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Cammini
By Alessandra Lanza
09/04/2026

Camminare da soli o in compagnia? Le vostre storie raccontano cosa succede davvero in cammino

C’è una domanda che prima o poi ci facciamo tutti, anche chi non ha ancora indossato scarpe e zaino, ma ci sta pensando: meglio camminare da soli o farlo in compagnia? Come sempre, non esiste una risposta giusta per tutti (e per sempre). Se però davvero vogliamo trovarla, il modo migliore è incamminarci e rimanere aperti a qualsiasi incontro. A questa domanda abbiamo provato a rispondere insieme a Khalil, Gaia, Federico e Massimo, membri della community di Cammini d’Italia che ci hanno raccontato i loro modi di vivere il cammino. Modi differenti, che non si escludono: più complementari che alternativi, e capaci di risuonare in noi proprio nelle loro differenze.

La dimensione del silenzio

Quello che all’inizio manca nei cammini poco frequentati – le voci, il rumore di fondo della vita quotidiana – diventa a poco a poco uno spazio pieno. «Per me la solitudine nel cammino non è un peso, ma la massima espressione di libertà: mi permette di ascoltare i miei passi senza interferenze…», racconta Gaia, 32 anni, di Faenza. Al traffico e alle notifiche continue si sostituiscono il ritmo dei propri passi, che fanno un suono diverso su ogni terreno, il vento tra gli alberi, gli altri rumori della natura e della sua fauna, o le voci che ancora non conosciamo.

Una dimensione che, anche personalmente, vivo sempre in forte rottura con la mia vita quotidiana milanese e di enorme beneficio, è quella del silenzio. Che spesso chi cammina da solo ricerca, ma che può mettere anche a dura prova, come racconta Khalil, 40 anni, originario di Damasco, che ha percorso il suo primo cammino nel giugno 2021. La Via di Francesco, da Verna ad Assisi, cominciata non solo con uno zaino pesante, ma anche con «tanti pensieri, emozioni, dubbi». I primi giorni del suo primo cammino sono stati difficili. «Il silenzio mi faceva quasi paura, era un silenzio rumoroso che cercavo di riempire in tutti i modi: parlando, cantando, pregando, facendo qualsiasi cosa. Poi, piano piano, ho smesso di combatterlo, l’ho accettato e lì è cambiato qualcosa», racconta. 

«Ho iniziato a stare bene in mia compagnia, a parlare con me stesso, riflettere, mettermi in discussione». Ed ecco che dopo tanto silenzio, in un Eremo, quello di Cerbaiolo, le poche parole di un frate, “salutami Francesco”, nella loro semplicità hanno lasciato un segno. «Da quel momento ho capito che partire da solo non era una mancanza, ma una scelta». E nell’Eremo di Gamogna, lungo il Cammino di Dante, dove è passato nel giorno del suo compleanno, le Suore il quotidiano silenzio lo hanno rotto per condividere con lui quel momento, e festeggiarlo.

Gaia durante un cammino

Camminare da soli: autonomia, fatica e trasformazione

«La prima volta sono partito da solo – spiega Khalil – perché a un certo punto ho sentito che ne avevo bisogno. Forse tutto è iniziato anni fa, quando mio padre raccontò di aver camminato per tanti chilometri senza accorgersene, mi ha lasciato un segno». Parte da sola, racconta Gaia, «Perché è la mia “dimensione naturale” da quando avevo 19 anni; è così che ho iniziato a scoprire il mondo. Per me la solitudine nel cammino non è un peso, ma la massima espressione di libertà: mi permette di ascoltare i miei passi senza interferenze e di decidere ogni istante secondo il mio sentire. Non mi sento mai veramente sola, perché il cammino ti connette costantemente con gli altri e, soprattutto, con la parte più autentica di te stessa/o.»

Il primo cammino di Gaia è stato quello di Santiago, nella sua variante francese, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Finisterre, nell’autunno 2022. «In poche parole lo descriverei come un Ritorno alla Luce. Venivo da anni di buio profondo, un periodo in cui la depressione mi aveva tolto la capacità di immaginare un futuro costringendomi a vivere dentro una scatola nera dove mi sentivo completamente persa. Il Cammino è stata la mia seconda nascita, un ‘viaggio nel viaggio’: a ogni passo la mia mente si liberava di pesi che portavo da troppo tempo. In quel movimento costante, tutto è diventato più sereno e limpido: ho preso il buio che avevo dentro e l’ho trasformato in qualcosa di positivo, un punto di forza, un’energia nuova che non pensavo di avere». 

I benefici mentali del camminare, anche da soli

Chi ha camminato, anche per poco tempo, in solitaria se n’è reso conto: il rapporto con l’ambiente cambia. Non è solo un retorico “immergersi nella natura”, ma un entrarci davvero, fino in fondo. Dei benefici della camminata sull’umore, sull’attenzione e la memoria e della sua capacità di rinforzare il sistema immunitario vi avevamo già parlato nel dettaglio. Come raccontavamo, diversi studi hanno riportato che chi cammina per almeno 90 minuti in un ambiente naturale, come una foresta o un parco, ha minori probabilità di rimuginio, ansia e depressione rispetto a chi cammina in un contesto urbano – e il bello è che vale anche in gruppo!

Camminare da solo, spiega Massimo, 62 anni, dalla provincia di Torino, «ti porta a farti domande che magari ti fai anche in altri momenti, ma ti dà anche la possibilità di ragionarci meglio sopra. Apre una porta verso qualcosa che spesso teniamo chiuso». Ecco che un rimuginare che nella quotidianità a volte sorge quasi spontaneo, diventa spazio per un dialogo aperto e più lucido con sé stessi, perché nessuno ci corre dietro. E ci si può riscoprire più consapevoli. Anche perché camminare da soli ci porta ad aumentare, inevitabilmente, il livello di attenzione, e ad assumere responsabilità nei confronti del proprio corpo che diventa allenamento: gestione delle energie, capacità di adattamento e di leggere il contesto, di far fronte agli imprevisti.

Il gruppo: sicurezza, incontri e umanità

Se il cammino solitario scava dentro, quello condiviso costruisce e porta a sua volta enormi benefici, insegnandoci a condividere, a essere pazienti, ad assumere nuove prospettive e a rispettare la libertà degli altri. Khalil racconta un momento sulla Via degli Dei, negli ultimi chilometri, con un dolore forte al piede: «Una donna, Claudia, con cui dovevo arrivare a Firenze, si è fermata e mi ha aiutato, massaggiandomi il piede. Un gesto semplice, ma pieno di umanità». Da solo forse Khalil non sarebbe ripartito con lo stesso spirito. Ecco che «negli ultimi tempi però sento anche qualcosa di diverso, come se fosse arrivato il momento di condividere di più, non perché mi manca qualcosa, ma perché sono pronto!».

Massimo porta un esempio diverso, ma altrettanto potente: un gruppo nato per caso il primo giorno di cammino e che però non si è più sciolto. Il primo cammino di Massimo è stato il Cammino dei Borghi Silenti, in Umbria, per i suoi sessant’anni, dopo aver tanto rimandato. Era da oltre vent’anni che sognava di intraprendere quello di Santiago – che ancora non è riuscito a percorrere –, aspettando il momento giusto e di avere abbastanza tempo, il bene più prezioso, a disposizione.

Era la prima volta che si separava dalla famiglia per così tanto tempo e il distacco non è stato subito positivo. Massimo lo ricorda quasi “traumatico”. «Ho chiesto alla mia famiglia, per il mio compleanno, non un regalo, ma una settimana di tempo per partire e staccarmi. La prima reazione non è stata positiva: è stato percepito quasi come una fuga. Ma poi le cose sono cambiate». Dal punto di vista fisico e psicologico il cammino gli ha dato molto, per motivi diversi. «Durante questo cammino, avevo espresso il desiderio di conoscere persone che mi facessero uscire dalle solite situazioni… Si è formato un gruppo che è rimasto insieme per tutti i giorni successivi. Ognuno coi suoi tempi, ognuno con le sue esigenze. E questo gruppo è rimasto fino a oggi, con altri due cammini percorsi in Puglia e in Lombardia. Senza queste persone, questo cammino non sarebbe stato lo stesso». Il gruppo, quando funziona, non è solo compagnia, ma un moltiplicatore di significato e di esperienza. 

Compromessi e condivisione

Camminare insieme richiede adattamento. E non tutti sono disposti a svilupparlo. Federico, 53 anni, di Bergamo, non ha dubbi: «Cammino sempre da solo perché ho una camminata molto veloce e non mi piace dover rallentare il passo». Nessun giudizio, solo una consapevolezza acquisita, quella del proprio ritmo e del bisogno rispettarlo.

Massimo descrive invece una via di mezzo che si trova camminando, non pianificando: «C’è il momento della chiacchiera e il momento del silenzio – anche camminare insieme in silenzio ha il suo valore». Massimo parla del cammino come di quei giochi in cui si uniscono i puntini per far emergere un disegno: «Tu fai tutto quel percorso, segui quei numeri, e alla fine si materializza una figura. Ma quello che compone quella figura sono i singoli tratti».

Khalil lo conferma a modo suo, parlando delle persone conosciute sul Cammino di San Benedetto: è stato il suo cammino più lungo e più difficile, intenso e senza pause, compiuto nell’agosto 2024. «Ci sono stati momenti difficili, anche dentro di me, in cui ho pensato di mollare. Però arrivare alla fine ha avuto un significato forte, e ho conosciuto persone con cui sono ancora in contatto. Quando ci sentiamo è come se il cammino non fosse mai finito».

Da soli, ma mai davvero

C’è un paradosso che emerge quasi in tutti: partire soli facilita alcuni incontri. Come se l’assenza di un gruppo già formato lasciasse spazio a quelli che arrivano per caso. Gaia lo esprime con la naturalezza di chi lo ha capito da tempo: «Non cerco il gruppo a tutti i costi, preferisco che gli incontri avvengano spontaneamente». E questo fa emergere esperienze di una sincronicità quasi magica. «Tutto ciò di cui avevo bisogno: un incoraggiamento, una direzione, un silenzio, un pasto, una doccia calda, un incontro arrivava esattamente quando ne avevo bisogno (sembrava quasi di muoversi all’interno di un disegno già scritto)».

In quei chilometri, racconta, ha riscoperto una felicità pura, quasi infantile, che pensava di aver perso per sempre. «Il Cammino, – aggiunge Gaia, – mi ha fatto un altro regalo prezioso. Avevo letto un libro di Shirley MacLaine in cui era scritto che il Cammino regala sempre una storia d’amore; inizialmente ero scettica, ma lungo la strada ho scoperto che aveva ragione. Mi ha regalato una storia d’amore bellissima e travolgente, un tassello fondamentale che mi ha riportato ad amare la vita».

Non è una scelta, è un momento

Forse la sintesi di tutto questo è che ogni cammino porta comunque un cambiamento, qualsiasi sia il modo di affrontarlo, e quali che siano gli incontri a cui ci dà accesso. Khalil ha iniziato da solo perché ne sentiva il bisogno e doveva imparare a rimanere nel silenzio senza combatterlo. Oggi sente qualcosa di diverso: «Forse è arrivato il momento di condividere di più — non perché mi manca qualcosa, ma perché sono pronto». Massimo ha fatto il percorso quasi inverso: primo cammino in solitaria, poi un gruppo solido con cui si ritrova ogni anno, poi di nuovo la solitudine per un cammino più personale, più spirituale.

«Ho imparato che le grandi rinascite non avvengono con un unico salto, ma attraverso migliaia di piccoli passi costanti», conclude Gaia. «Quando guardavo le montagne all’orizzonte mi sembravano insuperabili, proprio come la mia depressione, ma mettendoci un piede davanti all’altro, senza fretta, mi sono ritrovata in cima. Porto a casa la consapevolezza che non serve vedere tutta la scala, basta concentrarsi sul primo gradino. Il Cammino mi ha liberata dalla trappola del confronto. Ho capito che non esiste un modo giusto o migliore di camminare, c’è solo il mio modo. Ognuno di noi ha il suo zaino, le sue ferite e il suo ritmo».

Non esiste una risposta univoca, quindi, ma ne esiste una giusta per sé in un determinato momento.

Articolo di
Alessandra Lanza

Giornalista, fotografa, creator e project manager: racconto cose, cammino molto, porto i miei genitori a fare cose che senza di me non farebbero e non bevo. Nel tempo che rimane continuo a camminare!

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