Curiosità
By Marta Fasolo
07/03/2026

Mallory e Irvine: il mistero dell’Everest che ha affascinato il mondo

La montagna più alta della Terra è un simbolo di grandezza, di sfida, di confine tra uomo e natura. Tra le sue nevi eterne e i venti gelidi rimangono segnati non soltanto i sentieri che i moderni alpinisti percorrono oggi, ma anche le storie di chi ci ha provato per primo, di chi ha spiato l’orizzonte più lontano prima che fosse possibile raggiungerlo. Tra queste storie ce n’è una che continua a catturare gli immaginari di esploratori, storici e appassionati: quella di George Mallory e Andrew “Sandy” Irvine, due uomini che nel 1924 scomparvero sul versante nord dell’Everest, forse a pochi metri dalla vetta, forse ancora prima.

Andrewrabbott, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

I due uomini, la grande sfida

Nel 1924 l’Everest rappresentava la frontiera estrema dell’esplorazione. George Leigh Mallory, geologo britannico, e Andrew Comyn Irvine, giovane studente di ingegneria di soli 22 anni, facevano parte di una spedizione britannica con l’obiettivo di portare per la prima volta esseri umani sulla cima del mondo.

Mallory, veterano di guerra e alpinista esperto, aveva già tentato in due occasioni precedenti la conquista dell’Everest. Irvine, più giovane e con meno esperienza alpinistica, fu scelto per la sua competenza nell’uso e nella manutenzione delle apparecchiature di ossigeno, cruciali a quell’altitudine. 

La combinazione tra l’esperienza di Mallory e le doti tecniche di Irvine rappresentava per il team britannico una delle migliori speranze per affrontare il secondo Step: un tratto di roccia estremamente impegnativo a oltre 8.500 metri di quota, dove la montagna sembra toccare il cielo.

L’ultimo sguardo

La mattina dell’8 giugno 1924 Mallory e Irvine lasciarono l’ultimo campo base e si diressero verso la vetta. Quel giorno, secondo il racconto del compagno Noel Odell, geologo e membro della stessa spedizione, il cielo era limpidissimo, e per un attimo Odell scorse due piccole figure procedere verso l’alto, «come due puntini neri contro la neve», mentre si avvicinavano a quella che avrebbe potuto essere la cima più ambita del pianeta.

Era l’ultima volta in cui Mallory e Irvine furono visti vivi.

Dopo quella visione fugace, nessuno li incontrò più; né furono rinvenuti i resti del loro accampamento avanzato. Nulla rivelò con certezza dove si fossero fermati, se avessero raggiunto o superato l’ultimo tratto e siano poi scomparsi nel ritorno. Da quel giorno, il loro destino è diventato una delle questioni più affascinanti e controversie nella storia dell’esplorazione della montagna.

Il corpo di Mallory: una scoperta che fece il giro del mondo

Passarono sette decenni prima che la montagna restituisse almeno una parte di quel mistero. Nel 1999, una spedizione internazionale di ricerca organizzata con la partecipazione di alpinisti di fama e sponsor scientifici trovò il corpo di George Mallory ad un’altitudine di oltre 8.150 metri sulla parete nord del monte.

Il corpo era ben conservato nella neve e nel ghiaccio per decenni, e le condizioni del ritrovamento (la gamba rotta, profonde ferite compatibili con una caduta, ma una composizione complessiva che non suggeriva un trauma immediato alla testa) raccontarono una fine drammatica.

Cercando di ricostruire le dinamiche dell’incidente, si propese a pensare che fosse successo in fase di discesa. Infatti il modo in cui la corda si era spezzata faceva pensare a uno sfregamento sulle rocce. E poi gli occhiali da sole furono trovati nelle tasche. Un indizio che fece subito pensare a un ritorno al buio. Il dubbio però restava: avevano raggiunto la cima e stavano tornando indietro? Oppure si erano resi conto che si stava facendo tardi e avevano scelto di abbandonare l’impresa?

La fotografia mancante: un indizio noto, ma non risolutivo

Tra gli oggetti personali che non furono trovati sul corpo di George Mallory durante il recupero del 1999, uno in particolare è stato spesso citato dagli storici dell’alpinismo: la fotografia di sua moglie, Ruth Mallory.

Prima della spedizione del 1924, Mallory aveva confidato a più persone l’intenzione di portare con sé una foto della moglie e di lasciarla sulla cima dell’Everest, come gesto simbolico qualora fosse riuscito a raggiungerla. 

Quando il corpo di Mallory fu ritrovato nel 1999, diversi effetti personali erano ancora presenti, tra cui vestiti, occhiali e alcuni oggetti da tasca, ma la fotografia non fu rinvenuta. L’assenza della fotografia ha dato origine a diverse interpretazioni, tutte però prive di conferme definitive

Nella foto, il team del 1924, con Mallory e Irvine primi a sinistra nella fila posteriore – Foto FB @George Mallory

Dove finì Irvine? Il mistero che durò un secolo

Diversamente da Mallory, Andrew “Sandy” Irvine non fu mai ritrovato. Per decenni il suo corpo rimase un enigma, alimentando ricerche, spedizioni e numerose teorie. Alcuni racconti non verificati di scalatori nei decenni successivi al 1924 suggerirono avvistamenti di un corpo sulla montagna, ma nessuna conferma ufficiale fu mai possibile. 

Poi, nell’autunno del 2024, una spedizione guidata da un team di National Geographic Documentary Films e capitanata dal fotografo ed esploratore Jimmy Chin fece una scoperta che finalmente gettò nuova luce sul destino di Irvine. Sul glaciar Central Rongbuk, ai piedi della parete nord dell’Everest, fu trovato un stivale da alpinismo contenente un piede umano e un calzino con l’etichetta “A.C. Irvine” cucita su di esso.

Ciò che i ricercatori non trovarono fu un piccolo oggetto che avrebbe potuto rispondere a una delle domande centrali della storia: una macchina fotografica Kodak Vest Pocket che si credeva Mallory e Irvine avessero portato con sé per documentare la salita. Se un rullino fosse stato recuperato e sviluppato, avrebbe potuto contenere immagini decisive — ma di quella fotocamera non fu trovato alcun segno. 

Le domande che restano aperte

Il ritrovamento non risponde però alla domanda che forse più di tutte affascina e divide: Mallory e Irvine hanno raggiunto la vetta dell’Everest prima di morire?

La storia ufficiale attribuisce a Edmund Hillary e Tenzing Norgay la prima salita documentata e verificata della cima del mondo, avvenuta il 29 maggio 1953, quasi trent’anni dopo la spedizione del 1924. 

Tuttavia, il fatto che Mallory fu visto a poche centinaia di metri dalla vetta, in condizioni meteo favorevoli, e che portava con sé una macchina fotografica (mai ritrovata) che avrebbe potuto immortalare la vittoria, ha lasciato aperta la porta a molte interpretazioni. 

L’assenza di prove fotografiche o di altri artefatti decisivi significa che non possiamo affermare con certezza che i due alpinisti siano stati i primi esseri umani a raggiungere il tetto del mondo. Allo stesso tempo, non abbiamo prove incontrovertibili che non lo abbiano fatto. È un mistero che rimane, in parte, tale.

Andrewrabbott, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Una storia di sogni e incognite

La vicenda di Mallory e Irvine continua a ricordarci che l’esplorazione, sia fisica che interiore, è spesso un cammino sospeso tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo. Le montagne, come anche i grandi racconti d’avventura, non restituiscono facilmente le loro risposte. In esse si intrecciano le condizioni climatiche, la fragilità umana, e l’incertezza storica. 

Come in ogni grande sentiero non segnato, restano pezzi di storia sparsi tra i ghiacci. Oggetti, resti, indizi che spingono altri a proseguire la ricerca. Forse un giorno verrà trovata anche la macchina fotografica, o forse resterà per sempre sepolta sotto neve e roccia. Quel che è certo è che, a distanza di oltre un secolo, il racconto di Mallory e Irvine continua ad affascinare e interrogare, un invito a camminare oltre la vetta dei fatti certi, verso il limite del possibile.

Articolo di
Marta Fasolo

🧗‍♀️ Umile escursionista che ama fare cose nuove
🏝️ Viaggio in Italia e vivo a Maiorca
🥾 Nei miei canali parlo di cammini, trekking e natura

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