Cammini
By Alessandra Lanza
21/04/2026

Sara Bonfanti ha camminato sette mesi lungo il Sentiero Italia CAI. La cosa più faticosa è stata fermarsi.

Sara Bonfanti è una delle pochissime persone ad aver percorso l’intero Sentiero Italia CAI in un’unica soluzione. Un tracciato ideato nel 1983, camminato per la prima volta negli anni Novanta e rimasto a lungo in disuso, finché nel 2019 il CAI (Club Alpino Italiano) centrale non lo ha ripreso in mano, ritracciandolo, dotandolo di tracce GPS e punti tappa, per renderlo di nuovo percorribile.Quasi 500 tappe che attraversano 16 Parchi Nazionali e 60 tra Parchi e Riserve Regionali, con pochissimo asfalto e moltissima montagna. Da Muggia, il comune più a sud del Friuli-Venezia Giulia, a Santa Teresa di Gallura, nel nord-est della Sardegna: ottomila chilometri a piedi, attraverso le Alpi e gli Appennini, dal 17 maggio al 17 dicembre 2022. Sette mesi esatti, per festeggiare i suoi quarant’anni.

Sara ha incrociato il SICAI per caso nel 2018, durante una ricerca su internet. Se n’è innamorata subito, ha aspettato i tempi giusti (suoi e del sentiero!) ed è partita per un sogno. Di cammini così lunghi si racconta spesso la preparazione, quello che accade durante il viaggio, ma quasi mai il ritorno. Noi le abbiamo chiesto soprattutto quello: cosa succede quando ti fermi ed è ora di tornare a casa? La incontriamo dopo averla avuta con noi alla Fa’ La Cosa Giusta, dove ha parlato insieme al CAI delle novità 2026 del Sentiero Italia. E dove, spoiler, ha già lasciato intendere che potrebbe ripartire.

Cosa ti ha spinto a scegliere il Sentiero Italia CAI, e non un altro cammino?

Nel 2018 ho percorso la Via della Lana e della Seta, attaccando la Francigena fino a Roma. Quando sono tornata ero entusiasta: avevo scoperto gli Appennini, che non avevo ancora camminato. Iniziai a cercare altri modi per percorrerli, e per caso mi uscì la mappa del Sentiero Italia: incarnava esattamente quello di cui avevo bisogno e che inconsciamente stavo cercando – l’Italia, la montagna, tutto insieme. Da quel momento non ho più considerato altro.

Sei partita nel 2022. Cosa è successo in quei 4 anni?

Quando ho iniziato a informarmi, ho scoperto che l’intero progetto, creato negli anni Ottanta e percorso la prima volta negli anni Novanta, era sostanzialmente in disuso. Nel 2019 il CAI centrale lo ha ripreso in mano, ritracciando tutto, inserendo le tracce GPS, creando i punti tappa e modificando alcuni tratti. Ho deciso di dare tempo al CAI di sistemarlo, e a me di organizzarmi per una cosa così lunga, progettando come affrontarla, da dove partire, in che stagione. Nel frattempo sono partite altre persone prima di me (Lorenzo Santin, Renato Frignani, Elia Rigoni, i ragazzi di Và Sentiero), e le ho contattate per capire come regolarmi. Nel 2022 ho deciso che era il momento: compivo quarant’anni, e qualcosa dentro di me diceva che i tempi erano maturi!

Come ti sei preparata fisicamente, ma soprattutto mentalmente, a qualcosa che dura mesi?

Lavoro nella danza e in palestra, nei fine settimana vado in montagna, arrampico, faccio alpinismo. Il mio fisico era allenato, anche se il corpo ha sempre bisogno di adattarsi al peso dello zaino, questo avviene naturalmente mentre sei in cammino. Mentalmente ero preparatissima, perché avevo corteggiato questo sogno per anni: 2019, 2020, 2021, 2022. Ero gasatissima, super motivata!

Nella mia idea iniziale avrei fatto tutto il sentiero da sola. Sono partita con Adriano Di Giovanni, perché avevo qualche tarlo in testa: non è il Cammino di Santiago, sempre pieno di gente, sei in montagna, dov’è sempre meglio essere in due e se succede qualcosa… Adriano ha accolto il mio desiderio e siamo partiti insieme. Abbiamo camminato per due mesi, poi le nostre strade si sono separate. Grazie a lui ho scoperto che non avevo niente di cui aver paura: ero capace di bivaccare, di trovare alternative quando un sentiero non era percorribile, di arrangiarmi. E soprattutto ho capito che non c’era nessun mostro che saltava fuori dal bosco. Questo cammino mi ha fatto scoprire un’umanità e un’empatia di cui non si parla abbastanza: mi hanno accolta come una figlia, ho trovato braccia aperte dappertutto.

Cosa significa alzarsi ogni mattina, per mesi, e camminare? A un certo punto diventa automatico, o resta sempre una scelta?

Per me svegliarmi e camminare ogni giorno non è mai stato uno sforzo mentale. Era sempre voler scoprire cosa c’era una valle più in là. Ovviamente in un cammino così lungo ci sono tantissime variabili: ci sono giorni in cui il fisico risponde benissimo, e altri in cui non ha voglia di far niente, e lo stesso vale per la motivazione. Ma l’entusiasmo non mi è mai mancato e non ho mai pensato di tornare indietro. Ho avuto momenti in cui mi sono fermata un paio di giorni perché mi piaceva troppo un posto. Ho preso qualche pausa nel nord della Campania per il maltempo (camminare sotto la pioggia mi innervosisce!) e quelle pause sono state utili per ricaricare sia il corpo che la mente.

Avevi una routine?

Da quando sono rimasta sola mi sono data una sorta di routine: svegliarmi sempre prima dell’alba, partire con il buio, camminare la prima ora da sola nel silenzio. Quello non me lo toglieva nessuno! E poi fermarmi sempre prima del tramonto: se non arrivavo all’obiettivo di tappa, trovavo soluzioni alternative. Forse l’unica vera routine era fare e disfare lo zaino, ma dopo un po’ non ci pensi nemmeno più.

Dal punto di vista logistico, quali sono state le principali sfide e cosa ti ha sorpreso di più?

Una cosa più facile del previsto è stato trovare i punti di appoggio. Ho la mia tenda, e le Alpi le ho fatte in autonomia per tutta l’estate, appoggiandomi a qualche rifugio solo quando pioveva molto. Ma anche quando ho deciso di non montare più la tenda, trovare dove dormire, tra parrocchie, sezioni CAI, case di privati, è stato più semplice del previsto.

La cosa più difficile è stata l’adattabilità continua: un sentiero così lungo e articolato ha sempre qualche sorpresa… un guado da attraversare, un tratto con neve e ghiaccio inaspettato, una deviazione improvvisa. Ma fa parte della natura del percorso: c’è pochissimo asfalto, si è sempre in montagna, e bisogna tenere le antenne alzate ed essere consapevoli delle proprie capacità.

Paura vera non ne ho mai avuta, però i cani mi hanno sempre un po’ intimorita — sia quelli da pastore che i randagi. In Sicilia ho cambiato completamente una tappa perché il sentiero passava sul terreno di un pastore con dieci cani, mi avevano consigliato di portare un bastone. Ho preferito cambiare itinerario.

In un’esperienza così lunga, il tempo cambia. Come lo descriveresti?

Pieno. La percezione del tempo diventa piena. Più andavo avanti, meno distrazioni mentali esterne avevo: niente pensieri di lavoro, niente bollette. Ero sempre più nell’attimo presente, e questo faceva sì che ogni giornata venisse vissuta intensamente. Eppure i mesi sono anche volati, non ho mai sentito il cammino come qualcosa di lungo e infinito. Ero nella mia bolla, in un equilibrio perfetto.

Quando ti sei fermata davvero, dopo mesi di movimento, come ti sei sentita? E il tuo corpo?

Ci ho messo due mesi a mentalizzare la fine. Sicilia e Sardegna sono stati mesi preparatori anche in quel senso: ero nella mia bellissima bolla, stavo benissimo, e il solo pensiero di dover finire mi metteva un po’ di tristezza. Mi sono ripetuta che tutte le cose hanno un inizio e una fine, ed è giusto che finiscano, perché poi lasciano spazio ad altro. Una volta arrivata a Santa Teresa di Gallura, non sono ripartita subito, ho temporeggiato qualche giorno. Sono rientrata con una ragazza di Milano che ho conosciuto in Sardegna e che doveva rientrare per le feste di Natale.

Sono andata a casa di mia madre a Merate, in provincia di Lecco, e ci sono rimasta fino alla fine di gennaio. Poi a febbraio sono rientrata a Verona. L’idea di tornare a vivere in un condominio mi faceva stare male. Da mia madre c’è il bosco, l’orto, il prato, la Grigna, il Resegone, c’era ancora libertà. Ho preso tempo, finché non mi sono detta: adesso rientra e riprendi la vita da comune mortale.

Rispetto al mio corpo, in quei sette mesi mi era scomparso il ciclo, il corpo era andato in modalità risparmio energetico. Al ritorno ho avuto subito un flusso fortissimo e quando mi sono fermata ho sentito il bisogno di riposare davvero. Ci ho messo qualche mese per rientrare nella mia quotidianità e ritrovare un centro.

Le persone intorno a te sono riuscite a capire quello che hai vissuto? Cosa ti hanno detto?

Le persone credo mi abbiano trovata più rilassata, in modalità Buddha. Camminare per mesi è meditare: sei in uno stato di grazia in cui quella vocina interiore che ti dice sempre che stai sbagliando non la senti più. I pensieri sono lineari, non arzigogolati. Provi gratitudine e serenità ogni giorno. “Non ho più un lavoro? Massì, arriverà qualcosa.”
È stato terapeutico, tantissimo. Ogni cammino lo è, anche spiritualmente, anche se non è un pellegrinaggio verso una cattedrale. Mente, corpo e spirito sono legati, e non puoi non entrare in uno stato che va oltre. C’è qualcosa di più che percepisci e che vivi. Il corpo è una macchina perfetta: si adatta, più stai nella natura più stai bene, meno percepisci il freddo. Non mi sono mai ammalata.

La Sara che è tornata è la stessa che era partita?

Sara è rimasta Sara. Sono sempre la stessa sognatrice a occhi aperti, quella che ha bisogno di muoversi, di fare, di aprire porte, anche quando mettono in discussione. Ho sempre cercato di uscire dalla mia zona di comfort: ho studiato ragioneria, ho iniziato a lavorare in ufficio per poi capire in fretta che non era il mio posto. Mi sono avvicinata alla danza in tarda età, ci ho provato nonostante tutto e sono riuscita a lavorare come ballerina per davvero. E poi prima di partire ho mollato un lavoro che mi piaceva dicendomi: quando torno troverò altro.

Il cammino continua? Lo rifaresti? Dallo stesso punto di partenza?

Il cammino non è mai finito davvero, e sono passati quattro anni. Ci sono ancora sezioni CAI che mi chiamano a raccontare la mia esperienza. Ho creato insieme a un altro danzatore della compagnia di Verona uno spettacolo di teatro-danza in cui racconto il mio cammino. Sento tuttora le persone che mi hanno ospitato. È come se fossi ancora lì, in qualche modo.

E sì, sto pensando di rifarlo, anche se l’idea non è ancora così definita. Lo rifarei ugualmente, la partenza dal Friuli-Venezia Giulia alla Sardegna si è rivelata giusta per le stagioni. Mi piacerebbe fare le varianti che non ho percorso, camminare nel Lazio invece che in Abruzzo, vedere la Puglia. Non ho ancora fissato nessuna data, ma ci penso, ne parlo spesso… e poi arriverà.

Cos’è che è stato fondamentale nel tuo viaggio?

Una cosa che serve per forza è il poncho, l’acqua c’è sempre! E una cosa inaspettata ma psicologicamente utile è stata avere un cibo di scorta “per qualsiasi emergenza”. Io in particolare avevo una brioche confezionata, che poi a furia di rimanere nella tasca posteriore dello zaino è diventata una sottiletta! L’ho portata con me per tutto il viaggio.

Pensavo invece che avrei usato le cuffie per ascoltare la musica, e invece la cosa bella è stata ascoltare la natura e me stessa: non c’è niente di meglio che scollegarsi con tutto ciò che usiamo nella vita quotidiana.

Cosa diresti a chi sogna di percorrerlo?

Che bisogna essere preparati: si è in montagna, su terreni variabili, e occorre sapersi adattare molto. Io lo vedo come un cammino tosto, un’avventura vera. Se si vuole fare in autonomia non si ci si può appoggiare solo ai punti tappa — bisogna portare la tenda, il fornelletto, arrangiarsi. Ed essere convinti delle proprie capacità.

Chiedete a chi l’ha già fatto: io ci ho messo anni solo per la scelta dei materiali! Non si attraversano quasi mai città grandi, ma paesini, e non è che trovi negozi lungo la strada.

E poi, condividete l’esperienza! Come ho fatto quando sono tornata. La condivisione è la cosa più bella, perché dà la possibilità ad altre persone di farsi venire un’illuminazione, un sogno. Di dire: perché non ci provo anch’io? Può essere uno stimolo di vita per altri. Bisogna parlare delle cose belle, altrimenti la narrazione interna diventa troppo nera, pesante. C’è bisogno di amore e di cose belle. E si guardarsi negli occhi. Come in montagna, dove ci si saluta tutti.

Articolo di
Alessandra Lanza

Giornalista, fotografa, creator, autrice: racconto cose, cammino molto, porto i miei genitori a fare cose che senza di me non farebbero e non bevo. Nel tempo che rimane continuo a camminare!

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