Cammini
By Alessandra Lanza
22/09/2026

Alessandro Beloli racconta i viaggi più importanti, dal Sud America al Cammino di Santiago

Un viaggio può cambiarti la vita? Per Alessandro Beloli, divulgatore e autore, il viaggio in solitaria in Sud America del 2015 ha segnato un prima e un dopo. Partito con un biglietto di sola andata per la Bolivia, ha attraversato anche Perù ed Ecuador, un’esperienza che ha raccontato nel libro WAYRA, il colore del vento. Ospite allo Yunka, ci ha raccontato come quell’avventura abbia trasformato il suo modo di guardare il mondo, che cosa distingue un viaggio da una vacanza e perché anche un cammino, tra incontri e imprevisti, può diventare un’esperienza capace di trasformarci.

Alessandro Beloli è uno dei creator e divulgatore di riferimento per chi vuole capire qualcosa in più di attualità, geopolitica, geografia e di angoli di mondo vari ed eventuali. Nato nel 1988, è laureato in Scienze Geografiche e ha svolto prima la professione di professore di Geografia, Storia e Lettere, per poi lanciarsi nel mondo della divulgazione: ha collaborato con Rai Gulp e poi dal 2021 al 2015 con Geopop e continua oggi a raccontare luoghi, usi, costumi, storie e scenari complessi sul suo profilo YouTube con “Il mondo a portata di mano”, oltre che su Instagram e TikTok. Cresciuto tra il mito di Piero Angelo e quello di Indiana Jones, nel 2026 ha pubblicato il suo primo saggio “Geopolitica a portata di mano”. La sua opera prima è però un romanzo pubblicato nel 2016 e si intitola “WAYRA, il colore del vento” e racconta di un viaggio in Sud America che l’anno precedente gli ha in qualche modo cambiato la vita. Ospite anche allo Yunka di quest’anno, Beloli ci ha raccontato proprio di quell’esperienza e abbiamo chiacchierato insieme a lui di viaggi e cammini. 

Qual è il primo viaggio che hai fatto nella tua vita e che consideri un viaggio?

Il primo vero viaggio che ho fatto, anzi direi che il viaggio che più mi ha cambiato, è quello che ho fatto in solitaria in Sud America nel 2015. Non è che prima non viaggiassi, ma lo facevo prevalentemente in famiglia o con amici: erano delle avventure, erano delle vacanze, ma non erano dei veri e propri viaggi. Lì mi sono completamente estirpato dal mio contesto e sono andato con biglietto di sola andata in Bolivia, attraversando anche Perù ed Ecuador, costretto ad arrangiarmi in luoghi di cui non conoscevo la lingua, con lo zaino sulle spalle. Considero quello il primo vero viaggio – nonché il mio viaggio più grande, il più importante che io abbia fatto finora poi, nonostante abbia replicato in parte quella dinamica. Tant’è che continuo a raccontarlo perché mi ha cambiato tanto da creare un nuovo me rispetto a quello che ero prima.

Come hai scelto di partire e quanta paura avevi di non farcela? 

La motivazione della partenza era dimenticare il primo grande amore, cosa che non riuscivo a fare in nessun modo e soffrivo tremendamente nonostante fossero passati mesi da quando ero stato lasciato. Ho pensato che cambiare aria fosse l’unico modo per evitare di pensare a lei qualsiasi cosa vedessi, perché i contesti che frequentavano erano un continuo rimando a questo pensiero fisso. L’idea di non farcela non mi è mai passata per la testa perché era talmente forte la motivazione ad andarmene che nemmeno pensavo a quello che sarebbe stato, dovevo partire e basta.

Cos’è che fa di un viaggio un viaggio?

Quello che rende un viaggio un viaggio è la decostruzione di parti di te o di te nel tuo complesso. Una vacanza è un modo tra virgolette per staccare, per divertirti, per gioire, per fare tante cose che però ti mantengono in gran parte uguale a te stesso, mentre un viaggio – che sia il superamento di alcuni tuoi stereotipi oppure di alcuni tuoi moventi, oppure ancora di alcuni tuoi modi di comportarti e di tue concezioni pregresse – ti modifica in modo radicale, per cui non puoi tornare uguale a prima.

Un viaggio secondo te deve avere una durata specifica o può essere anche un’esperienza molto breve?

Direi che se vogliamo parlare di viaggio probabilmente dovremmo parlare di un periodo relativamente lungo. Per quanto riguarda la mia concezione personale un viaggio può anche durare una giornata e basta. Lo possiamo chiamare viaggio? Non lo so, ma ci sono esperienze al di fuori dei tuoi contesti abituali, un weekend fuori porta o semplicemente “una gita”, che hanno un impatto tale su di te perché li hai vissuti in un certo modo, con una certa predisposizione d’animo o facendo determinati incontri che hanno lo stesso valore di un viaggio che magari dura un mese. 

Ragionando adesso con te mi viene da dire non si può mai sapere se un viaggio sarà un viaggio lo sai solo alla fine probabilmente no? 

Decisamente sì, nel senso che ci sono magari viaggi in cui tu parti con grandissime aspettative e poi queste aspettative per motivi vari vengono deluse. Quindi forse il modo migliore per riuscire a compiere davvero un viaggio è partire con l’animo “vuoto”, e quello che arriva arriva. Forse una delle chiavi per riuscire a vivere un viaggio pienamente e realizzarlo pienamente è non avere aspettative e accogliere tutto quello che ti avviene come qualcosa di nuovo, positivo o negativo non importa perché comunque ti cambierà.

Mi chiedo se un cammino sia sempre un viaggio o dove si intersecano i due insiemi. Te lo chiedo visto che sei sia un viaggiatore che un camminatore. 

Un cammino non è sempre un viaggio, per lo stesso motivo per cui non lo è per forza una “vacanza”… però probabilmente, rispetto a una normale vacanza, il cammino ti porta a muoverti e a fare determinate conoscenze in maniera più lenta più riflessiva e quindi di conseguenza diventa più facilmente un viaggio rispetto a tanti altri modi di muoversi, spostarsi, esplorare. Anzitutto perché hai più tempo, un’enorme quantità di tempo per riflettere su te stesso, e l’introspezione ti porta inevitabilmente a fare i conti con qualcosa che hai dentro. La lentezza nello spostarsi ti permette di fare incontri che altrimenti utilizzando altri mezzi probabilmente non avresti mai fatto e spesso sono gli incontri più inusuali che determinano grandi cambiamenti. E quindi cammino non è uguale a viaggio, ma cammino spesso e volentieri è viaggio.

Chiaramente quel viaggio, l’hai detto tu stesso ti ha cambiato più di ogni altra esperienza che tu abbia magari fatto anche dopo. Il primo cammino che hai fatto invece come ti ha cambiato?

Il primo grande cammino è stato il Cammino di Santiago, quello francese. Di nuovo, sono partito per superare il secondo lutto amoroso. Praticamente i miei grandi viaggi partono dalle grandi delusioni d’amore! Devo dire che ho vissuto alla grande il cammino di Santiago, anche qui c’è stato un vero e proprio cambiamento. Era il 2020, quindi l’anno del Covid: è stato un cammino molto particolare perché eravamo molto pochi rispetto a quelle che sono le cifre attuali. Quando si entrava negli ostelli venivamo completamente riempiti di spray per evitare il contagio, si dovevano usare le mascherine… insomma è stato complicato dal punto di vista logistico. Però il fatto che fossimo in pochi ha secondo me aiutato ancor più la socializzazione e la conoscenza reciproca. Sono partito in realtà prendendola quasi come una sfida con me stesso, a tratti anche sportiva, per dimostrare a me stesso che riuscivo a fare più chilometri degli altri o a doppiare le tappe. Poi il cammino decide, e ho incontrato persone che mi hanno fatto rallentare e vivere l’esperienza come secondo me andrebbe vissuta, cioè come accoglienza di tutto ciò che accade, con dei rallentamenti, delle soste, momenti in cui bisogna andare “più veloce”, e come approfondimento di relazioni umane. Nonostante questo, il primo viaggio, quello in Sud America, era stato talmente altro. Farò un paragone nerd da videogiocatore: mentre il cammino è unidirezionale e ti porta a seguire un determinato itinerario, anche con le sue diramazioni, il Sud America era un open world in cui potevo andare ovunque. È stato comunque un’esperienza enorme e bellissima, lo considero il mio secondo grande viaggio. 

Il terzo a questo punto?

Il terzo grande viaggio ancora non l’ho fatto, secondo me.

E quindi aspettiamo la terza delusione?

No, no, no, facciamoci deludere da qualcos’altro questa volta.

Hai appena fatto un’esperienza di un paio di settimane in Cina: forse non è paragonabile, non hai decostruito magari te stesso, ma comunque hai decostruito tutta una serie di convinzioni e pregiudizi, e anche quello in sole due settimane può essere stato qualcosa.

Sì, senza dubbio, quest’estate sono stato sia in Cina che in Egitto e in entrambi i casi sono tornato cambiato. In Cina proprio non mi aspettavo nulla: avevo qualche preconcetto e stereotipo, che poi effettivamente si sono rivelati molto superficiali o erronei. Invece in Egitto ho soddisfatto desideri e sogni che avevo fin da bambino e che mi hanno portato ad emozionarmi profondamente. Dall’altro lato mi ha stupito tantissimo lo scarto tra ciò che è stato uno delle più grandi civiltà del pianeta, in grado di costruire cose così grandiose e monumentali, e con la povertà e il degrado attuali. È un popolo che nei confronti dei turisti è incredibilmente insistente e può quindi portarti molto fuori dalla tua zona di comfort: lo stress diventa molto alto e come tu reagisci a questo stress ti dice qualcosa di te stesso, ti permette magari anche di cambiare in parte i tuoi atteggiamenti o di vivere diversamente lo stress in altre situazioni.

Se potessi partire domani per un viaggio, A, ti sentiresti in qualche modo pronto anche se non hai niente da risolvere in questo momento, e B, dove andresti?

Sì, mi sentirei pronto e probabilmente in questo momento il mio più grande desiderio è andare in Giappone. Mi sto già informando per andare, ci andrò per forza.

Ci sono posti che ti sono rimasti un po’ lì, però nel frattempo ti rendi conto che sono stati talmente tanto cambiati dal turismo che pensi, ho perso qualcosa? 

Cuba. Cuba l’ho persa: non esiste più la Cuba di qualche anno o decennio fa. Adesso è in una situazione drammatica, anche per motivi geopolitici: probabilmente verrà inserita nell’area di influenza americana e questo la cambierà per sempre. Però non posso avere delle recriminazioni di non averla vista come andrebbe vista: non esiste un momento specifico in cui un posto andrebbe visto, perché tutto cambia, e quindi mi dispiace di non averla vista in un determinato periodo storico, ma non è che la Cuba attuale sia meno Cuba di allora, è semplicemente una Cuba diversa. Se avessimo la macchina del tempo allora sarebbe bello vedere l’Italia ai tempi dei Romani, mentre adesso è diversa. Insomma, vale per tutto.


Quanto fa anche il racconto di un viaggio? In undici anni avrai raccontato il viaggio in Sud America più volte, ne hai anche fatto un libro. La memoria umana tende a riscrivere un po’ ricordi, sensazioni, a mettere nuovi strati di significato. Oggi lo stai raccontando nello stesso modo in cui l’hai raccontato quando sei tornato all’epoca? E quanto continuare a parlarne cambia la tua esperienza di quel viaggio? 

È un continuo crearsi di matrioske: c’è il nucleo fondamentale che è il viaggio e l’esperienza che è avvenuta. La prima matrioska è l’esperienza mediata, quindi come io ho vissuto quelle determinate cose che dipendevano dal mio mood, dal mio modo di essere e quant’altro, che è un modo prospettico, e quindi già le cose che io ho vissuto le ho vissute in un certo modo, dove qualcun altro le avrebbe vissute in un altro. Poi c’è stata la mediazione dello scrivere quell’esperienza, perché quando scrivi per forza di cose devi semplificare, alcune cose sono inesprimibili, altre magari è meglio non dirle. Quello ha un effetto terapeutico notevole perché butti fuori tutto, soprattutto in un momento nel quale magari sei fragile e hai bisogno di andare avanti. Dopodiché c’è il racconto di quella cosa, che a seconda del pubblico può cambiare o meno, semplificando ulteriormente, enfatizzando ulteriormente, spettacolarizzando ulteriormente, perché diventa una sorta di teatro: è come se si partisse da un’opera originale, da un’esperienza originale – immaginiamoci la guerra di Troia effettivamente avvenuta, posto che sia avvenuta ma probabilmente è avvenuta – e poi il racconto che se ne fa e le opere successive che ne parlano sono una continua trasformazione che veicola a seconda dei casi e delle volte emozioni o pensieri diversi, ma che rimane autentica in sé stessa.

Articolo di
Alessandra Lanza

Giornalista, fotografa, creator, autrice: racconto cose, cammino molto, porto i miei genitori a fare cose che senza di me non farebbero e non bevo. Nel tempo che rimane continuo a camminare!

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