E se non fosse necessario avere una settimana o un mese di ferie per vivere l’esperienza di un Cammino? A volte basta cambiare prospettiva e imparare a percorrerlo una tappa alla volta, anche a distanza di settimane o mesi, dandoci la possibilità di conciliare il desiderio di camminare con i ritmi della vita quotidiana. Perché un Cammino è anche attesa e ritorno e non esiste un unico modo per percorrerlo, ma soltanto quello che ci permette di non rinunciare a partire.
Quante volte vi è capitato di pensare: “Mi piacerebbe tanto fare un Cammino, ma non ho mai abbastanza tempo”? A me un sacco di volte, e ho una lunga lista di Cammini in giro per l’Italia e per il mondo che rimando a quando ci saranno le condizioni economico-temporali più adatte. Ma chi ha detto che i Cammini si possono fare solo dalla tappa zero alla fine?
L’anno scorso, sul Cammino di Santiago, ho incontrato Juan e Maria, padre e figlia di 12 anni, tornati per il quinto anno consecutivo insieme sul Cammino Francese. Erano partiti cinque anni prima da Saint-Jean Pied-de-Port, quando lei ne aveva appena 8, e ogni anno, da allora, ne percorrono circa cinque tappe, per poi ricominciare il successivo da dove hanno lasciato. Io li ho incontrati due giorni dopo essermi mossa da Castrojeritz, la città in cui avevo terminato l’anno prima il mio percorso, esauriti i giorni di ferie, e da cui mi ero ripromessa di ripartire. Così ho fatto.
Non fraintendetemi: non nego che percorrere un Cammino dall’inizio alla fine sia qualcosa di meraviglioso ed emozionante. È un viaggio, un percorso di cui conosciamo a grandi linee le tappe, che ci riserverà sorprese che nonostante tutto non possiamo mai immaginare. Più dura, più ci allontana dalla quotidianità che spesso ci sembra di subire e più, man mano che andiamo lontano, ci riavviciniamo a noi stessi. Avere una, due, tre settimane per stare in Cammino è un grandissimo privilegio, ma, proprio per questo, non sempre tutti abbiamo tempo e risorse a disposizione.
E allora che si fa? Si rinuncia? Perché non proviamo, visto che ogni cammino è fatto di tappe, spesso modificabili per adattarle alle nostre esigenze, a trovare una scansione alternativa che ci permetta di spezzarlo anche a distanza di settimane, mesi, o anni? È meglio rinunciare a un Cammino perché non avremmo tempo sufficiente per percorrerlo tutto, o piuttosto farlo a puntate? Ognuno ha la risposta giusta per sé, e anche io ho trovato la mia. La risposta che ho trovato per me è che devo fare con ciò che ho a disposizione, aperta alle modalità possibili, per farne l’esperienza più autentica.
Quest’anno, ad esempio, avevo a disposizione un numero ridotto di giorni di ferie: lo scorso luglio ho percorso la Via Spluga, facendo le prime tre tappe di quattro, sfruttando un giorno libero da appiccicare al weekend – e il fatto che la Val Chiavenna fosse facilmente raggiungibile da Milano e ben collegata anche con l’altro capo del percorso che comincia in Svizzera. Il Cammino si percorre generalmente in quattro o cinque giorni: io ho coperto le prime tre tappe e tornerò appena possibile per percorrere l’ultima.
L’anno scorso, invece, ho percorso l’Alta Via delle Grazie. Non avevo 13 giorni a disposizione per completarla nella sua interezza, e ad aprile, quando sono riuscita a organizzarmi, non era ancora scomparsa del tutto la neve al Passo della Manina: attraversarlo sarebbe stato troppo pericoloso. Ho scelto allora la variante in 7 tappe proposta dal Cammino e ho aggiunto delle deviazioni al suo interno così da riuscire a percorrere altri due tratti. Nei mesi successivi, muovendomi in treno e in bus, sono tornata sui tratti che non ero riuscita a percorrere la prima volta, recuperando anche i timbri mancanti. Non volevo a ogni costo collezionarli tutti, ma è stato bello sentire di aver chiuso un cerchio.
Qualche settimana fa, poi, ho sperimentato un nuovo modo ancora per me di fare un cammino, “a puntate”. Dopo cinque giorni trascorsi in ufficio a sognare il weekend, progettando un’escursione in montagna con notte in rifugio, il meteo avverso previsto per la giornata di sabato ha scombinato i miei piani. Così, sabato sera, ancora incerta sulle condizioni della domenica, mi sono ritrovata con una domanda: dove andare, in giornata, senza sfidare le altitudini (visto il meteo ancora variabile), senza prendere la macchina (visto che da sola a bordo avrei avuto un impatto ambientale sproporzionato) e senza andare troppo lontano (visto che il giorno successivo sarebbe stato lunedì e avrei dovuto catapultarmi in ufficio molto presto)?
Ho aperto l’app di Cammini d’Italia per valutare se ci fossero percorsi negli immediati dintorni di Milano. Tra i vari Cammini, ho trovato la Via Francisca del Lucomagno, che congiunge Lavena Ponte Tresa e Pavia, passando per Ganna, Varese, Castiglione Olona, Castellanza, Cuggiono, Abbiategrasso e Bereguardo, per un totale di 135 km. Un cammino in 7 tappe per cui mi sarebbe servita almeno una settimana di ferie. Rimandare di nuovo, e inserirlo nella lista lunghissima? O affrontarne intanto una tappa, per guardarlo un po’ più da vicino?
Ho studiato brevemente la rete ferroviaria e ho capito che avrei potuto raggiungere Varese in treno, per poi rientrare a Milano la sera stessa, sempre in treno. Sono partita come pianificato da Varese intorno alle 9 del mattino, ho fatto una piccola pausa per rifocillarmi a Castiglione Olona all’ora di pranzo, poi ho puntato verso Castellanza, meta della tappa successiva, e con una breve deviazione ho raggiunto la stazione di Tradate.
Nessuna notte in ostello, nessun incontro con altri pellegrini. Mi sarà completamente mancata l’atmosfera tipica di un Cammino, direte voi. Beh, quella parte lì in effetti l’ho persa. Ma nel momento in cui ho cominciato a seguire la segnaletica dedicata, uscendo dal centro città per immergermi nel verde, ho provato la stessa adrenalina e le stesse emozioni che provo ogni volta che mi metto in cammino per giorni. Ho ascoltato il mio corpo per capire dove fermarmi a riposare o a mangiare qualcosa, ho chiacchierato con gli sconosciuti che ho incontrato, ho visitato i punti di interesse segnalati lungo il percorso e ho apprezzato panorami e sentieri, felice di guardarmi intorno per ritrovare il simbolo che mi indicasse la direzione.
Mi sono ripromessa di tornare presto sulla Via. E mi sono chiesta: non è forse l’attesa del Cammino essa stessa il Cammino? Un Cammino non inizia forse quando cominciamo a progettarlo, prima ancora che muoviamo il primo passo lungo i sentieri? E sappiamo bene che non finisce mai dopo l’arrivo alla tappa finale, ma continua a lavorare dentro di noi, nei ricordi raccolti e, perché no, nei rapporti con le persone che abbiamo incontrato.
Quante volte ci è capitato di essere tristi per essere già arrivati alla fine? Beh, un cammino in sette tappe, percorrendone una alla volta, può durare non sette giorni, ma settimane o mesi, permettendoci di non rinunciare anche quando non abbiamo sufficiente tempo a disposizione. È un modo per guardare cosa c’è vicino a casa nostra, mentre spesso sognamo di andare troppo lontano. E forse è un modo per allenarci a desiderare, a prenderci cura di quel desiderio e a persistere. È un po’ come una relazione a distanza: non è facile vedersi solo una volta ogni tanto, ma tra un incontro e l’altro si può sognare il momento in cui finalmente ci si riabbraccerà, si possono elaborare tutte le emozioni provate e si possono prendere le misure per la volta successiva.
Forse il bello di un Cammino a puntate è non dover aspettare il momento perfetto per partire, ma imparare a fare spazio al desiderio con il tempo e le risorse che abbiamo. Non sempre possiamo scegliere quanto tempo dedicargli, ma possiamo scegliere di non rinunciarci: trovare il nostro ritmo, modificare i programmi, tornare sui nostri passi e ripartire da dove ci eravamo fermati. Non c’è un unico modo per fare un Cammino, né c’è un modo più giusto: si tratta pur sempre di percorrere una tappa alla volta, ricordandosi che a volte il segreto non è avere più tempo, ma trovare il coraggio e il modo di cominciare comunque.
