Quest’anno, dopo 8 anni dalla sua ultima edizione, è stato pubblicato il Rapporto Montagne Italia 2025 di UNCEM, edito da Rubettino, in cui vengono raccontate in oltre 700 pagine Alpi e Appennini, attraverso le dinamiche socioeconomiche e demografiche che le caratterizzano e le strategie territoriali di politica e sviluppo che li attraversano.
Con le montagne che occupano quasi la metà del territorio nazionale (48,8%), la ricerca ha analizzato 3.417 comuni montani in tutta Italia – la cui classificazione è di recente cambiata per opera della nuova legge 131/2025 dedicata al riconoscimento, alla tutela e allo sviluppo delle zone montane in Italia, a 2.844 –, 8,9 milioni di residenti nelle aree montane (con la nuova legge risulteranno 7,8), e preso in considerazione 387 comunità territoriali, cioè aggregazioni di comuni montani che lavorano insieme per lo sviluppo locale.
Il ritorno alla montagna: un luogo che si ripopola, anche di italiani
L’evidenza più chiara che emerge dal rapporto è che nel quinquennio tra 2019 e 2023 il ripopolamento delle aree montane ha superato lo spopolamento, portando il bilancio in attivo: le persone che hanno trasferito la propria residenza in uno dei 3.417 comuni della montagna italiana hanno largamente superato quelle che hanno abbandonato quegli stessi comuni, con un + 99.574 persone. Di queste quasi centomila persone, per la prima volta rispetto al passato, a contribuire a questo ripopolamento non ci sono solo stranieri, ma anche tantissimi italiani, per essere precisi due terzi del totale – e ben 63.909 in più di coloro che invece hanno abbandonato il territorio. Nel 2024, anno definito la “stagione del risveglio”, il saldo positivo è stato superiore del 40% rispetto alla media dei cinque anni precedenti, con +35.000 – di cui la maggioranza tornano a essere però gli stranieri.
Il rapporto sottolinea che si tratta di un cambiamento “fragile”, perché non sappiamo quanto possa durare nel tempo, e “asimmetrico”, perché presenta differenze tra nord e centro sud: nelle regioni settentrionali, pochissime comunità territoriali hanno un saldo migratorio negativo, mentre al contrario, nel centro-sud, una larga parte delle comunità mantiene un saldo negativo. Precisamente, delle 168 Comunità territoriali delle regioni settentrionali solo il 5% (9) vedono uno spopolamento maggiore, rispetto invece alle 219 comunità territoriali del centro sud, per cui il saldo negativo sale al 60% (128). Questo significa che le comunità più attrattive sono concentrate al nord, in particolare in 68 comunità che vedono un aumento di 50mila presenze positive.

Le comunità territoriali montane più attrattive
Nel periodo 2019-2023 ci sono state 10 aree di montagna dove gli italiani che si sono trasferiti hanno superato gli abitanti che se ne sono andati, con una crescita che ogni anno è stata più dell’1% della popolazione locale e sono distribuite principalmente nel nord e nel centro-nord del Paese. Cinque di queste erano in Emilia Romagna (Frignano, Alta Val Nure, Parma Est, Terre di Castelli, Bassa Val Trebbia e Val Luretta), due in Liguria (Alta Val Trebbia, Beigua) e una in Piemonte (Valsangone), in Lombardia (Oltrepò Pavese) e in Trentino Alto Adige (Luserna).
Nel 2024, invece, le Comunità territoriali con questi caratteri di forte attrattività sono quasi il doppio, 19: sempre cinque in Emilia Romagna (Appennino Reggiano, Distretto Ceramico, Alta Val Nure, Parma Est, Terre di Castelli), quattro in Piemonte (Due Laghi, Valle Antrona, Valli Mongia e Cevetta-Langa Cebana-Alta Valle Bormida), tre in Liguria (Alta Val d’Aveto, Valli Impero e Arroscia, Pollupice), due in Lombardia (Oltrepò Pavese, Valtellina di Tirano) e nel Lazio (Sabina, Turano), una in Toscana (Colline Metallifere), in Friuli Venezia Giulia (Natisone e Torre) e in Umbria (Montone e Pietralunga).
In ciascuna Comunità, il valore medio dell’aumento di italiani è passato da 1383 nel quinquennio a 2780 nel 2024 (+63,9%). La densità insediativa dei 3471 comuni classificati montani è, nella media, di 60,3 abitanti al km2. contro una media nazionale di 200,1 abitanti al km2. Tuttavia, per oltre i tre quarti dei comuni classificati montani la densità è inferiore alla metà del valore medio nazionale e per oltre un quinto di essi è inferiore a un decimo di questa stessa media. Dall’altro lato, ci sono 379 comuni (l’11% del totale), che hanno densità superiori alla media nazionale e ospitano 2.703.086 abitanti in appena 6830 km2 (in media 395,8 abitanti/km2).
Tornare in montagna non basta: la vera sfida è restarci
Il Rapporto mostra chiaramente che il tema centrale non è solo censire chi arriva, ma anche chi riesce a restare. Il saldo migratorio positivo degli ultimi anni, per quanto rilevante, non coincide infatti in automatico con una stabilizzazione della popolazione sul lungo periodo. Molti trasferimenti, si legge, sono ancora legati a fasi di vita specifiche e non sempre si traducono in un radicamento.
Abitare in montagna non è una scelta “romantica”, ma una questione di diritti di cittadinanza e di mezzi: la possibilità di restare dipende prima di tutto dall’accesso ai servizi essenziali, in particolare scuola, sanità e mobilità. Dove mancano servizi, lavoro stabile e reti sociali, il rischio è quello di una nuova forma di mobilità intermittente, che non riesce a invertire davvero i cicli di spopolamento. La sfida non è quindi il ritorno in sé, ma la costruzione di comunità che tengano insieme nuovi abitanti e residenti storici, evitando che la montagna diventi solo una parentesi.
Uno dei nodi principali messo in luce dal rapporto, riguarda i tempi di accesso ai servizi fondamentali. Molti comuni montani non sono isolati in senso assoluto, ma sono “lontani” in termini funzionali: raggiungere una scuola superiore, un ospedale o un nodo ferroviario può richiedere molto più tempo rispetto alle aree urbane, anche quando le distanze sono contenute. Secondo la Strategia Nazionale Aree Interne, che viene ripresa dal Rapporto, l’accessibilità si misura in minuti e il problema principale è non è tanto l’assenza totale, bensì la discontinuità dei servizi: trasporti pubblici poco frequenti, coincidenze inefficienti e strade più vulnerabili dal punto di vista climatico rendono la mobilità quotidiana un fattore critico, in particolare per quelle fasce di popolazione non completamente autosufficienti, giovani, anziani e famiglie.

Il ruolo delle montagne nel nostro Paese: non solo turismo
Le montagne sono sicuramente un luogo attrattivo per i turisti: il turismo rimane infatti centrale all’interno delle loro economie, generando il 6,7% del PIL delle montagne italiane, una quota allineata a quella dell’intero Paese. Nelle aree montane, in media, ci sono 19,3 posti letto turistici ogni 100 abitanti nelle aree montane, con 1.200 presenze l’anno ogni 100 abitanti. Non solo però solo turismo: il lavoro in montagna è sempre più plurale, con piccole imprese, artigianato, agricoltura di qualità, servizi locali, lavoro autonomo e nuove forme di imprenditoria.
Il tessuto produttivo montano è composto prevalentemente da imprese micro e piccole, spesso radicate nel territorio e legate a filiere locali. Un modello che è da un lato più fragile, ma anche più resiliente, perché meno dipendente da singoli settori e più capace di adattarsi ai cambiamenti. Dal punto di vista economico, ci sono esempi estremamente virtuosi, come quello dell’Alta Valle di Susa, in cui il turismo e la presenza di nuove imprese connesse hanno portato a tassi di occupazione tra i più alti del Piemonte, con forti dinamiche economiche legate ai settori turistici e ricettivi.
E se il turismo, come detto, resta una componente fondamentale dell’economia montana, bisogna fare una distinzione tra quelle aree segnate dalla “monocultura turistica”, spesso stagionale e concentrata, basata su grandi flussi, e quei territori che puntano su un turismo più lento, diffuso e integrato con la vita delle comunità, legato a cammini, natura, scoperta delle culture locali. La chiave dev’essere non tanto attrarre più visitatori, ma costruire un turismo di qualità, in grado di rafforzare i territori.
All’interno del rapporto c’è un’indagine Ipsos condotta da Nando Pagnoncelli che inquadra chiaramente il ruolo della montagna anche nell’opinione comune: il 90% degli intervistati nel Rapporto considera le montagne italiane una meta attrattiva per i turisti e il 56% le percepisce come un luogo dove vivere. Forse, puntando su un turismo più lento e consapevole, e a infrastrutture più democratiche, questi numeri potrebbero nei prossimi anni cambiare.
Il cambiamento climatico: la montagna come laboratorio e frontiera
Nel Rapporto il cambiamento climatico è un protagonista già evidente: le montagne sono infatti in Italia tra i territori dove gli effetti si manifestano prima e con maggiore intensità: basti pensare alla riduzione dell’innevamento (soprattutto sotto i 1500-1800 metri), con la durata del manto nevoso sulle Alpi diminuita in media del 30-40% alle quote medio-basse e un aumento delle temperature in montagna che è stato più rapido della media globale; alla riduzione dei ghiacciai alpini, che hanno perso in Italia oltre il 30% della loro superficie dal 2006, riducendo la disponibilità d’acqua nei mesi estivi per la fusione anticipata, con un impatto sull’agricoltura a valle, la produzione idroelettrica e l’approvvigionamento idrico in città.
Ancora, allo stress delle foreste: circa oltre la metà del territorio montano italiano è coperto da foreste, ma il cambiamento climatico ne sta alterando l’equilibrio, favorendo l’aumento di eventi estremi, il pericolo di incendi, l’aumento di rischio idrogeologico e la diffusione di parassiti e malattie (come il bostrico), con la trasformazione degli ecosistemi. Questo fa sì che le aree montane si siano negli ultimi anni trasformati loro malgrado in “laboratori” in cui tastare con mano i problemi – e di conseguenza poter trovare risposte: ecco che chi vive in queste aree svolge una funzione di interesse nazionale, perché presidia territori da cui dipendono equilibri ambientali che riguardano tutto il Paese.

Cosa cambierà con la nuova legge sulla montagna?
La legge nazionale sulla montagna (131/2025) affida al Governo il compito di ridefinire i criteri con cui stabilire quali comuni possano essere considerati “montani”. La proposta attualmente in discussione introduce parametri principalmente fisici – altitudine media, pendenza e interclusione territoriale – che porterebbero a ridurre il numero dei comuni montani riconosciuti a livello nazionale da oltre 4.200 a circa 2.844.
I criteri principali per individuare i Comuni montani sono tre: altimetria e pendenza, per cui un comune è considerato montano se almeno il 25% del suo territorio è sopra i 600 metri s.l.m. e almeno il 30 % presenta una pendenza superiore al 20 %; altimetria media, per cui sono aggiunti anche i comuni la cui altitudine media supera i 500 metri s.l.m., in quanto soggetti a svantaggi tipici di aree montane (es. servizi difficili da raggiungere); interclusione territoriale, per cui i comuni che non soddisfano i primi criteri ma sono totalmente circondati da comuni già classificati montani e hanno altitudine media di almeno 300 m s.l.m. vengono inclusi a loro volta.
Tuttavia, il decreto attuativo non è ancora stato approvato: la Conferenza Unificata ne ha sospeso l’esame, su richiesta di diverse Regioni alpine e appenniniche, che chiedono ulteriori approfondimenti. Secondo geografi e associazioni scientifiche, una classificazione basata quasi esclusivamente su criteri geomorfologici rischia di non cogliere la reale “montanità” dei territori, che dipende anche da fattori demografici, socioeconomici e soprattutto dall’accesso ai servizi.
Il nodo centrale, sottolinea il Rapporto, non è tanto stabilire chi è “dentro” o “fuori” dalla montagna, quanto garantire infrastrutture, servizi e condizioni di vivibilità che permettano alle persone di restare. Senza scuole, sanità, mobilità e connessioni adeguate, nessuna classificazione può tradursi in un reale diritto di cittadinanza per chi vive in montagna.
Puoi leggere l’intero rapporto qui.
