Cammini
By Francesco Boggi
15/05/2026

BOM Art Trail: il cammino della Land Art

BOM Art Trail: 100 km nell’Appennino bolognese tra sentieri, borghi e opere di Land Art. Scopri il cammino e le installazioni lungo il percorso.

Articolo sponsorizzato da Viva il Verde APS

Camminare, a volte, significa attraversare un paesaggio.

Altre volte significa accorgersi che quel paesaggio ti sta parlando.

Il BOM Art Trail, acronimo di Bologna Montana Art Trail, nasce proprio da questa intuizione. Un percorso ad anello di circa 100 km nell’Appennino bolognese e tosco-emiliano, tra Loiano, Monghidoro, Monterenzio, Monzuno, San Benedetto Val di Sambro e Firenzuola, pensato per essere vissuto a piedi, in bicicletta o a cavallo. Un itinerario che attraversa boschi, borghi, crinali e vallate, portando il camminatore dentro un territorio dove la montagna non è uno sfondo, ma una presenza viva.

La particolarità di questo cammino, però, sta nel modo in cui natura e arte si incontrano lungo il percorso. Il BOM Art Trail è infatti scandito da opere di Land Art, installazioni realizzate con materiali naturali e pensate per dialogare con l’ambiente che le ospita. Non oggetti appoggiati sul paesaggio, ma segni che nascono dentro il paesaggio stesso, lo interpretano, lo trasformano per un istante e poi lo restituiscono allo sguardo di chi cammina.

È questa la parte più interessante.

Perché lungo il BOM Art Trail non si cammina soltanto per arrivare alla tappa successiva. Si cammina per osservare meglio. Per rallentare. Per entrare in relazione con un’opera, con un bosco, con un punto panoramico, con una forma che forse, senza quel segno artistico, sarebbe passata inosservata.

In questo articolo partiremo dal cammino nel suo insieme, per poi avvicinarci alle opere di Land Art che lo caratterizzano. Una per una. Come tappe dentro la tappa. Come piccoli inviti a guardare l’Appennino con occhi diversi.

Se vuoi approfondire BOM Art Trail ne avevamo parlato anche all’interno di questo blog post.

Land Art: quando il paesaggio diventa parte dell’opera

Per capire davvero il BOM Art Trail bisogna fare un tuffo nel passato.

La Land Art nasce tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto negli Stati Uniti, in un periodo in cui molti artisti iniziano a sentire stretto lo spazio chiuso delle gallerie e dei musei. Cercano un luogo più ampio, più vivo, meno controllabile. Lo trovano nella natura.

Il nome racconta già molto. Land significa terra, paesaggio, territorio. La Land Art è quindi un’arte che lavora con il paesaggio e dentro il paesaggio. Usa pietre, legno, terra, rami, acqua, luce, vento. A volte lascia segni monumentali, altre volte interventi minimi, quasi silenziosi. In ogni caso cambia il modo in cui guardiamo un luogo.

Il punto non è aggiungere qualcosa alla natura per renderla più interessante. Il punto è creare una relazione. L’opera nasce da ciò che ha intorno e invita chi passa a fermarsi, osservare, fare attenzione. Un tronco, una radura, una curva del sentiero, una pietra affiorante possono diventare parte di un racconto più grande.

Per questo la Land Art trova nel cammino un contesto naturale. Chi cammina ha già un rapporto diverso con lo spazio. Procede lentamente, ascolta i cambiamenti del terreno, percepisce la luce, il vento, la fatica. Sul BOM Art Trail questa attenzione diventa ancora più evidente: ogni opera è una soglia, un invito a guardare l’Appennino con occhi meno distratti.

Da qui possiamo iniziare a entrare nel cuore del percorso. Opera dopo opera. Non come in una mostra tradizionale, ma come dentro una galleria a cielo aperto, dove il biglietto d’ingresso è il passo.

Una galleria a cielo aperto

Su questo itinerario le opere non interrompono il cammino. Lo accompagnano.

Appaiono lungo il percorso come segni nel paesaggio, costruiti per dialogare con il bosco, con la luce, con la materia viva dell’Appennino. Alcune si notano subito, altre chiedono più attenzione. È proprio questo il loro valore: non funzionano come semplici “punti da vedere”, ma come pause dello sguardo.

Ogni installazione racconta un modo diverso di abitare la montagna. E ogni camminatore, attraversandola, finisce per completarla con il proprio passo.

San Giorgio e il drago – Enrico Menegatti

San Giorgio è una figura che attraversa i secoli.

Cambiano le forme, le rappresentazioni, i volti che gli artisti gli hanno dato nel tempo. Resta però stabile l’idea che porta con sé: il coraggio di affrontare il male.

Con Io sono San Giorgio!, Enrico Menegatti realizza un omaggio a tutte le persone che, in qualche modo, si sentono “San Giorgio”. Persone capaci di distinguersi in un tempo in cui molti valori sembrano essersi indeboliti o smarriti.

Il riferimento al santo guerriero diventa allora meno distante di quanto sembri.

Non parla soltanto di leggenda. Parla di scelte. Di responsabilità. Di quella parte di ognuno che, davanti a qualcosa di ingiusto o distruttivo, decide di non voltarsi dall’altra parte.

Sul cammino, quest’opera assume il valore di una domanda.

Qual è il drago che siamo chiamati ad affrontare oggi?

Forse non ha più le sembianze del mito, ma continua ad avere bisogno di qualcuno disposto a guardarlo in faccia.

Tritone – Devid Strussiat

Il tritone vive tra acqua e terra.

Già questo lo rende una creatura di confine. Nella mitologia greca il Tritone appartiene al mondo marino, metà uomo e metà pesce. Nella realtà naturale, invece, il tritone è un piccolo anfibio legato a pozze, laghetti, abbeveratoi, fontanili e corsi d’acqua freschi.

Con Tritone, Devid Strussiat tiene insieme questi due livelli.

Da un lato l’immaginario mitologico, misterioso e affascinante. Dall’altro la fragilità concreta degli ambienti acquatici, oggi sempre più minacciati da distruzione e alterazione degli habitat.

Il tritone diventa così una presenza piccola, ma significativa.

Ricorda che la biodiversità non vive solo nelle grandi specie carismatiche. Vive anche negli anfibi, negli stagni, nelle acque ferme o debolmente correnti, in quei luoghi marginali che spesso passano inosservati.

Sul cammino, incontrare quest’opera significa abbassare lo sguardo. Prestare attenzione a ciò che è minuto, vulnerabile, essenziale. Perché a volte la salute di un territorio si misura proprio da queste presenze silenziose.

Aquila – Simone Paulin

L’aquila è uno di quei simboli che non hanno bisogno di troppe spiegazioni.

Basta immaginarla in volo per comprendere perché, in molte culture, sia stata associata alla forza, alla luce, all’ascesa. Nell’opera Aquila, Simone Paulin lavora su questa immagine antica e universale, costruendo con rami una figura che sembra appartenere al cielo ancora prima che alla terra.

L’aquila è il re degli uccelli. Domina l’aria, si alza dove lo sguardo umano fatica ad arrivare, trasforma il movimento verticale in un gesto quasi spirituale. Nel suo salire si legge il passaggio dalla materia alla luce, dalla terra al cielo, dalla vita quotidiana a una dimensione più alta.

Sul BOM Art Trail questa presenza acquista anche un legame locale. L’aquila coronata compare infatti nello stemma araldico di Monghidoro. L’opera diventa così un ponte tra paesaggio, simbolo e identità del territorio.

Colonne della Memoria – Paolo Vivian

La memoria ha bisogno di forme.

A volte sono parole, fotografie, racconti. Altre volte diventano materia, colore, disposizione nello spazio. Colonne della Memoria, opera di Paolo Vivian, nasce da cinque colonne di cubi di legno dipinti e lavora proprio su questo rapporto tra identità, tempo e paesaggio.

Il numero cinque richiama gli elementi primari della vita: terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Le colonne diventano assi verticali, punti di connessione tra il suolo e il cielo. Ogni colore porta con sé un valore: il rosso della passione, il blu dello spirito, l’arancio della gioia, il giallo della luce, il verde del risveglio.

Camminando davanti a quest’opera, si ha la sensazione che il paesaggio trattenga qualcosa.

Non una memoria immobile, chiusa nel passato, ma una memoria futura. Un invito a costruire un mondo più pacifico, più armonico, più consapevole del legame tra spazio e tempo.

Moccus, Cinghiale Celtico – Gianluigi Zeni

Il cinghiale non è solo un animale dei boschi.

Per le antiche popolazioni celtiche era un simbolo di forza, coraggio e combattività. Il termine Moccus rimanda proprio al dio cinghiale, protettore dei cacciatori e delle foreste, legato alla mitologia e al mondo guerriero.

Gianluigi Zeni recupera questa radice antica e la porta nel Parco Archeologico di Monte Bibele, luogo che rende l’opera ancora più coerente. Qui il cinghiale non appare come semplice figura animale, ma come memoria di una cultura che ha abitato questi luoghi molto prima di noi.

Realizzata con salice, larice e liane, l’opera guarda verso est, come a vegliare sulla nascita di ogni nuovo giorno. È un dettaglio che cambia tutto.

Perché il cinghiale celtico non resta fermo nel passato. Continua a osservare il presente, ricordando al camminatore che ogni territorio è fatto anche dalle civiltà che lo hanno attraversato.

Arpa – Aldo Pallaro

A volte un’opera nasce da una ferita.

III e IV corda rossa, di Aldo Pallaro, prende forma dal taglio longitudinale di un grande ramo di cedro libanese. Da quel gesto, dalla morfologia stessa del legno, emergono due arpe gemelle. Due corpi della stessa essenza.

Il materiale conserva il tempo. Le venature raccontano crescita, resistenza, memoria. L’artista non forza il legno a diventare altro, ma ne ascolta la struttura e la trasforma in musica possibile.

Scultura e suono si avvicinano fino quasi a confondersi.

L’invito dell’opera è fisico: appoggiare il corpo, sentire il profumo dell’essenza, tendere l’orecchio, far vibrare una corda e ascoltare finché il suono non si spegne. È un gesto semplice, ma cambia il modo di stare davanti all’opera.

Non si guarda soltanto. Si entra in relazione.

I soffioni – Marta Zucchinali

Un fiore che nasce da una fessura nella pietra dice già molto.

Dice tenacia. Dice coraggio. Dice vita che trova spazio anche dove sembra non essercene. BaoFès, Il Soffione, opera di Marta Zucchinali realizzata con legno, juta e setole, porta questo messaggio alle generazioni più giovani.

L’opera è dedicata a chi studia, lavora, viaggia, si impegna per trovare il proprio posto nel mondo. A chi sente il futuro ancora incerto, a volte opaco, ma continua comunque a crescere.

Il soffione è fragile solo in apparenza.

Basta un soffio per liberare i suoi semi. Basta un varco minimo perché la vita inizi a muoversi altrove.

Lungo il BOM Art Trail questa immagine diventa un incoraggiamento sobrio e potente: il talento non ha età, non appartiene a una sola generazione, non chiede condizioni perfette per manifestarsi. A volte gli basta una crepa nella pietra.

Lupus Lujanes – Rodolfo Liprandi

Il lupo abita da sempre l’immaginario dell’Appennino.

Per secoli è stato temuto, inseguito, trasformato in simbolo di pericolo. Poi, lentamente, la scienza e la tutela ambientale hanno iniziato a restituirgli il suo ruolo reale: quello di specie fondamentale negli equilibri naturali.

Con Lupus Lujanes, Rodolfo Liprandi porta lungo il BOM Art Trail una figura che parla di natura, conflitto e ritorno. L’opera, realizzata con rami e viti, richiama la presenza del lupo nell’Appennino Tosco-Emiliano, dove oggi è stabilmente presente ma resta difficile da osservare.

Ed è proprio questa sua invisibilità a renderlo potente.

Il lupo c’è, anche quando non lo vediamo. Si muove ai margini, attraversa boschi e crinali, ricorda che la montagna è ancora viva perché conserva spazi non completamente addomesticati. Guardare quest’opera significa anche ripensare il nostro rapporto con ciò che ci sfugge.

Mufloni – Matteo Cretti

Il muflone sembra uscito da un racconto antico.

Ha qualcosa di mitologico nella postura, nelle corna spiralate, nel modo in cui immaginiamo il suo corpo muoversi tra rocce e praterie. Nell’opera Mufloni, Matteo Cretti parte da questa presenza forte e quasi fiabesca per richiamare un animale che porta con sé una storia complessa.

Il muflone deve la sua origine all’evoluzione di antiche pecore selvatiche, poi trasferite dall’uomo in territori insulari e tornate, nel tempo, a una condizione più selvatica. Il suo mantello cambia con le stagioni, fulvo in estate e bruno in inverno, mentre le corna dei maschi lo rendono immediatamente riconoscibile.

Sul BOM Art Trail questa figura diventa un richiamo alla montagna come spazio di adattamento.

Una creatura nata da passaggi, migrazioni e introduzioni, capace però di trovare un proprio equilibrio dentro ambienti difficili. I mufloni raccontano così un rapporto antico tra uomo, natura e paesaggio, fatto di spostamenti, trasformazioni e nuove appartenenze.

Lumaca Ribelle – Ars Ruralis

La lumaca è forse uno dei simboli più adatti per raccontare un cammino.

Si muove lentamente, porta con sé la propria casa, lascia una traccia sottile del suo passaggio. Nell’opera Lumaca Ribelle, realizzata da Ars Ruralis con salice, castagno e nocciolo, questa figura diventa un omaggio al passo lento e alla capacità di abitare il mondo senza consumarlo.

La lumaca non corre, non conquista, non aggredisce. Attraversa.

E in questo attraversare c’è una lezione molto vicina allo spirito del BOM Art Trail. Ogni passo diventa un modo per entrare nelle pieghe del paesaggio, ascoltarne i tempi, accettare che la lentezza non sia una rinuncia, ma una forma diversa di attenzione.

In un’epoca che spinge sempre ad accelerare, questa grande lumaca vegetale ricorda una cosa semplice: si può andare lontano anche procedendo piano, purché si impari a lasciare una traccia leggera.

Gufo Giovannino – Simona Cavatoni e Denis Camuffo

Il gufo reale è una presenza silenziosa.

Vive nella notte, osserva, ascolta, percepisce ciò che a noi sfugge. Gufo Giovannino, opera di Simona Cavatoni e Denis Camuffo, celebra proprio questa creatura discreta dell’Appennino Tosco-Emiliano.

Le ali flessibili evocano il volo silenzioso, mentre la testa tondeggiante e gli occhi frontali richiamano la sua straordinaria capacità di visione notturna. Le orecchie asimmetriche raccontano un altro dettaglio affascinante: il gufo riesce a localizzare le prede con una precisione impressionante, anche quando la vita si muove sotto la neve.

Eppure l’opera non si limita a descrivere un animale.

Restituisce una qualità. La quiete. La capacità di essere presenti senza fare rumore. Di abitare un luogo senza dominarlo.

In questo senso, il gufo diventa una piccola lezione di equilibrio. Sta nel paesaggio con la stessa discrezione con cui il camminatore dovrebbe attraversarlo.

Istrice – Simona Cavatoni e Marco Bogar

L’istrice insegna una forma antica di prudenza.

Non attacca senza motivo, non cerca lo scontro. Porta sul corpo il proprio confine. Gli aculei sono difesa, distanza, misura. Nell’opera Istrice, Simona Cavatoni e Marco Bogar trasformano questa figura in una riflessione sul bisogno di proteggersi.

In un mondo spesso rapido, aggressivo e imprevedibile, l’istrice ricorda il valore della cautela. La sua armatura non è chiusura totale, ma consapevolezza del limite. Sa quando avvicinarsi e quando restare a distanza.

Anche la sua vita notturna o crepuscolare aggiunge significato.

L’istrice si sottrae allo sguardo ordinario, vive ai margini della visibilità, appartiene a un tempo diverso da quello umano. Per questo, lungo il cammino, diventa un simbolo di attenzione e misura.

Proteggersi non significa isolarsi. Significa imparare a scegliere come stare nel mondo.

Tela di ragno – Artisti Loianesi

Il ragno costruisce mondi.

In molte culture, fuori dall’immaginario occidentale più comune, non è visto come creatura inquietante, ma come architetto e generatore. La sua tela diventa metafora della creazione, del filo della vita, della struttura ordinata che nasce dal caos.

La tela del ragno, realizzata dagli Artisti Loianesi con liane, lavora su questa immagine originaria.

Il ragno tesse, collega, misura lo spazio. Ogni filo ha una direzione, ogni incrocio tiene insieme l’insieme. La ragnatela richiama così il fuso, la vita che viene filata dalla nascita alla morte, ma anche l’ordine sottile dell’universo.

Sul cammino, l’opera invita a guardare i legami invisibili.

Quelli tra uomo e natura, tra luoghi e memoria, tra il singolo passo e la trama più ampia del paesaggio. Anche un sentiero, in fondo, è una linea che unisce punti lontani.

Holy Bee – Love Bee Valley Idice – Stefano Devoti

Le api costruiscono senza clamore.

Lavorano, raccolgono, trasformano. Creano strutture perfette e fragili allo stesso tempo. Holy Bee – Love Bee Valley Idice, opera monumentale di Stefano Devoti, parte da questa immagine per parlare di impollinatori, biodiversità e cultura del biologico.

La grande cella esagonale richiama l’architettura dell’alveare. Una forma precisa, laboriosa, collettiva. Dentro di essa si legge l’impegno per proteggere una valle e le specie che la rendono viva.

L’opera si trova a pochi metri dal fiume che dà il nome al progetto “Bee Valley Idice”.

Questo dettaglio conta, perché radica il messaggio in un luogo preciso. Non parla di natura in modo generico. Parla di questa valle, di questi fiori, di queste api, di questo equilibrio da custodire.

Holy Bee ricorda che la biodiversità non è un concetto astratto. È qualcosa che lavora ogni giorno, in silenzio, per tenere insieme il mondo.

Simbiosi – Ionel Alexandrescu

La parola simbiosi indica una relazione stretta, prolungata, necessaria.

Due organismi diversi vivono insieme, si influenzano, trovano un equilibrio. Ionel Alexandrescu prende questo concetto e lo trasforma in un’opera che parla del rapporto tra uomo e natura.

In Simbiosi, i due elementi sembrano cercarsi fino quasi a diventare inseparabili. La forma suggerisce un’armonia possibile, una convivenza costruita nel tempo, senza dominio e senza separazione.

Il messaggio è diretto, ma non banale.

Non possiamo pensarci fuori dalla natura. Non possiamo immaginarla come qualcosa di esterno, lontano, disponibile solo quando serve. La natura ci offre una lezione concreta su come condividere spazio, tempo, presente e futuro.

Sul BOM Art Trail quest’opera diventa una delle riflessioni più chiare dell’intero percorso: abitare un luogo significa imparare a farne parte. Non da padroni, ma da organismi in relazione.

Pioggia Sonante – Emanuela Camacci

La pioggia ha un suono che tutti riconosciamo.

A volte è rumore, altre volte compagnia. Può essere fastidio, attesa, memoria, ritmo. Con Pioggia Sonante, Emanuela Camacci trasforma questo fenomeno naturale in un’installazione da ascoltare.

L’opera è realizzata con gocce in ceramica di terracotta, sospese tra due alberi tramite fili sottili di cotone. Quando il vento le muove, o quando una mano le sfiora, producono un tintinnio che richiama il suono dell’acqua che cade.

È una scultura che non si limita allo sguardo.

Chiede al camminatore di ascoltare. Di fermarsi un momento e lasciare che il paesaggio abbia una voce diversa. La pioggia, da fenomeno fisico, diventa esperienza sensoriale. Da evento naturale, diventa visione.

Sul BOM Art Trail questa installazione ricorda che la natura non si osserva soltanto con gli occhi. Si attraversa anche con l’udito, con il corpo, con l’attenzione.

Iguana Malbura – Simone Paulin

L’iguana di Simone Paulin sembra fondersi con ciò che la circonda.

Non appare come un corpo separato dal paesaggio, ma come una forma che nasce dall’ambiente e lentamente vi ritorna. Iguana Malbura, costruita con salice, castagno e nocciolo, lavora sul tema dell’adattamento e della fragilità.

L’iguana diventa metafora della capacità di convivere con i cambiamenti ambientali senza distruggere ciò che ci ospita. È un animale associato alla resilienza, alla trasformazione, alla sopravvivenza silenziosa.

Il fatto che l’opera sia realizzata con materiali deperibili aggiunge un livello ulteriore.

Ricorda che tutto passa. Anche le forme più belle. Anche le strutture che oggi sembrano stabili. Da qui nasce il suo messaggio più forte: vivere in equilibrio con la natura non è un ideale astratto, ma una responsabilità concreta.

Sul cammino, l’iguana invita a un rapporto più attento, più sostenibile, più armonioso con ciò che ci circonda.

Famiglia Cervi – Simone Paulin

Una famiglia di cervi riunita.

L’immagine è semplice, immediata, quasi istintiva. Eppure dentro Famiglia Cervi, opera di Simone Paulin realizzata con salice, castagno e nocciolo, c’è una riflessione profonda sul modo in cui ogni essere vivente costruisce legami.

I cervi sono disposti in modo da evocare protezione, vicinanza, cura reciproca. Non contano solo le forme, conta il messaggio che trasmettono. La famiglia diventa simbolo di unione e rispetto, mentre i materiali naturali riportano il discorso al rapporto tra essere umano e ambiente.

L’opera chiede di fermarsi su una domanda semplice.

Che cosa significa appartenere?

Forse significa proprio questo: riconoscere che nessuno vive davvero separato da ciò che lo circonda. Come gli animali nel loro habitat, anche noi abbiamo bisogno di relazioni solide, di cura, di un legame più autentico con il mondo che abitiamo.

Fauno – Rodolfo Liprandi

Il fauno è una creatura di confine.

Metà uomo e metà animale, appartiene a quello spazio ambiguo in cui la civiltà incontra l’istinto. Nell’opera Fauno, Rodolfo Liprandi lavora su questa figura antica e la riporta tra i boschi, dove il suo significato sembra ritrovare casa.

Il fauno appare nel crepuscolo dell’immaginario. Non parla, ma richiama. Invita a lasciare il controllo, ad ascoltare quella parte più istintiva e viva che spesso teniamo a distanza. Porta con sé il desiderio non represso, la libertà primordiale, il legame profondo con la natura.

Sul BOM Art Trail il suo incontro ha qualcosa di disturbante e necessario.

Perché ci ricorda che dentro ogni essere umano esiste una parte non addomesticata. Una zona più vera, più selvatica, meno ordinata. Camminare significa anche darle spazio, almeno per un tratto.

Dea – Devid Strussiat

La Dea di Devid Strussiat emerge dalla boscaglia come una presenza antica.

Sembra uscire dal paesaggio più che essere stata collocata lì. Porta con sé uno strascico vegetale, come se la natura stessa stesse tornando a occupare il proprio spazio.

L’opera, realizzata in salice, richiama una Diana arcaica. Non tanto la figura classica della cacciatrice, quanto una forza vitale primordiale. Una presenza legata ai cicli della natura, agli istinti, alle trasformazioni, ai passaggi tra umano e divino.

Sul BOM Art Trail questa figura funziona come una soglia.

Invita a guardare il bosco non come uno scenario, ma come un organismo vivo. Un luogo che genera, assorbe, trasforma. La Dea non parla, non spiega, non indica una direzione precisa. Appare. E a volte è proprio questo il compito più forte di un’opera: farci sentire che qualcosa, attorno a noi, è ancora sacro.

Libera-Mente – Ars Ruralis

Un mezzo volto femminile emerge dalla collina.

Guarda la luce che cambia, ascolta i suoni, lascia che la mente si apra. Libera-Mente, opera di Ars Ruralis, è costruita con salice, castagno e nocciolo e sembra nascere direttamente dalla terra.

I capelli intrecciati si confondono con il suolo, come radici visibili. I rami diventano linee, tracce effimere nello spazio, elementi di una realtà in cui tutto è interdipendente.

Il messaggio dell’opera è sottile.

Non chiede di capire subito. Chiede di alleggerire. Di lasciare andare, almeno per un momento, il rumore mentale che spesso portiamo con noi anche quando camminiamo. La scultura vegetale è destinata a integrarsi e riassorbirsi nell’ambiente. E proprio per questo parla di passaggio, trasformazione, liberazione.

Sul BOM Art Trail, Libera-Mente diventa un invito a fare la stessa cosa: attraversare il paesaggio lasciando andare un po’ di peso.

Neuroni Specchio – Marta Zucchinali

Due figure si sorreggono a vicenda.

È un gesto semplice, e forse proprio per questo arriva subito. Neuroni Specchio, opera di Marta Zucchinali realizzata in cedro libanese, lavora sul tema della connessione profonda tra esseri umani.

Le forme intrecciate richiamano l’idea dei neuroni specchio, quei meccanismi interiori che ci permettono di riconoscerci nell’altro, generando risonanza, comprensione ed empatia. Il sostegno reciproco diventa così immagine di equilibrio e fiducia.

Guardando l’opera, l’altro non appare come una presenza distante.

Diventa una continuità. Un’estensione di noi stessi. Qualcuno in cui possiamo rifletterci, anche nella differenza.

La scultura rende visibile una rete invisibile: quella delle relazioni che ci tengono insieme. Lungo un cammino, questo messaggio assume ancora più forza. Perché ogni passo, anche quando sembra individuale, appartiene sempre a una trama più ampia di incontri, legami e possibilità condivise.

Spada nella roccia – I Santi e Viva il Verde

Il 10 marzo 2023 un masso enorme si è staccato dalla montagna.

Nell’impatto si è diviso in due. Da un evento naturale, quasi brutale, è nata la possibilità di un’opera. La spada nella roccia, realizzata da I Santi e Viva il Verde con roccia e ferro, parte proprio da questa frattura.

La natura ha aperto la forma. L’uomo l’ha interpretata.

Il riferimento alla leggenda di Re Artù porta dentro il BOM Art Trail un immaginario epico, ma il cuore dell’opera resta legato al territorio. Una frana, un masso, una roccia spezzata. Elementi concreti, nati da un movimento reale della montagna.

La spada non cancella l’origine naturale del blocco. La rende visibile in un altro modo.

È come se l’opera dicesse che anche dagli eventi imprevisti può nascere un segno. E che il paesaggio, a volte, crea la prima metà dell’opera prima ancora dell’artista.

La porta delle sindoni – Debora Domenichelli

Ogni porta implica una scelta.

Restare dove si è oppure attraversare. La porta delle sindoni, opera di Debora Domenichelli, nasce proprio da questa idea di soglia. Una struttura in legno e tela che invita ad accogliere ciò che si trova dall’altra parte: cambiamento, novità, trasformazione.

L’opera richiama le rosette degli antichi architravi in pietra delle case di montagna bolognesi. Ma il suo elemento più intenso è la tela. Vecchia biancheria usata da persone della montagna, tagliata, cucita e intrecciata per diventare architettura tessile.

Dentro quel tessuto restano tracce invisibili.

Fatiche, speranze, gesti quotidiani, corpi che hanno abitato quei luoghi. L’opera li restituisce alla comunità e all’ambiente in una nuova forma.

Attraversare questa porta significa entrare in una memoria collettiva fatta di mani, case, lavoro e vita semplice.

Conclusione

Alla fine, il BOM Art Trail lascia una sensazione precisa.

Quella di aver camminato dentro un territorio che non vuole solo essere attraversato, ma ascoltato. Ogni opera incontrata lungo il percorso aggiunge un livello diverso al paesaggio: una domanda, un simbolo, un ricordo, una piccola deviazione dello sguardo.

La Land Art funziona così. Non chiede di entrare in un museo, non separa l’opera dal mondo che la ospita. La porta fuori, tra gli alberi, nei prati, lungo i sentieri. La espone al vento, alla pioggia, al tempo. E proprio per questo la rende viva.

Sul BOM Art Trail il cammino diventa una galleria a cielo aperto, ma senza perdere la sua natura più semplice. Si cammina tra borghi, boschi e crinali dell’Appennino, poi all’improvviso ci si ferma davanti a una lumaca, a un lupo, a una porta, a una spada nella roccia. E in quel momento il paesaggio cambia. O forse cambiamo noi, perché impariamo a guardarlo con più attenzione.

Questo è il valore più grande del percorso: ricordarci che l’arte può nascere dalla terra, dai rami, dalla pietra, dalla memoria dei luoghi. E che un cammino, quando è pensato così, non accompagna solo da un punto all’altro. Educa lo sguardo, rallenta il passo e ci invita a lasciare una traccia più leggera.

Articolo di
Francesco Boggi

🏔️ Quando posso mi ritiro tra i monti, quando non posso ne parlo qui.

🧡 Co-Founder | Head of Marketing at Cammini d’Italia.

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