By Giulio Valente
03/08/2026

Marina e Giulio sulla Via degli Dei: finché salita non ci separi

Marina e Giulio partono da Bologna con due zaini pesanti, una tenda e parecchia curiosità. Davanti a loro ci sono la Via degli Dei, cinque giorni di cammino e oltre 130 chilometri fino a Firenze. Tra salite infinite, birre di fine tappa, antiche strade romane, piccoli imprevisti e un cinghiale fin troppo socievole, il loro viaggio diventa il racconto ironico e sincero di una coppia che ha scelto di mettersi alla prova, un passo alla volta.

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Tappa 01: da Bologna a Brento

Piazza Maggiore è già affollata. Marina scopre l’esistenza della “pietra della vergogna” (… curiosi, eh? Andate a cercarla). Ritiriamo la nostra credenziale e via. Non c’è segnaletica e questo ci lascia un po’ basiti: noi, abituati alle numerose “conchas de vieira” e “flechas amarillas” dei Cammini di Santiago, dobbiamo dirigerci verso via Saragozza e, da lì, raggiungere l’Arco del Meloncello.

Siamo belli pesanti: abbiamo deciso di percorrere la Via degli Dei dormendo in tenda e cucinando da noi. Abbiamo tante aspettative e tante curiosità su questo cammino. Giulio accompagna i suoi passi con i bastoni dell’amico Pappo: è un onore averlo con noi.

Inizia la prima vera salita della Via degli Dei, protetta dal porticato più lungo del mondo: quasi 4 chilometri e ben 666 archi (la numerazione si ferma a 658).

Sapevi che il portico di San Luca è il più lungo del mondo? Abbiamo scritto un articolo qui!

Le gambe si devono ancora scaldare e il ritmo è spezzato dai gradini. Decidiamo di rispettare la credenza popolare secondo cui i fidanzati non dovrebbero mai percorrerlo insieme. Si narra che le coppie che salgono insieme al Colle della Guardia siano destinate a lasciarsi e a non sposarsi mai. Meglio non rischiare: ci separiamo, per poi ritrovarci in cima.

Il portico ha la forma di un lungo serpente che si snoda su per la collina. Camminando verso il Santuario della Madonna, il pellegrino ripercorre il corpo del serpente finché non giunge alla Basilica, dove si trova il quadro della Vergine che, iconograficamente, schiaccia la testa del rettile. Il portico è quindi una metafora della sconfitta del demonio.

Arrivati al Santuario della Madonna di San Luca, la pianura si apre sulla sinistra. Primo timbro sulla credenziale alla Basilica: adesso l’avventura è ufficiale.

Segnaletica assente: si scende lungo il Sentiero dei Bregoli, che ci porta dritto a Casalecchio di Reno. Da qui si entra nel Parco Talon. Il paesaggio cambia completamente: l’asfalto lascia il posto alla terra battuta, al verde e al rumore del fiume Reno che scorre di fianco. Il cammino qui è pianeggiante e permette di prendere un buon passo, superando l’imponente Chiusa di Casalecchio e puntando verso Sasso Marconi. I chilometri e i pesanti zaini iniziano a farsi sentire sulle spalle, ma l’entusiasmo è a mille.

Dopo aver costeggiato i Laghetti del Maglio e superato il bellissimo Palazzo de Rossi, il sentiero ricomincia a salire per entrare nella Riserva Naturale del Contrafforte Pliocenico. È incredibile pensare che queste colline, milioni di anni fa, fossero fondali marini (alcune incisioni ce lo ricordano). La terra qui ha un colore diverso, sabbioso e spesso fangoso. Mi raccomando, fermatevi a prendere un sasso-melanzana, un sasso-fragola o chissà che altro, tutti simpaticamente lasciati da Cesare e Nora.

Superiamo la deviazione per Badolo (dove molti si fermano a dormire per spezzare la tappa) e, stringendo i denti, affrontiamo la dura salita finale a Monte Adone, una vera prova di resistenza. Il sentiero si stringe, la pendenza aumenta e le ginocchia iniziano a protestare dopo quasi 30 chilometri di cammino. Ma quando la vegetazione si dirada e compaiono le spettacolari pareti di arenaria erose dal vento, la stanchezza scompare. Sembra di camminare su una fortezza naturale di roccia giallastra, sospesa nel vuoto.

Arrivare alle due croci di ferro sulla cima è un’emozione pazzesca. Sono due perché la cima del Monte Adone è divisa esattamente dal confine tra due comuni: Sasso Marconi e Monzuno. Ciascuna comunità ha voluto posizionare la propria croce sulla vetta come simbolo di protezione per la propria valle. Da quassù lo sguardo spazia a 360 gradi: dietro c’è Bologna, minuscola, e davanti si stagliano i profili dell’Appennino che attraverseremo nei prossimi giorni. Il vento quassù pulisce i pensieri. Restiamo un po’ seduti sulla roccia calda a respirare.

La discesa verso Brento è ripida; sassi e terra richiedono l’ultima dose di attenzione della giornata. Le gambe vanno ormai per inerzia. Poi, finalmente, ecco apparire le prime case del borgo.

Montiamo la tenda presso il centro sportivo, poi ci concediamo una doccia calda e una birra fresca prima di andare a letto, stanchi ma felici.

Tappa 02: da Brento a Madonna dei Fornelli

Ci si lascia alle spalle la pianura e le ultime viste su Bologna per addentrarsi nel cuore selvaggio dell’Appennino tosco-emiliano, tra boschi di castagni, praterie e borghi d’altri tempi.

Smontare la tenda al mattino presto, con la rugiada che ancora bagna l’erba del centro sportivo di Brento, ha un certo fascino. Le gambe sono un po’ dure dopo i chilometri di ieri e la scalata a Monte Adone, ma una colazione abbondante e l’aria fresca che scende dalle cime rimettono subito in sesto lo spirito. Zaino in spalla, si riparte. Salutiamo Brento seguendo i primi segnavia bianchi e rossi del CAI. Una frana, poco fuori dall’abitato, interrompe la strada e bisogna fare una deviazione nel bosco per aggirarla. (Ahinoi, stendiamo un velo pietoso sulle segnalazioni.)

Il sentiero sale gradualmente alternando tratti di asfalto a sentieri sterrati.

Un cartello “Ospitale Monzuno” richiama la spettacolarità della “Ruta de los Hospitales” lungo il Cammino Primitivo (ricordi che animano forti emozioni). Ah… qualcuno di voi avrà lasciato, o lascerà, un calzino all’ingresso di una proprietà…

Il paesaggio sta cambiando: l’arenaria cruda di ieri lascia spazio a colline più dolci e verdi, punteggiate da vecchi casolari in pietra. Camminiamo di buon passo fino ad arrivare a Monzuno. Il paese è perfetto per una sosta: c’è un bel movimento e ne approfittiamo per bere una birretta fresca e far timbrare la credenziale in un bar. La piazzetta panoramica del paese offre un’ottima area, vicina al supermercato, dove consumare il pranzo al sacco e ricaricare l’acqua, che comunque abbonda sul percorso.

Usciti da Monzuno, la Via degli Dei comincia a fare sul serio con le pendenze. Ci immergiamo in una fitta e bellissima ombra: è il bosco di castagni secolari che ci accompagnerà verso Monte Venere. Questo tratto è pura poesia per i piedi, che finalmente riposano sul terreno morbido del sottobosco fatto di foglie e terra. I tronchi di questi castagni sono enormi e contorti: sembrano sculture naturali che custodiscono il cammino da secoli.

Il sentiero continua a salire costeggiando la vetta di Monte Venere (un altro richiamo alle divinità pagane). Decidiamo di non fare la deviazione ripida per la cima vera e propria per risparmiare le forze, e ci fermiamo per una merenda in una radura riparata. Stare lì seduti su un tronco abbattuto, circondati solo dal rumore del vento tra le fronde, ripaga di ogni sforzo. I pesanti zaini, una volta posati a terra, sembrano improvvisamente leggerissimi.

Usciti dal bosco, lo scenario cambia di colpo. Ci ritroviamo a camminare sul crinale del Monte Galletto. Qui la vegetazione si dirada, lasciando spazio a grandiosi prati aperti. A dominare l’orizzonte ci sono le enormi pale eoliche: il loro passaggio ravvicinato impressiona. Si sente il sibilo ritmico del vento tagliato dalle eliche. Da quassù la vista è immensa, l’aria è pulita e si comincia a percepire la vera solitudine della montagna, quella che ti entra dentro e ti fa affrontare un po’ i tuoi pensieri.

Lì, proprio vicinissimo alle pale eoliche, si innalza una magnifica opera d’arte: l’Organo del Vento (o Organo Eolico), una delle installazioni d’arte contemporanea più affascinanti, suggestive e “sonore” che si possano incontrare sull’Appennino tosco-emiliano. Si trova esattamente sul Monte Gatta e, pensate, è suonato direttamente dall’Appennino. Impossibile non fermarsi ad ammirarlo e a incantarsi davanti al panorama mozzafiato che lo circonda.

Scendendo verso la fine del crinale, incrociamo i primi segni tangibili della storia profonda di questo cammino. Vicino alla località Le Fornaci, iniziamo a calpestare alcuni tratti che anticipano la maestosa Flaminia Militare, l’antica strada romana del 187 a.C. Pensare che sotto i nostri scarponi moderni ci sono i grossi ciottoli posati più di duemila anni fa dai legionari consolari, che qui procedevano in sandali e tuniche, fa venire i brividi. Questo cammino è anche un viaggio nel tempo.

Una discesa finale, dolce ma costante, ci conduce finalmente alle porte di Madonna dei Fornelli (798 m). Il paese ci accoglie con la sua atmosfera tipica dei borghi di montagna: silenzioso, ospitale, con il Santuario della Madonna della Neve che domina la piazza principale.

L’albergo Poli mette gratuitamente a disposizione un’area per le tende, con bagno annesso.

Gambe stanche, ma il cuore è leggero. Troviamo lo spazio per la tenda, ci concediamo l’agognata doccia calda e una meritata birra fresca. Giulio ha la Concha sullo zaino e questo attira spesso l’attenzione degli altri pellegrini. Una giovane coppia ci fa domande in merito e così condividiamo la cena, parlando di cammini e di vita.

Tappa 03: da Madonna dei Fornelli a Sant’Agata

La tappa più lunga e più dura: i soli cinque giorni a disposizione ci impongono qualche chilometro in più.

Sveglia presto: l’aria a quasi 800 metri di quota pizzica la pelle e accelera le operazioni di smontaggio della tenda. Vista l’ospitalità, decidiamo di ringraziare consumando una ricca colazione al buffet dell’albergo. Un ultimo saluto al Santuario della Madonna della Neve, poi ci imbattiamo subito nella lunga e pesante salita che ci porta fuori dal paese, diretti verso il cuore selvaggio del confine tosco-emiliano. Le gambe ormai hanno preso il ritmo dei giorni scorsi e lo zaino sembra far parte del corpo.

Il sentiero sale costante tra fitti boschi di castagni e faggi. Superiamo la località Cedrecchia e, poco dopo, la storia ci si para letteralmente davanti. Iniziano i tratti più spettacolari e meglio conservati della Flaminia Militare. Camminare ancora su questi grandi lastroni di pietra (basoli) lascia senza parole. Puliti dal fango e dalle foglie grazie al lavoro di appassionati archeologi locali, questi tratti di strada sembrano un’autostrada millenaria sospesa nel verde.

Arriviamo, con non poca fatica, alla Piana degli Ossi, dove si trovano i resti di antiche fornaci romane utilizzate per cuocere la calce. Subito dopo, un cartello di legno e un cippo di pietra segnano un momento simbolico fortissimo: il passaggio dall’Emilia-Romagna alla Toscana. Vuoi non farlo, un video dell’attraversamento del confine? Da qui in poi siamo ufficialmente nel comune di Firenzuola, nella zona del Mugello. Il paesaggio non cambia subito, ma l’idea di aver superato il grande confine appenninico a piedi dà una carica pazzesca.

Attraversando le lunghe e suggestive faggete di Monte di Fo’, si giunge al punto più alto della Via degli Dei, in località Le Banditacce, a quota 1.204 m s.l.m., dove Marina annuncia la sua presenza suonando la campanella. Poco dopo, il silenzio del bosco viene interrotto dal rombo delle due ruote e, in breve, sbuchiamo sull’asfalto del Passo della Futa (903 m). Giulio si lascia andare ai ricordi: è la prima volta che raggiunge questo passo a piedi; ci è arrivato numerose volte in moto, ma è tutta un’altra storia.

Passiamo lungo la cinta del Cimitero Militare Germanico. È un luogo monumentale che toglie il fiato: una spirale di pietra grigia che accoglie le spoglie di oltre 30.000 soldati tedeschi. Il silenzio quassù è tagliente, interrotto solo dal vento. Fa riflettere profondamente su come queste montagne, oggi luogo di pace e cammino, ottant’anni fa fossero terra di sangue e trincee lungo la Linea Gotica.

Una piccola discussione per un’incomprensione ci riporta alla quotidianità, qui così lontana. È bello ritrovarsi semplici e autentici, pur lontani dalle dinamiche di tutti i giorni; è bello scoprirsi e ritrovarsi.

Lasciata la Futa, a causa della segnaletica poco chiara e a tratti assente (tanto per cambiare) e della perdita della traccia GPX (inconveniente di alcune app), ci perdiamo purtroppo l’aspra ma spettacolare salita al Monte Gazzaro e proseguiamo in falsopiano fino al Passo dell’Osteria Bruciata. Il nome evoca leggende tetre di epoca medievale: si narra che qui sorgesse una locanda il cui oste fosse solito uccidere i viandanti solitari per poi servirne le carni agli ignari avventori, finché il crimine non venne scoperto e la locanda data alle fiamme. Oggi, fortunatamente, ci sono solo un tavolo di legno, pace e una bellissima vista. Da questo crocevia lasciamo il crinale principale e iniziamo la lunghissima discesa verso il fondovalle toscano.

Il sentiero degrada dolcemente, trasformandosi in una strada vicinale fiancheggiata da ulivi e muretti a secco che profumano già di Toscana. Arriviamo stanchi ma felici a Sant’Agata, un gioiello medievale nel comune di Scarperia.

Troviamo il posto dove piantare la tenda, ci liberiamo finalmente degli scarponi e ci concediamo una doccia rigenerante. La serata si conclude a tavola con una birra fresca e una semplice ma rifocillante cena. L’Appennino è superato, Firenze è sempre più vicina.

Tappa 04: da Sant’Agata a Vetta le Croci…o poco prima!

In Toscana ci sono i cinghiali, per fortuna non solo!

La sveglia ha il peso dello zaino, manco se lo avessimo ancora in spalla. Colazione, sbaracchiamo e si parte. Oggi ci aspetta una tappa di saliscendi impegnativi, ma la prospettiva di avvicinarci a Firenze ci dà una carica incredibile. Zaino in spalla e una visita al borgo, prima di cominciare a salire tra gli ulivi.

Sant’Agata (frazione di Scarperia e San Piero, nel Mugello) è una piccola perla medievale che custodisce storie davvero singolari. Spesso i camminatori ci passano rapidamente, ma questo piccolo centro merita assolutamente una visita.

La Pieve di Sant’Agata è considerata il monumento romanico più importante e antico di tutto il Mugello (se ne parla già in documenti del 984 d.C.). Al suo interno custodisce un pezzo d’arte straordinario: un pulpito del 1175 decorato con intarsi di marmo e pietra serena. La curiosità? Tra i vari motivi geometrici, ci sono figure misteriose di animali e simboli medievali che gli studiosi cercano ancora di decifrare del tutto, legati ai bestiari dell’epoca e ai messaggi per i pellegrini che viaggiavano verso Roma.

La prima parte della giornata scorre via veloce fino a San Piero a Sieve. Al CRAI troviamo un’ottima ospitalità e la comodità di tavoli esterni, dove consumiamo una merenda che sa più di pranzetto anticipato.

Attraversiamo il paese e affrontiamo l’estenuante ma appagante salita alla monumentale Fortezza Medicea di San Martino del Trebbio, che domina dall’alto la città e il Tagliaferro. Da qui in poi il sentiero torna a farsi selvaggio, inerpicandosi verso la boscaglia. La salita sotto il sole toscano inizia a far sudare, ma il panorama sulle colline circostanti ripaga dello sforzo.

La discesa verso Campomigliaio ha il sapore di alcuni tratti percorsi sulle vie per Santiago; una lacrimuccia scappa.

Dopo chilometri di salita costante e pendenze severe che mettono a dura prova i polpacci, entriamo nella monumentale e fresca alberata che conduce al Convento di Monte Senario (815 m).

Questo luogo è una vera oasi di pace. Il convento fu fondato nel 1234 da sette nobili fiorentini (i Sette Santi Fondatori). Il complesso è imponente e immerso nel silenzio, circondato da una foresta di abeti secolari curata per secoli dai frati. Ci concediamo una sosta rigenerante sulla terrazza panoramica, da cui si gode di una vista pazzesca che spazia a 360 gradi. Gelatino in compagnia di Lela, una simpatica lagotta che ci fa sentire la mancanza dei nostri stupidotti lasciati a casa, in ottime mani.

Lasciamo la quiete spirituale del convento e riprendiamo il sentiero di crinale. Costeggiamo la ghiacciaia di Monte Senario, una monumentale struttura cilindrica ottocentesca, storicamente considerata una delle ghiacciaie più grandi d’Italia e d’Europa nel suo genere. Il paesaggio si fa più rado e brullo man mano che ci avviciniamo a Vetta Le Croci. I piedi sono stanchi, le ombre si allungano e iniziamo a cercare un posto adatto per piantare la tenda per la notte. Troviamo una radura invitante, leggermente riparata dal vento, ai margini del bosco e con una vista pazzesca su Firenze: si distingue benissimo la cupola del Brunelleschi. Aggiudicato: stanotte bivacchiamo. Montiamo la tenda al tramonto, ceniamo velocemente al sacco e, mentre siamo lì a goderci le stelle e le luci di Firenze in lontananza, un simpatico cinghiale ci rende consapevoli della sua presenza: a distanza, grugnisce qualche volta. A Marina scatta la vena difensiva: cibo tutto in un sacchetto appeso a un albero, spray antizanzare ovunque per confondere gli odori e bastoni a portata di mano in caso di attacco improvviso… Non vuole più fare nemmeno pipì.

Quel verso a pochi metri da noi ci ha dato una bella scarica di adrenalina. Restiamo ancora un po’ fuori dalla tenda, guardiamo le stelle e riflettiamo su quanti satelliti ci orbitano intorno: ne contiamo sempre un sacco.

Il bivacco in Appennino sa essere decisamente selvaggio! Domani sarà l’ultimo giorno: Fiesole e poi, finalmente, Piazza della Signoria a Firenze. Stanotte, sotto le stelle, nessun’altra notizia del cinghiale.

Tappa 05: da Vetta le Croci a Firenze

Il cinghiale passa a salutarci. L’arrivo a Fiesole, bellissima, e il traguardo a Firenze: che confusione!

Ci svegliamo presto, con le primissime luci dell’alba e l’aria fresca e frizzante del mattino in Appennino. Usciamo dalla tenda ancora un po’ intontiti dall’adrenalina della sera prima e, indovinate un po’, come se si fosse accorto del nostro risveglio, il cinghiale si fa sentire nuovamente: ci saluta. Nessun segnale di passaggio vicino alla nostra tenda.

Recuperiamo il sacchetto del cibo appeso all’albero, facciamo una colazione veloce al sacco, smontiamo la tenda in pochi minuti e via, zaino in spalla: oggi è il giorno della discesa finale. Firenze ci aspetta.

Il primo tratto di cammino si snoda lungo una splendida strada panoramica sterrata. Camminiamo circondati da muretti a secco, uliveti e filari di cipressi che gridano “Toscana” a ogni passo. I polpacci, messi a dura prova dalle pendenze dei giorni scorsi, ringraziano per questo percorso più dolce. La fatica quasi scompare, sostituita dall’eccitazione di vedere la meta avvicinarsi, anche se l’ultima salita a Poggio Pratone mette a dura prova nervi e gambe.

Dopo pochi chilometri, ormai su asfalto e marciapiedi, arriviamo a Fiesole e qui il cuore perde un battito. Ci fermiamo sulla terrazza panoramica: da quassù Firenze si mostra per la prima volta in tutta la sua bellezza, con la Cupola del Brunelleschi che svetta fiera tra i tetti rossi. Fiesole merita una sosta lenta. Questo borgo ha origini etrusche antichissime, ben precedenti a quelle di Firenze. Attraversiamo il centro e passiamo accanto all’area archeologica, che conserva un teatro romano del I secolo a.C., perfettamente conservato e ancora utilizzato per gli spettacoli estivi.

Ci concediamo una meritata sosta in un bar nella piazza principale per un cappuccino e una birra. Marina sorride, ormai rilassata dopo gli “allarmi fauna selvatica” della notte.

Due donne americane si avvicinano e ci chiedono del cammino. Anche loro hanno percorso parte dei Cammini di Santiago: ci confrontiamo a lungo sulla Via degli Dei e poi ci concediamo una bella chiacchierata sulle vacanze in Europa di due innamorate della nostra terra.

Lasciamo Fiesole e imbocchiamo la discesa storica attraverso la vecchia via acciottolata che scende verso la città. Passiamo per San Domenico e, passo dopo passo, i rumori della natura lasciano il posto a quelli della città. Le gambe si muovono da sole, i piedi fanno male ma non importa.

Entriamo a Firenze. Camminiamo lungo i viali, attraversiamo i quartieri storici e improvvisamente ci troviamo davanti alla maestosità di Santa Maria del Fiore. Il Duomo è immenso, bellissimo. Proseguiamo per gli ultimi metri lungo via dei Calzaiuoli fino a sfociare in Piazza della Signoria, ai piedi di Palazzo Vecchio.

Ci siamo. Che emozione. Mano nella mano, attraversiamo la piazza e ci fermiamo al centro, sotto gli occhi del David di Michelangelo. Un pellegrino si avvicina a noi: i pellegrini li riconosci subito, anche in mezzo alla moltitudine di gente che affolla Firenze la domenica a mezzogiorno. È arrivato anche lui da poco e ne approfittiamo per scambiarci le foto di rito. Un abbraccio forte e silenzioso, che ha il sapore della fatica, della condivisione e della gioia di aver fatto quel cammino insieme, giungendo al termine consapevoli che, nelle nostre vite, ce ne saranno altri, chissà dove.

Andiamo a ritirare il “Manifesto di fine Cammino”. Restiamo un po’ delusi: ci aspettavamo un po’ più di attenzione verso i pellegrini. Vabbè.

Via le scarpe, finalmente i sandali. Fa caldo, troppo caldo. Ci rinfresca il pensiero della notte passata in bivacco sul crinale, lassù. In uno dei vicoletti poco fuori dal centro ci abbandoniamo sul marciapiede: birretta e schiacciata toscana. Compriamo i biglietti per il ritorno e, sinceramente, non vediamo l’ora di tornare a casa: c’è davvero tanta confusione.

Cinque giorni di cammino, oltre 130 chilometri di fatica, fango, risate, boschi, panorami, dolori e pure cinghiali, racchiusi in un unico, immenso abbraccio. Ce l’abbiamo fatta!

Articolo di
Giulio Valente

Preparo piatti brutti ma buoni.
Adoro portare i miei passi per sentieri.
Un tramonto è magico ma l’alba di più!
Buen Camino Peregrino!
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