Avventura
By Marta Fasolo
13/01/2026

Ffyona Campbell ha veramente completato il giro del mondo?

C’è una domanda che ogni camminatore, prima o poi, si pone.
Non riguarda i chilometri, né il dislivello, né il tempo impiegato.
È una domanda più sottile, quasi imbarazzante, che raramente facciamo ad alta voce: quanto sono disposto a restare fedele alle regole che mi sono dato?

Quando partiamo per un cammino decidiamo, spesso inconsapevolmente, una serie di principi. Camminerò tutto. Porterò sempre lo zaino. Non userò mezzi. Non salterò tappe. Sono regole intime, personali, che non valgono per gli altri ma solo per noi stessi. Nessuno ci controlla davvero. Nessuno, se non noi, sa quando abbiamo deviato, quando abbiamo ceduto, quando abbiamo fatto un’eccezione.

Ed è proprio per questo che la storia di Ffyona Campbell continua a parlare a chi ama camminare. Non perché sia una storia perfetta, ma perché è profondamente umana.

Ffyona Campbell è stata a lungo raccontata come la prima donna ad aver fatto il giro del mondo a piedi. Ma è stata lei stessa a incrinare quel racconto, ammettendo una verità che pesa più di qualsiasi record: in una parte del viaggio, non ha camminato sempre. E quella scelta, più dei deserti e delle malattie, l’ha accompagnata per tutta la vita.

La traversata della Gran Bretagna: il primo banco di prova

Quando Ffyona parte da John O’Groats, all’estremo nord della Scozia, è il 16 agosto 1983 e ha solo sedici anni. Non è un’atleta, non è una esploratrice esperta, non ha mai affrontato nulla di lontanamente simile a ciò che sta per intraprendere. La distanza più lunga che abbia mai percorso fino ad allora è di quaranta chilometri, quando era bambina.

Si allena camminando nel Hyde Park di Londra, caricandosi sulle spalle uno zaino riempito di elenchi telefonici. È un allenamento semplice, quasi ingenuo, ma rivela già qualcosa del suo carattere: determinazione, ostinazione, una capacità fuori dal comune di sopportare la fatica.

L’idea iniziale non è quella di fare il giro del mondo. È molto più contenuta: attraversare la Gran Bretagna da nord a sud, fino a Land’s End. Il progetto incuriosisce i media e il quotidiano Evening Standard decide di sostenerla, coprendo le spese di alloggio e mantenimento.

Ffyona cammina circa 40 chilometri al giorno, sei giorni a settimana. In 50 giorni completa il percorso. È un successo. Ma soprattutto è una rivelazione: ha capito che il cammino può diventare qualcosa di molto più grande.

Attraversare gli Stati Uniti a piedi: dall’entusiasmo alla crisi

Due anni dopo decide di attraversare gli Stati Uniti, da New York a Los Angeles. Questa volta il cammino non è solo fatica fisica, ma una macchina complessa fatta di sponsor, interviste, veicoli di supporto, gestione dei media. Serve un team, serve un finanziamento, serve un’organizzazione quasi militare.

Si lega a Live Aid, con l’idea di raccogliere fondi camminando. L’entusiasmo è tale che l’obiettivo cresce ancora: non più un continente, ma il giro del mondo a piedi.

Quando parte per l’America, nel 1985, Ffyona ha diciotto anni, pochissimi soldi e una pressione enorme addosso. All’inizio riesce a mantenere il ritmo, ma presto emerge il lato meno raccontato di queste imprese: la stanchezza non è solo nelle gambe, è nella testa. Dopo quaranta chilometri di cammino, ci sono interviste da fare, ricevimenti da presenziare, sponsor da soddisfare.

I rapporti con il team si incrinano. Lei vorrebbe fermarsi, loro temono di perdere i finanziamenti. Continuare diventa una forma di violenza psicologica. Abbandonare, paradossalmente, lo sarebbe ancora di più.

Il crollo

Dopo 1.900 chilometri, il corpo presenta il conto. Ffyona si sente male. Un medico le comunica che è incinta. Le fissa un appuntamento per un aborto, ma dovrà attendere alcune settimane. Il viaggio, però, non può fermarsi.

È qui che accade ciò che segnerà per sempre la sua storia. In alcuni stati – Illinois, Missouri, Oklahoma e Texas – Ffyona cede alla tentazione di salire sulla macchin. Cammina solo gli ultimi chilometri in ingresso e uscita dalle città, mentre per il resto del tempo viaggia sul mezzo di supporto.

Dopo l’aborto riprende a camminare completamente, da Clovis, nel New Mexico, fino a Los Angeles. Ma il danno, per lei, è fatto. Non tanto verso il pubblico, quanto verso se stessa. La consapevolezza di aver infranto la propria regola la tormenterà per anni.

Australia: Ffyona Campbell dimostra a sé stessa di poterlo fare

Forse proprio per questo, quando due anni dopo parte per attraversare l’Australia, Ffyona decide che non ci saranno più zone grigie. Da Sydney a Perth, 5.100 chilometri, con pochissimi fondi a disposizione. Per farcela si impone un ritmo quasi disumano: tra i 65 e gli 80 chilometri al giorno, una doppia maratona quotidiana.

Il caldo è feroce. Nel deserto le temperature arrivano a 60 gradi. Cammina spesso di notte. Le vesciche ai piedi si infettano; ogni sera il pus viene estratto con una siringa. Il dolore è costante, ma l’idea di fermarsi non esiste più. Non dopo l’America.

Dopo 95 giorni arriva a Perth. Questa volta senza scorciatoie. Questa volta per davvero. È come se avesse bisogno di dimostrare, prima ancora che al mondo, a se stessa, di essere capace di attraversare un continente a piedi.

La scommessa africana

L’Africa è un’altra cosa. Nel 1991 parte da Città del Capo con l’obiettivo di arrivare a Tangeri: 16.900 chilometri, 13 paesi, il tratto più lungo, più pericoloso, più imprevedibile. Sponsor difficili da trovare, perché nessuno vuole vedere il proprio logo associato a un possibile fallimento, o peggio a un cadavere.

Ffyona affronta malaria, febbre tifoide, diarrea, incendi, arresti per presunto spionaggio. In Zaire e Zambia viene insultata, presa a sassate. Una guerra la costringe a deviare di 4.000 chilometri. Attraversa dune infinite in Mauritania, un campo minato nel Sahara Occidentale, sfugge a violenze in Marocco.

Cade in una depressione profonda, cambia più volte team di supporto, torna due volte in Gran Bretagna per aspettare che le rotte si riaprano e raccogliere fondi. Ma continua. Sempre.

Dopo due anni, nel 1993, arriva a Tangeri e si immerge nel Mediterraneo.

Ora manca solo l’Europa.

La chiusura del cerchio

Nel 1994 Ffyona entra in Europa da Algeciras, e per la prima volta decide di camminare senza nessuno. Niente team, niente carovana, niente voci a scandire i tempi. Per portare con sé il necessario compra prima una mula, poi un asino, compagni silenziosi che le consentono di muoversi lenta, autonoma, finalmente libera dalle logiche dell’impresa e dei media.

Attraversa i Pirenei, risale la Francia, arriva fino a Calais. Il mondo la osserva, i giornalisti la inseguono, ma nessuno cammina davvero con lei. Nessuno condivide la fatica quotidiana, il peso delle ore, il dialogo incessante con se stessa. È un tratto di viaggio che somiglia più a una confessione che a una conquista.

Quando attraversa il Canale della Manica e risale verso la Scozia, il cerchio sembra chiudersi. Undici anni dopo la partenza, torna a John O’Groats. Ad attenderla c’è un circo mediatico, fotografi, titoli, microfoni. L’impresa è compiuta, almeno agli occhi di chi guarda da fuori.

Ma dentro di lei no.

Il ritorno al passato

C’è una parte del cammino che non torna, un tratto rimasto sospeso, una verità che pesa più della stanchezza accumulata in undici anni. Non la dice subito. Non potrebbe. Perché ammetterlo significa rimettere in discussione tutto ciò che il mondo crede di sapere.

Solo l’anno successivo, Ffyona torna negli Stati Uniti. Questa volta non ci sono sponsor, né clamore. Spinge il suo equipaggiamento su un carrello, cammina da sola, accompagnata soltanto da un cane. È qui che percorre a piedi i chilometri che aveva saltato anni prima, quelli attraversati in automobile durante il momento più fragile della sua vita. Non è un gesto mediatico. È un gesto necessario. Non per il record, ma per sé.

La verità di Ffyona Campbell

Ed è allora che la verità emerge con chiarezza.
Ffyona Campbell riconosce apertamente che, avendo percorso alcuni tratti in veicolo, non può definirsi la prima donna ad aver fatto il giro del mondo a piedi. Il Guinness dei Primati registra la sua impresa con una formula diversa, più precisa: “il viaggio a piedi più lungo mai compiuto da una donna”.

Una definizione che cambia tutto.
E che, paradossalmente, rende il racconto più vero.

Il grande insegnamento di Ffyona Campbell

Forse è proprio qui il senso di tutta questa storia.
Ffyona Campbell non ha costruito una menzogna: ha portato avanti a lungo una verità incompleta, e poi ha avuto il coraggio di guardarla in faccia. Quella verità non cancella l’impresa, non la sminuisce. La rende umana, fragile, credibile.

Quando camminiamo, ognuno di noi stabilisce regole che valgono solo per se stesso. Nessuno può dirci se il nostro cammino è valido oppure no. Ma sappiamo sempre quando abbiamo tradito una promessa che ci eravamo fatti.

Non è una questione di record.
È una questione di fedeltà.

Ed è per questo che la storia di Ffyona Campbell parla a chi ama i cammini. Perché ci ricorda che il vero peso non è quello dello zaino, ma quello delle scelte che facciamo lungo la strada.

Articolo di
Marta Fasolo

Umile escursionista che ama fare cose nuove 🧗‍♀️
Viaggio in Italia e vivo a Maiorca🏝️
📽️ Racconto storie per @cammini_ditalia

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