzato, ma la mente non può permettersi il lusso di spegnersi nemmeno per un secondo.
Siamo ripartiti risalendo in forcella per poi imboccare la via verso il bivacco Nada Teatin. Un sentiero all’apparenza piacevole e scorrevole, ma dico “all’apparenza” perché in Lagorai non si passeggia mai davvero. Ogni singolo passo richiede un’attenzione viscerale.
La fatica, però, ha iniziato a ripagarci con gli interessi. Arrivati a forcella Litegosa, ci siamo fermati, col fiato corto e lo zaino che segava le spalle. Davanti a noi una vista clamorosa su Cima d’Asta. Te ne stai lì, in silenzio, e capisci all’improvviso perché hai scelto di infilarti in questo ginepraio di rocce anziché startene comodo a casa.
Ma guai a distrarsi troppo a guardare il panorama. Ci siamo trovati ad affrontare tratti delicati con supporti in metallo piantati direttamente nella roccia, alternati al solito, logorante, oceano di pietraie.
Da lì in poi la giornata è stata un susseguirsi di visioni. Siamo scesi verso il Laghetto di Lagorai Maggiore, per poi proseguire fino a scorgere il Lago delle Stellune, un posto che definire magico è riduttivo, con le sue acque cupe sorvegliate costantemente dall’alto dall’imponente Cima delle Stellune.
Abbiamo oltrepassato il Lago delle Buse (ottimo spot se preferite dormire in tenda) e, con le riserve energetiche ormai in rosso, siamo finalmente approdati al Baito Sceole. Un riparo in pietra e legno della Magnifica Comunità di Fiemme che per noi ha assunto le sembianze di un grand hotel. Questo posto non è propriamente sulla TL e, a meno che non conosciate il gestore, non potrete accedere al suo interno.

Tappa 04 | L’effimera civiltà e il ritorno alla cruda realtà
Baito Sceole ➔ Forcella delle Conelle
Lunghezza: 16,7 km | Dislivello: +1200 m / -1040 m
Il penultimo giorno inizia con uno strano, quasi fastidioso contrasto. Si parte in direzione del Passo Manghen e, dopo giorni di isolamento totale e silenzi interrotti solo dal rumore dei tuoi stessi passi, il ritorno improvviso alla “civiltà”, all’asfalto e ai motori fa un effetto alienante. Ma mettiamo da parte l’orgoglio da puristi: sedetevi e ordinate una fetta di strudel. Sarà l’ultimo vero lusso, l’ultimo assaggio di comodità prima di ributtarvi nel selvaggio.
Fatto il pieno di zuccheri, ci si rimette lo zaino in spalla e la montagna torna istantaneamente a farti sudare. La salita verso il bivacco Mangheneto prima, e lo scollinamento oltre Passo Palù poi, ci ricordano brutalmente che la traversata è tutt’altro che finita.
Siamo scesi verso il Rifugio Sette Selle e qui, complice la facilità di accesso, si inizia a notare l’impatto del turismo mordi e fuggi (con annessa maleducazione). Ma noi tiriamo dritti, perché le gambe devono prepararsi all’ennesima mazzata. Al quarto giorno di cammino, con le riserve ormai intaccate, la salita per arrivare alle pendici del Sasso Rotto si fa sentire tutta. I muscoli bruciano e ogni metro di dislivello pesa il doppio.
Tic. Tic Tac.
Presto le poche gocce che si spiattellavano sul caldo porfido sono diventate presto pioggia battente con annessi tuoni, che risuonavano come in una cattedrale sconsacrata.
Abbiamo continuato a stringere i denti, ingoiando le solite, immancabili pietraie e seguendo il sentiero fino alla nostra meta. Sto parlando della Forcella delle Conelle. Un punto esposto, ma piuttosto indicato in caso di temporali.
Qui, con un po’ di fantasia e occhio clinico riuscirete a scovare uno spot adeguato per piazzare la tenda. Il premio per la fatica di oggi? Aprire la zip della tenda e godersi in silenzio il tramonto (e l’alba del giorno dopo) con le Dolomiti di Brenta dritte di fronte a voi.

Tappa 05 | L’ultimo ostacolo e il ritorno alla realtà
Forcella delle Conelle ➔ Rifugio Panarotta
Lunghezza: 12,2 km | Dislivello: +600 m / -990 m
L’alba e il rumore dei teli delle tende che sventolano in aria per asciugarsi hanno segnato l’inizio della fine. Il quinto giorno ci siamo svegliati con quella strana miscela di esaurimento fisico e sollievo psicologico tipica di chi sa che la meta è ormai a un passo.
Sulla carta, l’ultima tappa che ci avrebbe condotti al termine della Translagorai non prevedeva particolari criticità dal punto di vista tecnico. Ma dopo quasi 70 chilometri di porfido, lo zaino pesa il doppio e le gambe ragionano in modo diverso. Abbiamo superato la zona del Lago di Erdemolo (visto dall’alto) e aggirato il Monte Gronlait, sapendo perfettamente che il vero, ultimo dazio da pagare alla montagna era lì ad aspettarci.
L’ascesa al Monte Fravort.
È stata la parte più dura della giornata. L’ultima vera, faticosa rasoiata prima di poter tirare il fiato. Ci siamo concessi una breve sosta al bivacco dell’amicizia, proprio sotto la cima del Fravort, per raccogliere le ultime energie. Poi, arrivati in quota/ abbiamo guardato giù e, d’improvviso, è riapparsa la civiltà sotto forma del parcheggio della Panarotta e dell’omonima cima. Ma dall’altro lato si scorgevano le montagne che avevamo faticosamente attraversato.
Da quel momento, il Lagorai ha smesso di combatterci e ci ha lasciati andare. Il sentiero, fino a poche ore prima aspro e severo, si è trasformato in una strada forestale bella ampia e incredibilmente facile da percorrere. I nostri piedi quasi non ci credevano.
Abbiamo macinato quegli ultimi metri assaporando la fine del nostro isolamento, metabolizzando quello che avevamo appena fatto, fino ad arrivare davanti al Rifugio Panarotta. Zaini a terra, scarponi slacciati, abbiamo finalmente potuto brindare a dovere. A noi, alla fatica scelta e a questo maledetto, meraviglioso Lagorai.

L’elefante nella stanza: cibo, peso e sopravvivenza
In Lagorai non ci sono rifugi dove buttare le gambe sotto il tavolo e ordinare polenta e salsiccia a metà giornata. Ve l’ho già detto, qui vige la regola della totale autonomia. Devi portarti tutto da casa.
E quando devi camminare per 5 giorni consecutivi, ingoiando 5.500 metri di dislivello su pietraie instabili, ogni grammo extra nello zaino diventa un nemico mortale. È qui che la gestione del cibo smette di essere un vezzo culinario e diventa una questione di pura sopravvivenza logistica.
Per affrontare i pasti di questa traversata mi sono appoggiato a Outfood Tiberino, che mi ha supportato fornendomi uno sconto per fare scorta dei loro pasti disidratati. Se volete, noi di Cammini d’Italia abbiamo un codice sconto CAMITA15 del 15% da regalarvi e ve ne parlo perché in un contesto del genere si sono rivelati vitali.
Vi dico, i miei pasti preferiti sono stati questi:
- Risotto ai funghi porcini
- Pasta e fagioli
- Spezzatino con funghi porcini e patate
- Chocolate Bar
- Porridge al cioccolato fondente
A fine giornata, quando arrivi al bivacco o piazzi la tenda, hai le gambe a pezzi, i nervi a fior di pelle e il freddo che inizia a salire. Non hai né il tempo né la lucidità per fare lo chef da campo. Ti serve qualcosa di estremamente calorico, che non pesi nulla nello zaino e che si prepari in un lampo.
Fai bollire l’acqua sul fornelletto, la versi, aspetti qualche minuto e hai un pasto caldo e vero che ti rimette al mondo e ti salva la psiche prima ancora dello stomaco. Fidatevi, la vostra schiena ringrazierà per i chili risparmiati e il vostro umore per aver mangiato qualcosa di caldo dopo 20 chilometri di pietre.

Conclusione
Alla fine di questi cinque giorni, 85 chilometri e un numero incalcolabile di pietre calpestate, cosa rimane?
Rimane la certezza assoluta che la Translagorai non è un trekking per tutti. E per fortuna, aggiungerei. In un mondo in cui cerchiamo costantemente di ammortizzare ogni spigolo, di rendere tutto facile, immediato e “instagrammabile”, questa catena montuosa resiste. Rimane lì, dura, spietata e profondamente onesta.
Scegliere di attraversare il Lagorai significa accettare di spogliarsi di ogni comfort. Significa lasciare che la fatica vera, il freddo, la gestione della sete e un silenzio quasi primordiale ti scavino dentro e ti cambino i connotati. “Let the outside in”, letteralmente. Lasciare che il fuori entri dentro di te.
Se cercate la passeggiata per scattare la bella foto da mettere sui social prima di ordinare la polenta al rifugio, chiudete questa pagina e cercate altrove. Se invece sentite il bisogno fisico e mentale di ricordarvi cosa significa essere fragili ma tenaci, preparate lo zaino, allenate le gambe e andate a sbattere contro questo meraviglioso muro di porfido. Non ve ne pentirete.
E voi, vi sentite pronti a scegliere il vostro disagio e affrontare una montagna che non fa sconti?
