Francesco Tomè ha attraversato le Alpi di corsa in 60 giorni, percorrendo quasi 2.500 km e superando 146.000 metri di dislivello positivo. Nel documentario Endless Peaks, realizzato con il regista Andrea Bandinelli, racconta questa impresa lungo il Sentiero Italia CAI, dalla Croazia alla Liguria. In questa intervista parla della preparazione, delle difficoltà affrontate e del suo rapporto con la montagna e ci racconta i suoi prossimi progetti, dalla traversata delle Alpi Apuane alla corsa sui ghiacciai del Perù.

Francesco Tomè nell’estate 2025 ha attraversato di corsa le Alpi, partendo da Vrata, in Croazia, per arrivare al Colle di Cadibona, in Liguria, in appena 60 giorni. Nella sua impresa ha seguito quasi interamente il Sentiero Italia del CAI, il Club Alpino Italiano, studiando minuziosamente ogni tappa e adattandola per portarla ancora più in alta quota. Questi quasi 2500 km e oltre 146 mila metri di dislivello positivo sono stati raccontati da lui e dal regista Andrea Bandinelli in un documentario, “Endless Peaks”, già applaudito a Firenze e che nelle prossime settimane farà tappa in diverse città d’Italia.
Non è la prima impresa di Tomé, classe 2000, e non sarà neanche l’ultima. Nelle scorse settimane ha percorso 105 km in 36 ore, affrontando migliaia di metri di dislivello senza mai fermarsi lungo tutte le Alpi Apuane, e ora tra i suoi piani ci sono i ghiacciai del Perù, minacciati dalla crisi climatica come tanti altri sul resto del globo. In una continua tensione tra la performance fisica e il racconto, da un lato, della fatica e della disciplina e, dall’altro, dell’importanza di tutelare e prenderci cura dei nostri territori, Tomè solca le montagne a bordo delle sue gambe spinte dal vento, alla ricerca di uno spazio in cui tornare all’essenziale.
Qual è il primo ricordo vivido che hai della montagna?
Allora, un ricordo ce l’ho, però non mi ricordo di che anno era, avrò avuto forse sei anni, ero con i miei genitori a fare una camminata verso il Monte Rosa, e si andò a vedere un rifugio, il Rifugio Pastore. Da lì si vede da lontano Capanna Margherita, piccolissima, in cima al Monte Rosa. Ricordo questa cascata gigantesca, che ho rivisto anche l’estate scorsa mentre correvo la mia Endless Peaks. In realtà non era poi così grande.
E qual è il tuo primo ricordo relativo alla corsa? Quando hai capito che ti piaceva?
Il mio primo ricordo è in un freddo inverno in una pista di atletica, quando uscivo da scuola alle medie e andavo in pista per allenarmi. La corsa in montagna invece è iniziata alle superiori, quando ho cominciato a dire “esco da scuola, studio un po’ – un po’ poco! – e vado a correre sulle colline intorno a Firenze”. Mi ritrovavo in quei sentieri che a quel tempo non conoscevo per niente, come Monte Ceceri, a 300 metri di quota, dove passa la Via degli Dei, che oggi è un percorso super conosciuto, ma a quei tempi non c’era nessuno.
Come sei venuto a conoscenza del Sentiero Italia CAI?
Quando ho pensato di partire per la traversata delle Alpi, ho cercato se ci fossero sentieri già esistenti da cui poter prendere spunto. Ho trovato la GTA, la Grande Traversata Alpina, e poi ho visto che esisteva questo enorme sentiero che il mio caro amico David Orr, un ragazzo canadese un po’ più grande di me che abita a Firenze, aveva percorso due estati prima, dall’Etna al Monte Bianco, sempre di corsa. Ho voluto renderlo un pochino più “estremo”, mettendoci un po’ di tecnica in più e sfruttando varianti di alta quota.
Come ti prepari per queste imprese di solito? Quanto studi e quanto ti alleni?
Molto, perché penso che quando si va in montagna, per quanto un percorso come quello dei SICAI possa essere segnato bene, con cartelli e indicazioni, è sempre bene arrivare preparati, soprattutto quando è prevista molta fatica fisica. Ho studiato tutto il percorso, tappa dopo tappa, ricalcando le tracce GPS al computer e calcolando circa 40-50 km per tappa. Ho programmato così una tappa dopo l’altra, fino ad arrivare alla sessantesima.
Quanto tempo hai impiegato per preparare questi 60 giorni di corsa?
Diversi mesi. Ho cominciato a ragionare bene sulla fattibilità di questa avventura un anno e mezzo prima, quasi due anni prima. Oltre al percorso, c’era da fare un ragionamento molto attento sui dislivelli: era la prima volta che mi mettevo in gioco su un percorso di endurance così lungo e non volevo esagerare facendo subito tappe da 70 km con 4 o 5mila metri di dislivello al giorno. Poi ovviamente ci sono state tappe comunque molto impegnative, ma ho provato a bilanciare tutto.

Ci sono stati dei giorni in cui ti sei chiesto “e ora come faccio?”?
Sì, ci sono stati. I giorni iniziali sono stati quelli più faticosi, ovvero quelli con meno dislivello. La parte finale con più dislivello (la Valle d’Aosta, le Alpi Marittime), con tappe da 2.800, 3.200, 3.800, 4.000 metri al giorno, è arrivata dopo che avevo già affrontato i primi 40 giorni e mentalmente sapevo di non essere lontano. Quella parte poi è la mia preferita delle Alpi, quindi avevo molta energia.
Cosa hai pensato dopo aver portato a termine la primissima tappa?
Alla fine della prima tappa ero parecchio giù: i primi sei giorni si sono svolti tutti in campagna, al caldo, con distanze anche di 60 km. Quando sono arrivato mi sono detto: “Che cosa mi aspetta…”. In quei giorni con me fortunatamente c’era Brook, una delle prime persone che mi ha seguito, allenato e supportato nella preparazione del progetto. La prima settimana mi ha raggiunto per farmi da supporto logistico: lui aveva percorso il TOR, la gara in Valle d’Aosta, ed era lì per trasmettermi energia e motivazione. Avere qualcuno accanto a fine tappa è stato davvero fondamentale.
Qual era la tua giornata tipo?
Iniziava alle 5:30 del mattino, con partenza intorno alle 6 per terminare la tappa velocemente e guadagnare nel pomeriggio la possibilità di recuperare e riposare. Durante la giornata mangiavo le barrette del mio sponsor Poggio del Farro e se mi capitava di passare da qualche rifugio prendevo un panino veloce, senza mai fermarmi. A fine tappa ero in rifugio, o con qualcuno o a volte anche da solo, per recuperare: la doccia è sempre stata fondamentale per rimettermi al mondo, poi lo stretching quando possibile, mangiare e dormire. La giornata finiva intorno alle 21.30.
Qual è la cosa che ti è mancata di più mentre eri lì?
Nei momenti di sconforto avrei voluto vicino un amico, la mia ragazza o mio fratello. Poi, passato il momento difficile, mi tornavano le energie e mi ricordavo perché avevo scelto di essere lì. Ero quindi davvero felice, nonostante la grande fatica.
Quando corri preferisci il silenzio o la musica?
Con la musica ho un bellissimo rapporto: ho fatto liceo musicale, suonato la chitarra classica per tanti anni e poi frequentato il conservatorio. In tutti i documentari che stiamo facendo c’è una colonna sonora originale, mi piace darci molta importanza. Quando corro, alterno momenti in cui mi piace sentire il respiro, il cuore, quello che ho intorno, a momenti in cui avere la musica nelle orecchie mi emoziona un sacco, perché altera la mia percezione. Arrivare in cima e sentire il vento è una cosa, arrivare con una canzone che ti emoziona dà tante altre sensazioni fichissime.
Tre brani di quelli che in qualunque momento di presa male ti aiutano?
Ho un’intera playlist di 2079 brani, “Spingere e dare gas”, ma la mia canzone della traversata delle Alpi è stata “Sogna, ragazzo, sogna” di Alfa e Roberto Vecchioni. Poi c’è “Vivere” di Vasco, e poi… “I follow rivers”, di Lykke Li.

Come cambia l’esperienza di un’impresa il fatto di raccontarla attraverso un documentario?
Sinceramente è una cosa che mi viene abbastanza naturale. Ho iniziato a fare vlog con una GoPro quando facevo discesa in mountain bike. La cosa che mi è sempre piaciuta, oltre al fatto di vivere in prima persona l’avventura, è di mostrarla agli altri, non solo attraverso le parole, ma anche le immagini. Non è mai stato un peso. Con la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi lo è ancora meno: ho fatto tutte le riprese in soggettiva con un iPhone 15 Pro Max, un dispositivo portatile e leggero.
Che effetto fa rivivere l’esperienza poi in una fase successiva, attraverso le immagini?
Quando ho visto il documentario al cinema, la sera della Premiere a Firenze ad aprile, c’era un sacco di gente ed è stato un momento incredibilmente emozionante. Lì ho pensato “Franci, che cosa bella che hai fatto”. E ho anche pensato che non sapevo come avessi trovato tutta quella forza di volontà per fare un viaggio così lungo. E c’è stata la soddisfazione di poter condividere questa esperienza soprattutto con i giovani, a cui magari la mia esperienza può dare la spinta per uscire fuori e scoprire qualcosa di nuovo.
Un’esperienza come questa ha ovviamente una parte molto potente di performance fisica, che si aggiunge alla performance artistica. Come si combinano?
È una cosa che mi ha fatto anche male a volte. Ho 25 anni e ci sono tanti momenti in cui mi chiedo: “ma io sono un regista o sono un atleta?“. E a forza di parlare con le persone più vicine a me mi dico che la risposta è che sono sia l’uno che l’altro. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto se avesse senso quello che stavo facendo, se avesse senso voler per forza raccontare un’avventura, cercare gli sponsor, provare a essere selezionato ai festival. Ma è qualcosa che mi piace fare, che mi rende felice, come il fatto di riempire un cinema di persone appassionate di montagna e di avventure. Pian pianino, sto imparando a convivere con questa cosa e sto imparando ad accettare che è bellissimo costruire una squadra e non tenere tutto per sé. Come me c’era anche il regista del film, Andrea Bandinelli, con cui ho discusso molto perché inizialmente facevo fatica ad accettare che la mia avventura venisse raccontata da qualcun altro. E invece è proprio quello il bello, condividere un progetto così grande con qualcuno che ci mette la sua visione. Abbiamo già fatto insieme un altro progetto insieme e stanno nascendo cose molto belle.

Che cosa cerchi nella montagna, visto che ci torni sempre? E che cosa ci trovi?
Ci trovo in primis il fatto di sfidare me stesso, e non qualcun altro o la montagna. Mettermi in gioco e farlo in un ambiente che amo, che mi fa stare bene, dove riesco a tornare all’essenza. Soprattutto nella corsa: ho con me un piccolo zainetto con il necessario per percorrere una grande distanza sulle mie gambe. Una giacca termica, una giacca antipioggia, occhiali da sole, le barrette, magari un panino, il cellulare per fare qualche foto, e poco altro… L’orologio con la traccia, una cartina, magari un cambio di emergenza, la torcia frontale. A questo si lega anche tutto il resto: il fatto di essere in un ambiente selvaggio e lo stare da solo. Una cosa che mi piace è il fatto che quando hai un bisogno ti fermi e lo fai, ovunque tu sia, non come in una città in cui devi per forza cercare un bagno. E poi anche in un periodo come quello che stiamo vivendo, dove ogni giorno arrivano notizie di guerre e problemi, è un modo per scappare, che forse è anche sbagliato, non lo so, ma almeno per staccare. In questo momento sto pensando alle mie montagne, alle Alpi Apuane o all’Appennino. E poi ci sono la parte atletica, il fatto di fare delle riprese e costruire un racconto video, ma quello viene dopo.
Su cosa stai lavorando adesso?
Stiamo finendo le riprese del mio ultimo progetto, la traversata integrale di tutte le Alpi Apuane, 105 chilometri in 36 ore non stop, con 8.600 metri di dislivello positivo e 9.000 di dislivello negativo. È una traversata molto selvaggia, perché si tratta di montagne dure, poco frequentate. Questo documentario racconta sia la parte atletica, quindi la performance, ma anche tutto ciò che è legato all’estrattivismo del marmo e ai problemi che ciò sta portando. Ho fondato l’associazione Apuane Libere, e ci stiamo facendo conoscere sempre di più. Per me è importante parlare di difesa del territorio e toccare l’argomento delle cave: non in modo brutale, chiudendo tutto e mandando a casa i lavoratori, ma per mostrare che ci sono altre possibilità. È un traffico che prima o poi dovrà finire, perché devasta l’ambiente, inquina l’acqua e uccide gli animali in nome dei soldi e del carbonato di calcio, la polvere bianca che si ricava dal marmo. Solo lo 0,2% del marmo estratto viene utilizzato per opere artistiche, mentre il resto finisce in aziende che lo riducono in pezzettini per fare sbiancanti, bagni, sassolini per le strade sterrate… Finite le riprese a inizio ottobre passeremo al montaggio e a gennaio abbiamo in programma una prima assoluta a Firenze, per presentarlo poi ad altri festival e portarlo in giro.
Dalla fine dell’estate sto inoltre preparando un progetto in Perù: si tratta sempre di corsa, e in questo caso del tema dello scioglimento dei ghiacciai, urgente non solo in Italia, ma anche e soprattutto in quella parte del mondo.
