Diari
20 Dic 2022

Il giro del mondo, a piedi

Quante scarpe si consumano percorrendo diecimila km a piedi? Attorno a me ed Ezio, il passeggino nel quale porto tutto ciò di cui ho bisogno, il deserto di Atacama si espande silenzioso, ignaro della domanda. Ma come sono arrivato qui, nel cuore del deserto più arido del mondo?

Mi chiamo Nico e un anno e mezzo fa ho cominciato a realizzare il mio sogno: fare il giro del mondo a piedi. Ho lasciato tutto, salutato famiglia e amici e sono partito per questo lungo cammino che mi porterà a percorrere 35.000 km in quattro anni.

IL GIRO DEL MONDO, A PIEDI

Perché decidere di fare il giro del mondo a piedi? La risposta è la lentezza: quando si viaggia si cerca qualcosa che normalmente non riusciamo a trovare, un elemento che
sfugge alla quotidianità e che per questo diventa tanto prezioso quando lo incontriamo.

​Lentezza, se penso a qualcosa che manca nella vita di tutti i giorni è: lentezza. É la chiave per accedere a un contatto speciale con luoghi e persone, è la qualità che permette di costruire storie ed esperienze che un giorno ameremo ricordare. Camminare è il modo più naturale per spostarsi da un luogo all’altro, si avanza ascoltando il ritmo del corpo, seguendo quello del giorno: perché non avviarsi così alla scoperta della nostra terra?

IL CAMMINO

All’arrivo in Cile ho già percorso 8000km tra Italia, Francia, Spagna e Sudamerica. Il passaggio dell’Oceano Atlantico è avvenuto a bordo di un catamarano, che dopo 33 giorni di navigazione è approdato in America. Ho poi ripreso il cammino da Quito, capitale dell’Ecuador, dirigendomi verso sud in direzione Santiago del Cile. In quattro mesi ho attraversato il paese, poi è stata la volta del gigantesco Perù e della sua costa polverosa.
Grazie a Ezio, il passeggino con cui cammino, ho potuto portare cibo e acqua a sufficienza per i tratti in cui non ci sono centri abitati, riuscendo infine ad attraversare i 3000km di litorale peruviano. Seguendo il corso della Panamericana, sono arrivato a Lima per poi proseguire verso sud e arrivare al confine con il Cile a fine dicembre. Nelle gambe, milioni di passi; nel
cuore, centinaia di storie e di incontri.

L’ARRIVO IN CILE – ARICA

Con il primo giorno di cammino in Cile arrivo ad Arica, dove sperimento fin da subito la bontà dell’ospitalità cilena: una famiglia che aveva visto il cammino sui social mi invita a casa sua, offrendo un posto tranquillo dove riposare qualche giorno. Marcelo e Paulina, i due host, mi guidano alla scoperta della città portandomi al Morro de Arica, una collina dove si combatté
una battaglia tra Perù e Cile durante la Guerra del Pacifico (siamo attorno al 1870) e a scoprire le mummie Chinchorro, le più antiche mummie artificiali della storia – precedono persino quelle egizie!

Dopo essermi rifocillato riparto verso sud, cominciando ad attraversare il lunghissimo deserto di Atacama, 1500km di cieli e silenzio. Il deserto di Atacama è il più arido del mondo perché la corrente fredda di Humboldt proveniente dall’Antartide sale e si scontra con le correnti calde dell’equatore, impedendo alle nuvole di formarsi. Ci sono zone in cui non si è registrata pioggia negli ultimi 50 anni. Era una parte che attendevo con particolare desiderio perché prima di sognare il giro del mondo a piedi avevo pensato di attraversare allo stesso modo questo angolo di terra. Qui il confronto con la natura e i propri limiti avviene solo per mezzo delle proprie forze, senza la mediazione di norme sociali o regole perché non c’è altro oltre al cammino e chi lo percorre.

Il primo, lungo passaggio si snoda tra Arica e Iquique, nove giorni di cammino. Il caldo è sopportabile grazie al vento che rinfresca l’atmosfera; ma nel pomeriggio diventa molto forte e soffia in direzione contraria al senso di marcia. Piantare la tenda diventa un’impresa, bisogna aspettare che cali il vento; meglio attendere con pazienza l’arrivo della sera anche
se è tanta la voglia di mettere il campo appena finita la marcia e riposare. Per non andare a corto di provviste le tappe sono di 40km, quasi dieci ore in marcia, dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio. Mentre avanzo verso sud vengo sorpreso dalla gentilezza delle persone che incrocio. Molti si fermano per darmi una bottiglia d’acqua o qualcosa da
mangiare, rimpolpando le scorte che porto dentro il passeggino Ezio. Ricordo in particolare l’incontro con un camionista, Christian, che mi offre un pranzo e regala una felpa nuova di zecca, fa parte della merce che trasporta.

Prima di arrivare a Iquique faccio tappa alla ex miniera di Humberstone, patrimonio protetto dall’Unesco. Il sito è affascinante e la storia veramente interessante perché racconta di genti venute da diversi paesi per lavorare qui, alle miniere di salitre, un fertilizzante naturale molto richiesto nell’Europa dell’800. L’incontro delle tradizioni delle persone arrivate qui ha dato
vita alla cultura pampesiña (ossia della Pampa, l’area in cui sorgono le miniere cilene), una sintesi unica di usi e costumi dei popoli latini che tra gli altri fatti gettò le basi per la creazione della coscienza operaia sudamericana e le prime contestazioni di classe.

Presencias Tutelares: inizio del deserto di Atacama, Arica, Cile

VERSO SUD: IQUIQUE E IL DESERTO

Due giorni più tardi arrivo a Iquique, dove un’altra famiglia mi accoglie a braccia aperte: stavolta è stata Maribel a trovarmi grazie ai social. Ancora una volta, la gentilezza è la ricompensa più dolce dopo tanto isolamento e posso recuperare le forze assaggiando la cucina locale, come i porotos con longaniza (fagioli e salsiccia). Non c’è molto da vedere in città, giusto una statua del marinero desconocido che celebra un’altra battaglia della Guerra del Pacifico combattuta contro il Perù.
Riparto alcuni giorni dopo e in quattro tappe di cammino arrivo a Quillagua, un piccolo pueblo che detiene il primato di città più arida del mondo. Nel mentre e con felicità sempre più grande, tante persone mi salutano dalle loro vetture e si fermano per aiutarmi. Tra di loro un ritrovato Christian, che facendo il camionista percorre questa strada più volte al mese. Si
tratta della Ruta 5, il braccio cileno della leggendaria Panamericana che attraversa le Americhe dal Canada al Cile.

Avanzo nel deserto mentre il deserto avanza dentro di me. Il silenzio diffuso e la mancanza di distrazioni portano a raccogliersi entro se stessi ma a un certo punto è come se i ricordi finissero e non rimanesse altro che annullarsi nel ritmo del cammino. Le Ande scivolano sulla sinistra però se guardo in basso non vedo la strada ma un enorme specchio che riflette
la mia immagine. Non c’è altro da fissare quindi passo giorni e giorni a osservare l’immagine che il deserto restituisce, notando dettagli che non avevo mai visto prima: ho sempre piegatola testa in quel modo? E le mani, da dove saltano fuori questi solchi? Che cos’è che sta cambiando, i tratti che stanno fuori o i fatti che vivono dentro?

Mi fermo ad Antofagasta per comprare provviste ma torno subito nel deserto, non riesco più a dormire bene in città. Troppa luce arancione che vuole somigliare all’alba, troppo rumore.
Nel deserto si dorme bene, non c’è anima viva né suono alcuno perché anche il vento di sera si calma. Nell’Atacama ci sono i cieli stellati più belli al mondo perché non c’è inquinamento luminoso né umidità che si raccoglie in nebbia. La notte formicola di stelle tanto che si possono facilmente distinguere le braccia della Via Lattea. È uno spettacolo struggente.

Passo un intero mese così, sfiorando l’essenziale con la semplicità del cammino. La cucina che porto mi permette di preparare il riso con cui mi nutro oppure mangio pane e avocado.
Campeggiare è semplice, una volta raggiunti i 40km esco dalla strada e mi inoltro di qualche centinaio di metri nel deserto, dove nessuno esiste. Pianto la tenda, faccio stretching, leggo o scrivo qualcosa; e poi guardo il cielo, ancora e ancora, finché non sono troppo stanco per tenere gli occhi aperti. Mi coglie un pensiero: mai nessuno ha accampato nel pezzo di niente
dove ho messo casa.

Una delle numerose famiglie che mi ha aiutato lungo il cammino. Questa è la famiglia di Ivan, che mi ha offerto cena e comprato del cibo.

Una delle numerose famiglie che mi ha aiutato lungo il cammino. Questa è la famiglia di Ivan, che mi ha offerto cena e comprato del cibo

LA VALLE DEL ELQUI E IL NORTE CHICO

Il deserto volge al termine nei pressi di La Serena, città alle porte di una delle valli che si aprono dalle Ande verso l’Oceano Pacifico. In questo canyon si coltiva molta uva da Pisco, liquore nazionale simile alla grappa la cui paternità è contesa al Perù. Si possono visitare le bodegas che lo producono e passeggiare tra i vitigni che tingono di verde pastello i versanti
delle colline. Ci sono anche altri circuiti tematici per conoscere questa parte di Cile, ad esempio quello degli osservatori astronomici. Come ricorderete, qui ci sono i cieli stellati più tersi al mondo, quindi accanto agli osservatori scientifici è sorto il business dell’astroturismo che dà la possibilità al grande pubblico di entrare in contatto con galassie, stelle e pianeti.
La Valle del Elqui non ha sbocco, dunque in un paio di settimane torno sui miei passi, direzione sud. Mancano 500km per Santiago. Il deserto di Atacama scompare nel Norte Chico, una macro regione dove il clima permette la vita dei primi arbusti dopo 1500km di rocce e sabbia. Ci sono voluti due mesi per attraversare il deserto più arido del mondo. In altre tre settimane copro la distanza che mi separa dalla capitale cilena.

L’ultima tappa prima di giungervi è Valparaiso, il porto commerciale più grande del paese e quello più a sud del continente. Prima di scavare il canale di Panama il traffico commerciale verso l’Europa passava da qui, attirando genti da tutto il mondo con le sue prospettive di lavoro. Come accadde alle miniere di Humberstone, le persone si mescolarono e il prodotto
di questa contaminazione diede luogo a un cocktail culturale effervescente che si espresse nelle pareti vive della città, tra le mura delle case le strade vissute notte e giorno da marinai e commercianti. Le università arrivarono nel ‘900 e portarono ulteriore linfa vitale: la città divenne la patria degli artisti cileni.

Giungo a Santiago il 30 marzo 2022, dopo diecimila km di cammino. È passato più di un anno da quando sono arrivato in Sudamerica; ho consumato sei paia di scarpe ed Ezio ha forato sette volte. Siamo stati ospitati da più di quaranta famiglie, raccogliendo le loro storie e raccontando la nostra, un lento cammino attorno al mondo per scoprire la bellezza attraverso la diversità. Il deserto ne è stato l’esempio: se lo avessimo attraversato in fretta, a bordo di un bus, non lo avremmo visto cambiare forma e presentarsi vestito da lago salato, colline di pietra, oasi misteriose e ampi altipiani nei quali l’orizzonte si perde in un viaggio senza fine.

Il cammino prosegue, sono appena a un terzo di ciò che ho sognato: l’Australia è la prossima meta di pellegrinaggio.
Venite a scoprire il mondo con me ed Ezio, camminando assieme a noi su: https://www.instagram.com/pieroad____/

Articolo di
Davide Nanna