Thomas ha 20 anni e, a un’età in cui molti cercano certezze, ha scelto di fare spazio alle domande. Ha lasciato la routine di una vita già tracciata per mettersi in cammino sulla Via degli Dei, alla ricerca di qualcosa che non si può trovare dietro una scrivania. Nel suo diario racconta cinque giorni in cui la fatica del percorso si intreccia con quella dei pensieri. Con lo zaino in spalla, Thomas scopre che il cammino non offre risposte immediate, ma insegna a convivere con le domande. Ogni passo diventa un’occasione per rallentare, ascoltarsi e accettare l’incertezza come parte del viaggio. Tra boschi, silenzi e incontri inattesi, la Via degli Dei si trasforma così in molto più di un itinerario escursionistico: diventa il simbolo del coraggio di cambiare direzione anche quando non se ne conosce ancora la destinazione. Il suo racconto è la testimonianza di un ragazzo che ha capito che, a volte, la scelta più difficile non è continuare a camminare, ma trovare il coraggio di fare il primo passo.
Introduzione
Avevo vent’anni, un lavoro d’ufficio a tempo pieno e la sensazione costante che tutto scorresse troppo velocemente.
Non c’era un grande motivo preciso per partire. O meglio, c’era tutto insieme: confusione, bisogno di staccare, voglia di mettermi alla prova e soprattutto la necessità di ritrovare qualcosa di più semplice. Qualcosa di vero. Così ho deciso di partire da solo sulla Via degli Dei.
Da Bologna a Firenze, cinque giorni a piedi, più di 130 km. Con uno zaino leggero, pochissima esperienza e molte più domande che certezze. Non ero un escursionista esperto. Avevo fatto qualche trekking vicino casa, in Umbria, ma mai nulla di simile. Non avevo mai dormito da solo in natura. Non avevo mai camminato per giorni interi. E sinceramente non ero nemmeno sicuro di arrivare a Firenze.
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Tappa 01: da Bologna a Brento
Il primo giorno è stato un mix di emozioni. Sono partito da Bologna con tanti pensieri per la testa e ho affrontato subito la salita di San Luca, la prima vera sfida del cammino.
Lasciata la città alle spalle, il silenzio dei boschi mi ha accompagnato fino al mio primo bivacco vicino a Brento. Montare il tarp da solo mi ha fatto sentire libero, ma anche un po’ vulnerabile. Tra dubbi e paure, non ho mai pensato di fermarmi: quella giornata mi ha insegnato che una buona preparazione è il primo passo per affrontare qualsiasi viaggio.
Tappa 02: da Brento a Madonna dei Fornelli
La mattina dopo è stato tutto diverso. E proprio all’inizio di questa seconda tappa ho vissuto uno dei momenti più intensi. Sul monte Adone ho trovato un quaderno lasciato dai camminatori. Tra le pagine c’era una lettera scritta da qualcun altro, un pensiero dedicato ai propri nonni che mi ha colpito profondamente per la sua semplicità e sincerità.
In quel momento non ho scritto nulla di mio, ma ho sentito forte il peso delle parole lasciate lì, in mezzo al cammino, come se appartenessero un po’ a tutti quelli che passano da quel sentiero. Il corpo aveva iniziato ad accettare il ritmo. La testa anche.
I sentieri dell’Appennino cominciavano a diventare familiari. Non c’era più la sensazione di “stare facendo qualcosa di difficile”, ma quella di “stare entrando dentro qualcosa”. In questa tappa ho iniziato davvero a capire il valore del cammino. Non è solo fatica. È costanza, lentezza, presenza.
Ho incontrato tanti altri camminatori. Persone diverse, storie diverse, ma con una cosa in comune: la voglia di esserci. C’è una cosa che mi è rimasta impressa di quei giorni: la disponibilità delle persone ad aiutarsi senza motivo. Nel loro piccolo, tutti mi hanno fatto sentire meno solo.
Tappa 03: da Madonna dei Fornelli a Sant’Agata
Questa è stata la tappa più dura. Circa 30 km. E gli ultimi 15 completamente da solo, con il buio che iniziava a scendere e la stanchezza che si faceva sentire davvero.
In quel momento il cammino smette di essere un’esperienza e diventa qualcosa di più essenziale: andare avanti. Passo dopo passo. Respirare. Non pensare troppo. È stato lì che ho capito quanto il silenzio possa essere pesante ma anche incredibilmente necessario.
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Tappa 04: da Sant’Agata a Bivigliano
Qui il cammino ha iniziato a diventare condivisione. Ho camminato con persone incontrate nei giorni precedenti, alternando tratti da solo e tratti insieme.
E ho capito una cosa importante: puoi partire da solo, ma difficilmente resti davvero solo. Sul cammino le persone non sono rumore di fondo. Sono parte dell’esperienza. Si condividono chilometri, silenzi, pause, pasti semplici. E tutto diventa più leggero.
Non ricordo una singola conversazione precisa. Ricordo piuttosto la sensazione generale: quella di appartenere, anche solo per un attimo, a qualcosa di più grande e spontaneo.
Tappa 05: da Bivigliano a Firenze
L’ultima tappa è stata strana. Le gambe erano stanche, ma la testa già era altrove. Fiesole è stato il momento decisivo. Quando ho visto Firenze dall’alto ho provato una sensazione forte, quasi difficile da spiegare: orgoglio, gioia, e una specie di pace.
Non era solo la fine del cammino. Era la conferma che ce l’avevo fatta. Poi l’ingresso in città, l’arrivo in Piazza della Signoria, il fermarmi, guardare, fotografare. Ma soprattutto rendermi conto che il vero valore non era arrivare lì. Era tutto quello che era successo prima.
Conclusione
La Via degli Dei non è stata solo un cammino. È stata un modo per capire me stesso. Ho scoperto che sono molto più di quello che pensavo. Più resistente, più curioso, più presente. Ho scoperto che la felicità, per me, sta in cose semplici: la lentezza, l’aria fresca, il silenzio, la fatica che ti rimette in ordine.
“Aria fresca” per me non è solo natura. È fermarsi, guardare il paesaggio, sentire il vento sulla pelle e capire che sei nel posto giusto. Da quel cammino mi sono portato via anche una consapevolezza: organizzarsi bene è fondamentale, ma ancora più importante è avere il coraggio di partire.
Oggi continuo a camminare. Ho fatto altri percorsi, come il Cammino dei Tre Villaggi e il Cammino dei Borghi Silenti, ma tutto è iniziato lì. E se dovessi riassumere tutto in una frase, direi questo: Cammino perché mi fa sentire tranquillo ed in pace con me stesso e con il mondo.
E forse è proprio questo il senso. Non arrivare da qualche parte. Ma imparare a stare bene mentre ci si va.
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