Siria, volto della nostra community, torna a raccontarci i suoi cammini. Questa volta è il turno della Sicilia, con tre giorni sul Cammino di San Giacomo. Si parte da Caltagirone e, tra timbri, fango, deviazioni e incontri inattesi (come Marie, pellegrina francese conosciuta lungo la via), la strada diventa subito realtà. Siria non edulcora nulla: la fatica, la paura dei cani, le vesciche che la costringono a cambiare scarpe e a rivedere i piani. Eppure, dentro la difficoltà, emergono le cose migliori: la bellezza dei paesi attraversati, l’arrivo a Piazza Armerina, i mosaici della Villa Romana del Casale, e quella libertà che mancava e che solo il cammino sa restituire. Entra nel diario e cammina con Siria.
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Tappa 01: Caltagirone – San Michele di Ganzaria – Mirabella Imbaccari
La notte prima della partenza ho dormito poco. La stanza era fredda e l’ansia non mi lasciava pace: avevo paura di non sentire la sveglia. Mi sono alzata stanca, con il corpo pesante, ma appena iniziati i preparativi qualcosa è cambiato. Il movimento mi ha rimesso in sesto, come se il corpo sapesse già dove andare.
Uscita a prendere un panino per il pranzo e prese le credenziali del cammino. Subito dopo, finalmente il primo timbro a Caltagirone, in un bellissimo negozio di ceramiche. La città è famosa per questo, e quel timbro ha segnato per me l’inizio vero del cammino.

Proprio lì, improvvisamente, vedo passare una pellegrina con lo zaino. Poco dopo, mi libero dalla paura e mi presento. Si chiama Marie, viene da Parigi. È una donna piccola e forte, con occhi azzurri come il mare. Abbiamo sin da subito scoperto un’affinità: anche lei lavora con le mani, è una ceramista e ha un negozio a Parigi. Tra una chiacchiera e l’altra ci siamo incamminate insieme.
Lungo il percorso abbiamo incontrato alcuni cani randagi. Erano affettuosi, ma per Marie rappresentavano un problema: aveva paura. La mia presenza l’ha sicuramente rassicurata e cosi abbiamo deciso di proseguire unite. Poco dopo, lungo il percorso sono iniziati lunghi tratti di lavori in corso: mezzi pesanti che andavano avanti e indietro, strade di terra, fango ovunque. Le scarpe affondavano, si sporcavano e diventavano sempre più pesanti.

Marie, con tono scherzoso, a un certo punto mi dice: «Sembra l’impasto della ceramica.» Era fastidioso, sì. Il fango te lo porti dietro ovunque, anche nei luoghi chiusi. Ma non c’era alternativa: il cammino è anche questo. Gli operai erano gentili, e la gente qui in Sicilia ti osserva e ti saluta sempre.
Arriviamo al paesino a metà tappa e decidiamo di fare una pausa caffè a San Michele di Ganzaria. Il nome significa “rocca dei cinghiali”, perché un tempo era una zona ricca di cinghiali e si praticava la caccia. Lungo la strada abbiamo incontrato anche il Museo della Ganzaria. Il paese era davvero piccolo e, al nostro arrivo, era tutto chiuso. Il caffè siamo riusciti a prenderlo solo dalle macchine self service.
Alla ripartenza si avvicina a noi una poliziotta gentile che ci offre un passaggio in macchina. Rifiutiamo. Da donne testarde e fiere: il cammino si fa a piedi.

Attraversiamo colline, aranceti, cactus e pascoli. Le arance, dolcissime, diventano il nostro post pranzo. Anche stavolta mi fanno visita le vesciche ai piedi: questi scarponi non fanno proprio per me.
Tutti i consigli in un articolo, per cercare di evitare le vesciche ai piedi!
Arriviamo infine a Mirabella, un piccolo paese noto per la lavorazione dei merletti con il tombolo. Io non vedevo l’ora di sdraiarmi e riposare le gambe. Marie, invece, esce a visitare la città prima del buio.
Ci ritroviamo per la cena e anche qui, una sorpresa. Troviamo un piccolo ristorante dove il proprietario faceva sia il cuoco che il cameriere. Il primo giorno di cammino si conclude così: con i piedi doloranti, le scarpe piene di fango e una compagnia piacevole.
Tappa 02: Mirabella Imbaccari – Piazza Armerina
Dalla mappa ci aspettavano ventuno chilometri. La sveglia è suonata alle otto e ho avuto la sensazione di essere già stanca prima di iniziare. In un’ora però dovevo essere pronta: alle nove io e Marie ci eravamo date appuntamento. Sono uscita, ho preso un panino per il pranzo; lei, invece, si è fermata per un caffè al volo. Poi, finalmente, siamo partite per la seconda tappa.
Questa tappa è stata lunga. Avevo fasciato bene le vesciche e questo mi ha permesso di partire, ma non senza dolore. Me lo sono portato dietro per tutto il giorno, passo dopo passo, come una presenza silenziosa ma costante. A un certo punto Marie mi ha persino fatto i complimenti:
«Sei brava, non ti fermi mai. Continui e vai.»
E aveva ragione. Ho una tolleranza al dolore molto alta, e ne sono grata. È un lato del mio carattere che riconosco e apprezzo: difficilmente mollo, cerco sempre di sopportare. Un po’ come faccio, in fondo, con tante cose nella vita.
Lungo il percorso abbiamo attraversato molti pascoli. Greggi di pecore, il suono dei campanacci, l’aria aperta che sa di campagna. Quello che piace a me. A un certo punto abbiamo incontrato anche un pastore. Ci ha parlato con orgoglio della sua azienda, del latte che produce, e ci ha raccontato di aver realizzato una statua per il Cammino di San Giacomo, invitandoci a passare.
Arrivate nel punto che ci aveva indicato, però, non abbiamo visto né la statua né l’azienda. Forse abbiamo sbagliato strada, o forse ho capito male io. Peccato.
Quando è arrivata l’ora di pranzo ci siamo fermate in un luogo tutt’altro che adatto, ma non avevamo alternative. Eravamo esauste, affamate, dovevamo fermarci.
Abbiamo scelto una via che, solo per il nome, mi ha fatto sentire a casa: via Fabrizio De André. Non poteva esserci strada migliore. Poco dopo è arrivato anche un gatto, bellissimo, che si è unito a noi. Abbiamo diviso il pranzo: gli ho offerto anche due pezzi di prosciutto e formaggio.
Sicilia, terra di cammini ma anche di tantissima enogastronomia. Sul Cammino di San Giacomo, di certo, non potrai rimanere a bocca asciutta! Abbiamo scritto qualcosa qui.
Davanti a me c’era un cactus. L’ho osservato a lungo e, con l’immaginazione, ha preso la forma di un ballerino messicano: senza volto, ma pieno di presenza. Mi ricordava il Messico, una figura sospesa tra realtà e fantasia. Sono riuscita finalmente a togliere le calze, a guardare i piedi, a lasciarli respirare. Quel momento di pausa è stato prezioso. Poi siamo ripartite verso Piazza Armerina.
Il paesaggio è cambiato continuamente: sentieri di bosco, tratti di vecchia ferrovia dove un tempo passavano i treni, edifici isolati, aziende. E infine la città. Da lontano sembrava piccola, invece, una volta arrivate, si è rivelata grande, intricata, piena di vicoli. Piazza Armerina mi ha sorpresa profondamente: per la sua vastità e per la quantità di storia che custodisce.

Arrivate in città, io e Marie alloggiavamo dalla stessa persona. La sorpresa è stata immensa. Oltre a un’accoglienza calorosissima, le stanze erano bellissime. Quando ho tolto gli scarponi ho visto bene la ferita che mi portavo dietro da tutto il giorno, ed era conciata davvero male. Ho approfittato del momento per rifare una fasciatura più sicura e pulita. Dal dolore ho capito immediatamente che non potevo proseguire con gli stessi scarponi: dovevo trovare un’altra soluzione. Marie mi aveva prestato un paio di ciabatte, ma sapevo che presto avrei dovuto restituirle.

Il proprietario, oltre ad accompagnarci al museo, si è offerto di aiutarmi a trovare un paio di scarpe nuove per continuare. Ho provato diverse opzioni, ma nessuna scarpa chiusa andava bene: mi provocava un dolore enorme. Alla fine potevo optare solo per scarpe aperte. Ho scelto così delle Crocs a cinque euro e mi veniva da ridere: mai avrei pensato di continuare un cammino con delle ciabatte di plastica. E invece l’ho fatto. Per me era la scelta giusta: volevo continuare.
Il museo è stato semplicemente pazzesco.
La scoperta di quella villa mi ha sconvolta. Io adoro l’archeologia, l’architettura, la bellezza del mondo; la storia, in generale, mi affascina profondamente. Eppure quel giorno sono rimasta incredula davanti a ciò che vedevo. A un certo punto mi è venuto da pensare che ero grata di avere la vista. Stavo osservando opere del III–IV secolo d.C. e non riuscivo a capacitarmi di come fosse possibile. Con il nulla, senza l’istruzione che abbiamo oggi, riuscivano a creare tutto questo.
Se a me danno un foglio e una matita non riesco nemmeno a disegnare una tigre. Loro, invece, con minuscoli pezzi di pietra, creavano animali identici alla realtà: colori perfetti, forme riconoscibili, dettagli che ti fanno dire “sì, so esattamente com’è fatto ed è uguale”. Mi ha sbalordita anche il fatto che alcuni mosaici avessero effetti tridimensionali: in qualche modo conoscevano la geometria e i giochi illusori dell’occhio, creando scene incredibilmente vive.
E poi le persone, gli oggetti, le scene di vita quotidiana. La loro storia raccontata attraverso i mosaici. Il celebre mosaico delle donne in “bikini”, che ovviamente non erano costumi da mare, a livello storico lascia senza parole. Potrei restare incantata per ore davanti a opere così. È stata una scoperta pazzesca.
Quindi grazie a Sabatino, per l’accoglienza, la gentilezza e per il suo B&B, davvero molto bello. Grazie anche a Piazza Armerina, che si è rivelata una città più viva di quanto pensassi, con tantissimo da offrire e da raccontare. Il secondo giorno si chiude così: stanca, dolorante, ma profondamente colma.
Tappa 03: Piazza Armerina – Valguarnera Caropepe
Dopo aver comprato le Crocs per continuare, io e Marie ci siamo date appuntamento alle 8:30 in cucina per la colazione. Prima di partire abbiamo deciso di visitare il museo nel centro di Piazza Armerina, dove erano esposti resti archeologici ritrovati nelle ville della Sicilia. Abbiamo visto anche, com’era il nome… la miniatura della Villa Romana del Casale che poi avevamo visitato dal vivo: vederla in piccolo ti fa percepire subito quanto sia enorme.
Su un monitor del museo era scritto che in Sicilia sono state ritrovate diverse ville romane con mosaici e resti archeologici. Tra le più note, oltre alla Villa Romana del Casale:
- Villa Romana del Tellaro
- Villa Romana di Patti
- Villa Romana Bagnoli
- Villa Romana di Geraci
Dopo la visita al museo e dopo aver comprato un panino per il pranzo siamo partite. Sapevo che la tappa sarebbe stata lunga, ma il giorno prima mi avevano detto che questo tratto sarebbe stato molto più tranquillo: il sentiero attraversava una riserva naturale e non sarebbe stato troppo difficile. Una notizia che mi ha fatto partire con più tranquillità, visto come ero messa con i piedi.
Il percorso, infatti, era terra mista a sabbia. Abbiamo trovato parecchia sabbia lungo il cammino e mi ha sorpresa, perché eravamo in una zona alta, lontana dal mare. Il paesaggio era soprattutto bosco. Ho notato che molti alberi venivano tagliati per far legna, un bel legno a vista d’occhio.
Dopo diversi chilometri è arrivata la fame e abbiamo deciso di fermarci, ma non abbiamo trovato alcun posto dove sederci. Alla fine ci siamo sedute su un tronco tagliato e abbiamo mangiato i nostri panini lì. Dopo qualche altro chilometro abbiamo trovato finalmente un’area con panchine da picnic, proprio ciò che cercavamo, ma ormai avevamo già pranzato. Ho approfittato per una pausa, una delle tante: con i piedi così, sentivo il bisogno di riposare spesso.
Dopo l’ultima sosta abbiamo iniziato a vedere un po’ di paesaggio. Il bosco è finito all’improvviso e si è aperta davanti a noi la vista sulla valle di Valguarnera Caropepe. Da lì in poi è stata tutta discesa: a tratti impegnativa, in alcuni punti fangosa, ma finalmente più aperta. In lontananza si vedevano pascoli, e il respiro sembrava farsi più leggero.
A un certo punto siamo rimaste sorprese da pietre che sembravano scogli: erano piene di piccole conchiglie attaccate, e ho notato perfino delle cozze. Non era la prima volta che vedevo fossili, perché anche dove abito io mi è già capitato. Eppure trovarli lì, così evidenti, non solo conchiglie ma anche cozze, mi è sembrato assurdo e affascinante allo stesso tempo.
Dopo qualche chilometro siamo arrivate finalmente al bed and breakfast. Io non vedevo l’ora di sdraiarmi e riposare. Il paese era molto piccolo, non offriva praticamente nulla da visitare. Ho finalmente recuperato un po’, poi sono uscita con Marie e ci siamo concesse una buona cena insieme.
La sera abbiamo parlato di cosa fare l’indomani. Avevamo già deciso entrambe che quella sarebbe stata l’ultima tappa, e che non avremmo continuato il cammino. Io ho scelto di raggiungere Catania: sono arrivata prima io, poi ci siamo riviste per pranzo.
A Catania, finalmente, abbiamo mangiato davvero bene. Una pasta ai frutti di mare buonissima. Abbiamo trascorso insieme l’ultima giornata e ci siamo salutate verso sera.
Marie è stata un’ottima compagna di viaggio, tranquilla e simpatica. Mi ha ringraziata moltissimo perché sono riuscita a starle vicino e a tranquillizzarla per la sua fobia dei cani. Spero un giorno di rincontrarla e magari di andarla a trovare a Parigi.
Questo cammino mi ha insegnato tre cose importanti.
La prima: se vuoi fare una cosa, puoi farla. Vale davvero il principio del “se vuoi, puoi”, anche quando non tutto è perfetto, anche quando le condizioni non sono ideali, anche quando il corpo protesta. Partire, provarci, mettersi in cammino è già una forma di riuscita.
La seconda: imparare a pormi dei limiti. Capire quando è il caso di insistere e quando, invece, è più sano fermarsi per il proprio bene. Non come una sconfitta, ma come un atto di rispetto verso se stessi. Fermarmi al terzo giorno non è stato un fallimento, ma una scelta consapevole.
La terza, più pratica ma non meno importante: la prossima volta devo comprare scarpe migliori. Anche questo fa parte dell’esperienza: ascoltare il corpo e prepararsi meglio.
Questo cammino, però, mi ha dato molto di più. Mi ha permesso di staccare la testa, di allontanarmi da un periodo mentalmente stressante e di respirare. Condividere il cammino con un’altra persona mi ha fatto sentire meno sola, e mi ha aiutata tantissimo. Ho pensato meno alle cose brutte e, soprattutto, ho smesso di spendere energie per persone che non meritano la mia attenzione.
Partire così, quasi dal nulla, non l’avevo mai fatto. Non ero particolarmente organizzata, ma nel complesso è andata bene. Sono arrivati anche imprevisti, come il meteo, e fermarmi al terzo giorno è stata pure una conseguenza inevitabile: pioggia e fango, su un cammino vicino a fiumi e ruscelli, avrebbero reso il percorso troppo pericoloso. In ogni caso mi sarei dovuta fermare.
E allora va bene così. Mi porto a casa questo piccolo traguardo, tre giorni di cammino, senza rimpianti. Perché non conta quanto è durato, conta quello che mi ha lasciato.
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