Avventura
By Alessandra Lanza
03/06/2026

3.000 km a piedi in Nuova Zelanda: la sfida di Linda Campostrini lungo il Te Araroa

In Nuova Zelanda, nell’altro emisfero del mondo, esiste uno dei trekking più impegnativi del mondo. Si chiama Te Araroa, è lungo 3.000 km e attraversa tutto il Paese, da Cape Reinga, il punto più a settentrionale dell’isola a Bluff, all’estremo sud.

Linda Campostrini, 32 anni e 4 giri del mondo fatti prevalentemente in autostop, non aveva mai fatto trekking di lunga percorrenza prima di imbarcarsi in questa impresa lunga circa quattro mesi. Ma come ogni volta che si è messa in testa di portare a termine un obiettivo, ce l’ha fatta. Anche con un piede infortunato e condizioni atmosferiche avverse.

Attraversare la Nuova Zelanda a piedi significa affrontare foreste, montagne, fiumi, tempeste e settimane di isolamento. Ma l’unico modo per crescere veramente, racconta l’avventuriera di origini romagnole che da oltre 13 anni ha fatto del viaggio la sua quotidianità, è fare qualcosa che ci porti al di fuori dalla nostra zona di comfort. L’abbiamo intervistata mentre si trovava a Mount Cook, nella costa Ovest della Nuova Zelanda, dove è andata a caccia di ghiacciai dopo aver completato il Te Araroa, prima di rientrare in Italia.

 

Cos’è il Te Araroa e come lo hai scoperto?

È una follia, un’esperienza di vita! Qualche anno fa c’è stato il boom della mia storia, che è uscita su diversi giornali. In quel periodo sono stata contattata da un ragazzo per fare un programma TV, che era stato ispirato dalla sua esperienza sul Te Araroa. Me ne ha parlato lui quindi per la prima volta. Ascoltandolo ho pensato che fosse qualcosa di impossibile, almeno per me. Nella mia mente ha cominciato a crescere l’idea di dover rendere il mio impossibile possibile. E poi non avevo mai fatto trekking, quindi avrei potuto testare in un’esperienza nuova: secondo me noi esseri umani in generale cresciamo solo quando usciamo dalla zona di comfort… cioè, non solo, però principalmente. E non ero mai stata in Nuova Zelanda, immaginavo che sarebbe stato un posto magnifico.


Quanto ci hai messo a prepararti? 

Prepararmi…

È vero, tu improvvisi molto… 

Sono fuori di testa! C’è gente che ci ha messo anche sei mesi, un anno, no, io l’ho preparato in due o tre settimane, sicuramente meno di un mese. E la difficoltà infatti è stata che appena deciso ho cominciato a informarmi per il visto e mi sono resa conto che non avevo il tempo sufficiente per farlo. Il visto mi avrebbe dato più tempo, ma sono dovuta partire con un permesso di soggiorno di solo tre mesi, per poi occuparmene qui, durante il Te Araroa. Mi sono fermata cinque giorni a Auckland per estendere il documento. Consiglio quindi di prepararsi al meglio, io sono fatta così.


Credo che ognuno abbia il proprio metodo, che funziona per sé. Io, per esempio, essendo molto ansiosa ho bisogno di più tempo per organizzarmi!

Beh, se sei ansiosa il Te Araroa te lo consiglio: se superi quello ti fai passare qualsiasi ansia. Se non molli credo che cambi qualcosa nelle sinapsi, perché per mesi ti costringe a superare i tuoi limiti, e quando torni alla normalità ti sembra tutto facile. Pensi: “Beh, se ho fatto quello!”. Credo ti renda in grado di controllare i tuoi pensieri – ovviamente se non molli e arrivi alla fine. 

È la cosa più difficile che tu abbia fatto?

Quella secondo me è stata scrivere il mio libro “Sorridi, e vai”. Le persone come me alzano sempre l’asticella: se prendiamo la Linda di dieci anni fa, che non aveva ancora fatto più volte il giro del mondo… Quell’impresa poteva essere altrettanto sfidante. Alla fine tutte le imprese sono facili e difficili. Per il Te Araroa ci vogliono dai 3 ai 6 mesi di tempo, in cui succedono tante cose, spesso surreali: sono entrata in un’altra realtà, completamente diversa da quella che avevo vissuto prima. Non avevo mai dovuto  sopravvivere in natura o trovare l’acqua, ho imparato tutto da zero. La cosa che più mi ha arricchita sono stati gli incontri con i locali, a cui mi sono avvicinata ogni volta che ho potuto per conoscere la cultura della Nuova Zelanda, preferendo spesso chiedere ospitalità che appoggiarmi ai rifugi o ai camping. 

C’era una giornata tipo?

Più che una giornata, secondo me è più divertente raccontare la settimana tipo: il trekking era diviso in sezioni, alle quali dovevo prepararmi sapendo che non avrei incrociato per diverso tempo un supermercato, del cibo, etc. Ogni volta, dopo un segmento, dovevo svuotare tutto lo zaino, controllare cos’era rimasto, andare a fare la spesa, fare lo stock di cibo… Seguendo una routine e un meccanismo ripetitivo che mi ha divertito molto, non essendo abituata. Ogni mattina mi svegliavo con le prime luci dell’alba e cominciavo a camminare, per 10 ore, e poi mi fermavo in camping, in rifugio o, spesso, a casa degli sconosciuti! Dopo un po’ ho cominciato a bussare alle persone. Ho trovato, insieme alla Jamaica, il popolo più dolce e ospitale del mondo


Quante volte hai pensato di mollare?

Ho trascorso diverse giornate traumatiche, ma le rifarei tutte, perché mi hanno forgiato e reso una macchina. Ricordo in particolare uno dei pochissimi momenti in cui sono rimasta paralizzata dalla paura, e non me l’aspettavo, perché di solito nel momento della paura sono sempre nell’azione. È durato poco quel momento, ma lo ricorderò per tutta la vita: ho proprio pensato che stavolta sarei morta. Stavo attraversando il Tongariro National Park attraverso il circuito più lungo – per me tra le parti più belle. Ero con una persona e quel giorno c’era una bufera fortissima: tutti gli altri trekker si erano fermati, ma noi avevamo deciso di voler provare ad andare avanti, avendo fatto alcuni calcoli sul cibo e altre valutazioni. Beh, il vento era fortissimo: ogni 10 passi cadevo a terra. A un certo punto arriva l’attraversamento di un fiume su un ponte tibetano lunghissimo, che oscillava come non mai, una scena da film. Al ragazzo che era con me ho detto: “Vado prima io, perché non voglio vederti morire”. Ce l’abbiamo fatta. L’istinto di sopravvivenza ti dà un’energia e una quantità di dopamina che non avevo mai provato in modo così intenso. Facendo questo trekking mi sono resa conto di quanto il mio cervello trovi sempre un modo per pensare positivo, e come questo mi dia sempre la carica per andare avanti. 

È un’attitudine con cui si nasce o che si può anche allenare?

Tutto si può allenare, se lo vuoi. Ma è necessario uscire dalla propria routine e dal fatto di fare sempre le stesse cose. Io mi sono anche laureata in psicologia e questi meccanismi li ho anche studiati. È difficile creare nuovi schemi mentali rimanendo sempre nella stessa situazione. Quindi sì, si può allenare la positività, ma è più facile farlo facendo nuove esperienze.

E del tuo corpo, cosa hai scoperto?

Gli sono molto grata, perché non ho avuto grandi problemi, però è anche vero che dipende dai discorsi che ti fai. A metà della parte del trekking più a sud ho avuto un cedimento, dove forse in tanti avrebbero mollato. Mi sono data un paio di settimane di riposo e poi ho ripreso il cammino. Non è vero che il corpo non ce la fa: quando è connesso alla mente e alla motivazione che questa ci dà, può fare molto di più di quanto pensiamo. David Goggins ha corso una maratona in condizioni fisiche estreme, eppure è arrivato alla fine. Non dico che possiamo essere invincibili, ma fa tanto. 

In questi più di 14 anni, come è cambiato il tuo approccio al viaggio?

Ho passato una vita in viaggio. Ognuno di noi vive la vita in fasi. Ovviamente la Linda di 20 anni aveva esigenze diverse rispetto alla Linda di 30 e quindi ci sono state tante fasi, tante modalità di viaggiare. I primi anni ero proprio affamata di vedere, dopo essere stata per anni repressa nella mia indole di esplorazione: dagli 0 ai 19 anni non ho mai fatto nulla, non sono mai uscita da Borciano, il paese dove sono nata. Quando ho iniziato a viaggiare è stato un “voglio vedere tutto”. Poi ho cambiato l’approccio, adottando quello dell’antropologa, e ho cominciato a viaggiare per scoprire culture e soprattutto per approfondire aspetti che in Europa non non esistono e andare oltre i limiti della cultura nella quale sono cresciuta. Poi c’è stata la fase, da quando è arrivato il Covid, del viaggiare per lavoro, riscoprendomi guida. 

Da un lato sei cambiata tu, dall’altro lato quanto è cambiato il mondo?

Con l’avvento dei social… Vedi che la maggior parte delle persone non sono davvero presenti. Arrivano in un posto e al posto di sedersi e ammirare scattano un selfie. Oppure si fanno fare un video da un amico e poi se ne vanno, senza neanche guardarsi intorno. Su Te Araroa per la maggior parte del tempo non c’è rete e puoi davvero tornare alle origini: ci siete tu e la natura, magari per 8 giorni consecutivi. È qualcosa che si prova raramente. A volte, arrivata in rifugio, l’unica cosa che c’era da fare era leggere le pagine che trovavo lì, giocare e chiacchierare con qualcuno, se c’era, e per il resto meditare e stare con i miei pensieri. Una situazione a volte di discomfort alla quale non siamo più abituati. Quando mi chiedono “Che meta consiglieresti a un giovane?”, io consiglio di andare lontano, perché se un giovane va a Londra e nelle prime tre settimane ha dei problemi, poi torna a casa. Ma se un ragazzo va in Australia e nelle prime tre settimane ha dei problemi, li deve affrontare, capito? È solo così che si impara ad adattarsi.

Com’è nata l’idea del libro?

Quando avevo 9 anni ho fatto una promessa alla mia maestra – italiano era la mia materia preferita e ho sempre avuto la passione della scrittura. Le avevo detto, “prima dei trent’anni scriverò un libro” e quindi avevo ancora questo sogno non realizzato. La prima volta che ci ho provato era il 2018, ma i sacrifici che avrei dovuto compiere per portare a termine quell’impresa in quel momento pesavano più del sogno. Poi sono arrivate la fiducia e la motivazione. Nel momento in cui ero sulla cresta dell’onda mi ha contattato Rizzoli: di fronte alla proposta concreta e alla possibilità di essere letta, il sacrificio poteva valere la pena, e ho colto l’occasione. Anche in questo caso è stato uscire dalla mia zona di comfort! Ci ho lavorato per tre anni e dentro c’è tutta Linda: quando il libro è davvero scritto dal suo autore credo si senta. Non ha una struttura lineare, perché sono una che si annoia facilmente. Ogni capitolo è pensato per far fare un viaggio introspettivo al lettore, ci sono tanto coaching e psicologia, ma sottoforma di racconto. Credo sia un libro che può migliorare la vita.

Un’ultima domanda: cos’è che chiami casa?

Una sensazione di essere accolta, di non sentire il giudizio. Poter essere me stessa, circondata da persone genuine che aprono le porte del loro cuore o di casa senza aspettative, ma perché gli fa piacere quando vivono il loro tempo con te. È quello che poi io faccio con gli altri ed è per quello che tutti si trovano bene con me.

Puoi seguire Linda Campostrini sul suo profilo Instagram.

Articolo di

Giornalista, fotografa, creator, autrice: racconto cose, cammino molto, porto i miei genitori a fare cose che senza di me non farebbero e non bevo. Nel tempo che rimane continuo a camminare!

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