By Mariachiara Facchino
12/10/2026

Mariachiara e il Cammino Minerario di Santa Barbara: gambe stanche e cuore felice

Da Iglesias a San Benedetto in 13 tappe: il diario di Mariachiara sul Cammino Minerario di Santa Barbara, tra mare, miniere, cervi e incontri.

Belvedere di Nebida

Introduzione

Mi chiamo Mariachiara, ho 32 anni e sono originaria della Puglia.

Da nove anni vivo a Torino, dove mi sono trasferita inizialmente per studio e dove poi ho scelto di restare per lavoro. È qui, tra le montagne e i sentieri che circondano la città, che ho scoperto il mio amore per la natura, avvicinandomi a paesaggi molto diversi da quelli in cui sono cresciuta.

Nel 2021 ho iniziato a camminare con lo zaino in spalla, spesso in solitaria. Da allora ho scoperto un modo diverso di viaggiare: più lento e forse anche più autentico.

Camminare mi ha insegnato a osservare ciò che mi circonda con occhi nuovi, ad apprezzare il silenzio, ad ascoltare i miei pensieri e a lasciarmi sorprendere da luoghi e incontri che, viaggiando più velocemente, probabilmente non avrei mai conosciuto.

Quest’anno ho scelto di mettermi in cammino lungo il Cammino Minerario di Santa Barbara, un percorso ad anello di 500 km, articolato in 30 tappe, nel cuore del Sulcis-Iglesiente, in Sardegna.

Un viaggio attraverso antiche miniere, piccoli borghi, boschi e paesaggi costieri, alla scoperta della storia mineraria di una terra ricca di fascino e contrasti, ma soprattutto un’occasione per rallentare, incontrare persone, attraversare luoghi sconosciuti e accogliere tutto ciò che ogni giornata avrebbe avuto da offrirmi, senza sapere esattamente cosa aspettarmi.

Delle 30 tappe previste ne ho percorse 13, accorpandone alcune lungo il percorso. Per ora ho scelto di fermarmi qui. Non è un addio, ma soltanto una pausa: il mio desiderio è tornare il prossimo anno e completare ciò che ho iniziato.

Perché, in fondo, credo che alcuni viaggi non finiscano davvero quando ci si ferma. Restano dentro di noi, continuano ad accompagnarci anche una volta tornati a casa e, a volte, ci aspettano semplicemente lì, sul sentiero, fino al momento in cui saremo pronti a ripartire.

Hai percorso un cammino e vuoi raccontarlo? Inviaci una mail a info@camminiditalia.org e ti invieremo tutte le informazioni necessarie per raccontare la tua avventura. Se preferisci, puoi anche unirti alla nostra Community su Facebook e condividere direttamente il tuo racconto lì.

Se stai pensando di metterti in cammino, ricorda di scaricare l’app di Cammini d’Italia prima di partire! Scopri di più a questo link!

Tappa 01: Iglesias – Nebida

Sono le 7:30 del 14 settembre. Iglesias è ancora silenziosa e l’aria è fresca. Lascio il B&B Quintino Sella, dove Andrea, il proprietario, è stato molto gentile e disponibile, e passo dal Panificio Gioi per prendere il pranzo.

I primi segnali del cammino mi conducono verso il Monastero del Buon Cammino: una bella salita per iniziare! Superato il monastero, entro finalmente nel percorso: intorno a me solo natura, silenzio e il mio zaino. Il sole comincia a farsi sentire, ma l’aria è ancora piacevole.

Lungo il sentiero incontro una coppia di Milano e tre persone di Verona con cui nasce subito una bella simpatia. Ci scambiamo qualche parola e poi ognuno riprende il proprio passo. Li ritroverò spesso nei giorni successivi.

Piano piano il verde lascia spazio all’azzurro. Ed eccolo lì, il mare: un colore che non avevo mai visto prima. Mi fermo a guardarlo per una ventina di minuti, incantata.

Riparto con l’obiettivo di arrivare a Portu Banda verso le 14, giusto in tempo per gustarmi un panino e una birretta Ichnusa in spiaggia. Finalmente raggiungo la meta e mi rilasso davanti ai bellissimi faraglioni.

Verso le 17 mi dirigo alla Posada di Nebida. Doccia, bucato e mezz’ora di riposo, poi esco con una birretta in mano per ammirare il tramonto dal Belvedere di Nebida.

Ceno benissimo al ristorante Su Mustazzeddu, dove la proprietaria mi racconta con entusiasmo storie e tradizioni della zona.

Sono le 22:15. Direi che, per oggi, posso andare a dormire!

Tappa 02: Nebida – Masua

Oggi mi aspettano soltanto 12,5 km: cosa mi riserverà questa giornata?

Riparto lungo il sentiero che il giorno prima mi aveva portata a Portu Banda: circa 1 km di pietre e una bella sudata già di prima mattina!

Proseguo su una stradina immersa nel verde fino a trovare le indicazioni per Porto Flavia, la spiaggia e la miniera di Masua. Ed è proprio lì che lo vedo: il faraglione di Pan di Zucchero, che da quel momento mi accompagnerà anche nella tappa successiva, immobile sul mare, quasi fosse lì per indicarmi la strada.

Penso subito: «Cavolo, oggi sarà veramente figo!».

Scendo verso la costa e, prima di raggiungere la spiaggia di Masua, mi fermo per circa mezz’ora ad ammirare il paesaggio: il mare, le rocce e quei colori sembrano quasi irreali. Sono momenti in cui capisci che una fotografia, per quanto bella, non potrà mai raccontare davvero ciò che stai vedendo.

Arrivata in spiaggia, costume e relax! Mi gusto un buonissimo mustazzeddu alle melanzane regalatomi dalla gentilissima proprietaria del ristorante del giorno prima, accompagnato dalla mia immancabile Ichnusa ghiacciata. Poi tanti bagni e qualche ora senza pensare ai chilometri da percorrere.

Nel pomeriggio riparto attraversando una pineta e raggiungo Porto Flavia, che trovo strepitoso, e poi la miniera di Masua. Sono passati appena due giorni dall’inizio del cammino e ho già visto tantissimo.

Arrivo alla struttura Casa Masua, dove ritrovo due ragazze con cui avevo condiviso la Posada la sera precedente e i tre veronesi. La sera ceniamo tutti insieme nell’unico ristorante della zona: quando dico unico, intendo proprio unico!

Ci sono anche altri camminatori e, tra una pizza e l’altra, iniziamo a raccontarci le nostre esperienze e le fatiche delle prime tappe.

Dopo cena arriva la classica domanda che accompagna ogni mio cammino: «Domani a che ora si parte?».

Una frase semplice, ma che ogni sera segna la fine di una giornata e l’inizio della successiva.

Tappa 03: Masua – Buggerru

Questa è una delle mie tappe preferite, ma prima di partire mi soffermo su un dettaglio: «Ma che nome è Buggerru?». E rido.

Faccio colazione in giardino, aggiungendo a quella prevista mezza brioche alla marmellata comprata il giorno prima. Avevo davvero fame! Alla fine sono l’ultima a uscire, come spesso succede: durante i cammini mi piace fare le cose con calma.

Il percorso inizia con una breve salita e prosegue lungo una discesa sassosa, sulla strada del giorno precedente. Arrivata a un bivio, trovo due possibilità: una variante interna, più breve, e un percorso paesaggistico, più impegnativo e lungo circa un’ora in più.

Ovviamente scelgo il secondo!

Per il primo tratto del percorso cammino completamente da sola, immersa in un paesaggio che mi lascia senza parole, lungo un sentiero strettissimo in cima a una collina, con una vista spettacolare sul mare e sull’isola di San Pietro. Mi fermo più volte per godermi il panorama e concedermi qualche spuntino davanti a Pan di Zucchero.

Intorno c’è un silenzio quasi totale, interrotto soltanto dal rumore di qualche barca. A un certo punto penso: «Cavolo, sono proprio sola e non prende nemmeno la linea».

Poi ci rifletto e mi dico: «Meglio così».

Forse era proprio quello di cui avevo bisogno: essere immersa nella natura, senza distrazioni, e lasciarmi guidare semplicemente dal mio istinto.

Terminato questo tratto di trekking, ritrovo le due ragazze e decidiamo di proseguire insieme. Chiacchieriamo, alternando le parole a lunghi silenzi che non risultano mai imbarazzanti.

Arriviamo finalmente a Cala Domestica. E cosa si fa? Pausa pranzo al bar, Ichnusa e bagno, naturalmente! Dopo un paio d’ore di relax, ripartiamo verso l’Ostello Henry dove ci accoglie Cristiano: sempre sorridente, appassionato di surf e rock. Un personaggio!

Dopo aver lavato i panni a mano, ci concediamo un aperitivo in sua compagnia, tra pecorino, salsiccia di cinghiale e birra. Strano, vero? Prendo sempre una birra diversa!

La sera ceniamo alla gastronomia del paese e poi dritte a letto. Sono distrutta, ma felice.

Sono proprio queste le giornate in cui capisci che non serve molto per stare bene: gambe stanche e cuore felice.

Tappe 04 e 05: Buggerru – Portixeddu – Piscinas/Pitzinurri

Oggi ho deciso di accorpare due tappe percorrendo la costa fino alla spiaggia di San Nicolò e proseguendo poi verso Piscinas e Pitzinurri.

Prima di partire, però, faccio una colazione memorabile: due cornetti ripieni, uno al pistacchio e uno alla nutella, accompagnati da un cappuccino. Direi che il pieno di energia è fatto!

Attraverso a piedi nudi la spiaggia di San Nicolò, lunga circa 3 km e molto amata dai surfisti. Cammino con i piedi nell’acqua fresca, accompagnata dal rumore delle onde. Una di quelle piccole cose che ti fanno dimenticare, almeno per un momento, tutti i chilometri che ti aspettano.

Arrivata dall’altra parte, mi fermo al Bar L’Ancora per un caffè e il timbro sulla credenziale, ormai un rituale immancabile dei miei cammini.

Riparto immersa nel verde, con il mare sullo sfondo e un silenzio totale intorno. Dopo circa 11 km, tra sentieri e qualche capretta smarrita, raggiungo la spiaggia di Scivu.

Scendo la scalinata di legno e mi fermo al chioschetto per il mio paninazzo e una birretta. Davanti a me si apre un mare azzurro, con onde altissime che si infrangono sulla costa: guardandole, penso che, se fossi stata lì in mezzo, probabilmente non avrei saputo come affrontarle.

Dopo un po’ di relax, riparto verso le Dune di Piscinas, immaginando una bella passeggiata sulla sabbia e invece sorpresa: per i primi 3 km mi aspettano pietre e un tratto di costa tutt’altro che semplice. Con il mare mosso, quello che doveva essere un percorso tranquillo si trasforma in un vero trekking, affrontato con i miei sandali nuovi, comprati apposta per il cammino.

Finalmente raggiungo il sentiero sabbioso e le splendide Dune di Piscinas. Sono le 16:15 e mi concedo un’altra birretta al bar. Chiamiamola merenda!

Mi aspettano ancora circa 8 km per arrivare alla Posada di Pitzinurri. Riparto lungo una strada bianca immersa in un paesaggio quasi sospeso nel tempo. La stanchezza comincia a farsi sentire, ma lungo il percorso incontro la miniera di Ingurtosu, che mi colpisce profondamente.

È come entrare in un nuovo capitolo della Sardegna. Fino a quel momento il mare era stato il mio compagno di viaggio; adesso comincio a scoprire la storia mineraria di questa terra.

L’ultimo tratto è un sentiero di circa 4 km, abbastanza impegnativo, che mi conduce finalmente alla Posada, immersa nel nulla. Qui è importante organizzarsi in anticipo con i pasti perché nei dintorni non ci sono molti servizi.

Trovo tanti giovani con cui inizio subito a chiacchierare. Come spesso succede tra pellegrini, prima o poi arriva la domanda: «Ma tu, che cammini hai fatto?».

Ognuno ha la propria storia e le proprie ragioni per essere lì. Per qualche giorno, però, ci ritroviamo tutti sulla stessa strada, accomunati da qualcosa che spesso è difficile spiegare.

Ceniamo insieme, tra chiacchiere e risate, poi tutti a letto: dopo una giornata così, non c’è molto altro da fare!

Con queste tappe saluto il mare, che finora mi ha accompagnata e rassicurata anche nei momenti di solitudine.

Tappa 06: Piscinas/Pitzinurri – Montevecchio – Guspini

Da oggi, addio mare!

Dopo colazione parto insieme a due ragazze conosciute in Posada. Due tipe assurde! Mi aspettano soltanto 10,75 km e penso già a come allungare la tappa. Rido.

Il sentiero attraversa la natura fino al Palazzo della Direzione di Ingurtosu, conosciuto come «Il Castello», uno dei luoghi simbolo della Costa Verde. Mi colpiscono soprattutto le finestre in stile medievale: quasi quasi, una casa così la vorrei anch’io!

Cammino per un po’ con le ragazze, poi sento il bisogno di stare da sola. Accelero il passo e mi immergo nuovamente nel silenzio, accompagnata dal rumore dei miei passi sulla strada bianca. Lo vorrei come suoneria della sveglia!

Entrata nel bosco, comincio a sentire strani rumori. Scoprirò soltanto dopo che si tratta dei bramiti dei cervi durante il periodo degli amori. Non ci potevo credere!

Arrivo a Montevecchio e mi fermo a chiacchierare con tre signori seduti su una panchina. Nel frattempo, i cervi sembrano essere diventati i miei nuovi amici: ormai li incontro ovunque, persino in paese!

Mi dirigo alla Confraternita Enogastronomica Gennas per il timbro sulla credenziale e mi trovo così bene che mi fermo per un caffè e una seada, il tipico dolce sardo. Buonissima, ma bella bomba!

Nel frattempo arrivano anche altri pellegrini e il proprietario comincia a portarci birre e taglieri. Sono già le 14 e devo ancora raggiungere Guspini, dove ho prenotato il B&B. Mi aspettano altri 8 km. Va bene, almeno camminando digerisco tutto!

Riparto e attraverso la miniera di Montevecchio, con le rotaie e i carrelli ancora lì, come se il lavoro fosse stato interrotto all’improvviso. Sembra di essere dentro un film. Proseguo poi su un sentiero strettissimo nel bosco, sola e ormai abituata ai rumori degli animali.

Finalmente arrivo a Guspini. Prima di raggiungere il B&B da Andreina, mi concedo un gelato: un cornetto Algida, per essere precisi.

La signora mi accoglie parlando a raffica mentre io, sudata e probabilmente non proprio profumatissima, cerco di starle dietro. Intorno noto una quantità incredibile di oggetti a tema Sardegna: tazzine, posate, bicchieri, cartine e chi più ne ha più ne metta.

Praticamente, qualsiasi cosa avesse davanti era marchiata Sardegna!

Tappe 07 e 08: Montevecchio – Arbus – Gonnosfanàdiga

Anche per il 19 settembre ho deciso di accorpare due tappe. Ogni tanto mi piace mettere tutto insieme, giusto per non farmi mancare niente!

Dopo una buona colazione e altre chiacchiere con la signora Andreina (sempre molto chiacchierona, anche alle 7:00 del mattino), riparto verso Arbus. La prima parte attraversa un bosco e poi il Monte Arcuentu, una tappa che sulla carta risulta di difficoltà media.

Durante il percorso raccolgo due bastoni di legno, e mica due bastoni qualsiasi: erano pure belli fighi! Diventano subito i miei fedeli compagni di viaggio, destinati ad accompagnarmi fino alla fine del cammino. Sul momento, però, non ho ancora idea di quanto mi saranno utili.

Arrivo ad Arbus, passo dall’Info Point per il timbro e riparto verso Gonnosfanàdiga, la città del pane e dell’olio, un nome che ho dovuto ripetere parecchie volte prima di impararlo.

Questa seconda parte è più tranquilla: una piacevole passeggiata tra uliveti, mandorleti e pascoli. Prima di arrivare, mi fermo alla Tomba dei Giganti di San Cosimo per mangiare qualcosa.

Peccato che non sappia ancora cosa mi aspetta al Ristorante e Salumificio Su Pottabi!

Una volta arrivata, vengo letteralmente sommersa dal cibo. I piatti continuano ad arrivare, uno dopo l’altro, tanto che a un certo punto mi chiedo se sia un pranzo o una prova di resistenza. Dopo tutti quei chilometri, però, come si fa a dire di no?

Vuoi sapere cosa mangiare lungo il Cammino Minerario di Santa Barbara, tra mare, miniere e vigneti? Ne abbiamo scritto un articolo qui!

La giornata si conclude con due tappe portate a casa, la pancia piena e i miei inseparabili bastoni.

All’epoca non lo sapevo ancora, ma quei due bastoni non erano soltanto belli fighi: erano il destino.

Tappa 09: Gonnosfanàdiga – Villacidro

La sveglia suona alle 6:00. Nella descrizione della tappa spiccano due parole: «impegnativa» e «difficile». E niente, mi sono allarmata un pochino!

Decido di partire presto per raggiungere Villacidro entro il primo pomeriggio, e devo dire che la descrizione non mentiva: mi aspetta un vero trekking attraverso i boschi del massiccio del Linas.

I due bastoni raccolti nei giorni precedenti si rivelano fondamentali. Altro che accessorio da escursionista: sono diventati i miei migliori alleati.

Parto senza pranzo al sacco, ma con frutta secca e 2,5 litri d’acqua, indispensabili perché lungo il percorso non ci sono punti di rifornimento.

Il sentiero è un continuo saliscendi: salgo, scendo, risalgo e ridiscendo. A un certo punto comincio a chiedermi se il massiccio del Linas non abbia qualcosa di personale contro le mie gambe.

Attraverso boschi immensi, circondata da un silenzio quasi surreale. Non incontro nessuno: ci siamo soltanto io, il mio zaino, i bastoni e, ogni tanto, i versi dei cervi.

Gli altri camminatori si erano fermati prima, quindi mi ritrovo completamente sola nell’entroterra. Mi chiedo se ci sia qualcun altro ad affrontare tutto quel percorso o se sia l’unica pazza ad averci provato.

Arrivo ai giardini di agrumi e ciliegi di Villa Scema e penso ingenuamente che la parte più difficile sia finita. Illusa! Mi concedo una breve sosta e riparto, continuando ad allenare gambe e glutei.

Proseguo fino alla diga di Rio Leni, immersa in una natura imponente che ripaga di ogni sforzo. Finalmente, in lontananza, intravedo Villacidro. Più mi avvicino, più aumenta la voglia di arrivare: le gambe sono stanche e lo stomaco comincia a protestare.

Raggiungo la struttura prima che inizi a piovere. Dopo una meritata doccia, faccio la mia prima lavatrice dall’inizio del cammino.

La sera mi preparo per uscire, indossando pantaloncini e maglietta nera, riservati esclusivamente alle cene. Mi dirigo al bar Rio Fluminera, senza sapere che mi aspetta una delle scene più divertenti della giornata.

Entro nel classico bar di paese: soltanto uomini, birre sui tavoli e la Serie A in televisione. Poi arrivo io, unica ragazza, comparsa dal nulla dopo 21 km di trekking.

Gli sguardi sembrano dire tutti la stessa cosa: «Ma questa chi è?».

Invece di farmi intimidire, mi siedo, ordino una birra, sgranocchio due noccioline e comincio a chiacchierare con loro.

Da perfetta sconosciuta mi ritrovo così a partecipare alla vita del bar, tra battute, calcio e conversazioni da paesotto. Altro che serata tranquilla in solitaria.

Tappe 10 e 11: Villacidro – Monti Mannu – Arenas

Anche oggi accorpo due tappe e, col senno di poi, non è stata una grande idea, soprattutto per i dislivelli e la difficoltà della seconda parte.

Lascio Villacidro e mi dirigo verso Monti Mannu, percorrendo circa 18,5 km. Prima di partire, approfitto della linea telefonica finché c’è, perché so che lungo il percorso non sarà possibile connettersi.

A parte la brusca risalita dalla chiesa di San Sisinnio, il tragitto è abbastanza tranquillo, tra sterrati e il lago di Rio Leni, già ammirato il giorno precedente.

Verso mezzogiorno arrivo a Monti Mannu, dove praticamente non c’è nulla, a parte la Posada. Mangio un panino al volo e riparto subito verso Arenas.

Ed è qui che comincia la parte più impegnativa della giornata. Il sentiero diventa un vero trekking, con continui dislivelli e vaste distese rocciose, ma per fortuna c’è il sole: con il maltempo sarebbe stato decisamente più complicato.

Raggiungo il punto più alto, Punta Piscina Irgas, e comincio la discesa verso le Piscine Irgas, che trovo prive d’acqua.

Un consiglio: affrontate questo tratto con cautela, soprattutto se le condizioni meteorologiche non sono favorevoli: ci sono punti esposti e il rischio di scivolare sulle pietre è concreto. Il percorso, comunque, è ben segnalato.

Superata la parte più difficile, entro nella Foresta Demaniale di Monti Mannu, dove il silenzio è interrotto soltanto dai bramiti dei cervi e da qualche verso dell’aquila reale: un ambiente davvero suggestivo che ripaga della fatica.

Sono le 15:30 e mi mancano ormai pochi chilometri alla Posada di Arenas. Faccio quasi fatica a credere di aver percorso tutta quella strada, affrontando dislivelli così importanti.

È stata la tappa più lunga e impegnativa fino a questo momento, non tanto per la distanza quanto per la difficoltà del percorso.

Perciò, lo ripeto: vi consiglio di non accorpare queste due tappe.

Finalmente arrivo alla Posada, anche questa isolata da tutto, dove incontro due signori bresciani sulla sessantina. Ci fermiamo a chiacchierare e la cosa che mi fa più ridere è che, alla fine di ogni frase, se ne escono immancabilmente con: «Incredibile, magnifico!».

Sapete una cosa? Credo che queste due parole riassumano perfettamente la giornata.

Tappe 12 e 13: Arenas– Su Mannu – San Benedetto

Oggi, 22 settembre, ho deciso di accorpare un’altra volta due tappe e di concludere questa prima parte del cammino «piantando la bandierina» a San Benedetto.

Lo dico con un po’ di tristezza, perché sapere che sarà l’ultimo giorno mi mette già nostalgia. Con il senno di poi, avrei potuto continuare: non mi sentivo affatto stanca, anzi, mi sentivo viva, serena e libera: tutto ciò che questo cammino mi ha trasmesso.

Ci svegliamo verso le 7:00 e facciamo colazione tutti insieme. I due bresciani partono, mentre io, come spesso succede, sono l’ultima a lasciare la Posada.

La prima tappa, da Arenas a Su Mannau, è una vera passeggiata: attraverso la miniera di Arenas e proseguo tra boschi, strade bianche e le immancabili caprette smarrite.

Sono appena le 11:00 e sono già arrivata a destinazione! Non voglio che la giornata finisca così presto, quindi mi fermo al Bar delle Grotte di Su Mannau per un caffè e una barretta, e ne approfitto per visitare le grotte, con un biglietto scontato per i pellegrini acquistabile direttamente al bar.

La visita guidata dura circa un’ora e mezza e le grotte sono davvero suggestive. Se avete tempo, vale la pena fermarsi.

Terminata la visita, riparto verso San Benedetto, l’ultima tappa di questa prima parte del viaggio.

Il percorso inizia con un tratto di antica strada romana piena di sassi, dove consiglio di fare attenzione per evitare storte. Superata la salita, il sentiero prosegue nel bosco fino al Tempio di Antas.

Anche qui mi concedo una visita: il tempio è bellissimo e, per un attimo, sembra davvero di fare un salto indietro di duemila anni.

Riparto lungo una strada bianca, completamente sotto il sole, e strada facendo scambio qualche parola con altri camminatori.

Arrivata a San Benedetto, mi rendo conto che non c’è praticamente nulla: niente bar, niente tabacchino, soltanto un piccolo market con lo stretto necessario. Decido così di organizzarmi per la cena insieme agli altri pellegrini della Posada.

È qui che incontro il signor Ernesto, che abita proprio accanto alla struttura. Gentilissimo e generosissimo, ci invita a bere un caffè, poi un mirto, un amaretto e, naturalmente, uno di tutto.

Finisco per trascorrere praticamente tutta la serata in sua compagnia, ascoltando i suoi racconti sulle miniere e sulla sua vita. Ha lavorato come minatore per ben 27 anni e, nel giro di poche ore, mi ritrovo ad aver imparato tantissime cose.

Avrei potuto passare tutte le sere così.

A volte basta davvero poco per rendere speciale una giornata: una persona incontrata per caso, una chiacchierata che si allunga, un bicchiere condiviso e storie che altrimenti non avresti mai ascoltato.

Torno in Posada con la consapevolezza che, con il signor Ernesto, si è conclusa anche questa prima parte del mio cammino.

È incredibile quanto velocemente passi il tempo quando si sta bene, quando ci si sente sereni e liberi di vivere il momento senza pensare a ciò che verrà.

Perché, alla fine, sono proprio queste le cose che fanno la differenza: le piccolezze che, nella loro semplicità, diventano grandi.

Articolo di
Mariachiara Facchino

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