Tre giorni, una tenda nello zaino e la voglia di attraversare la Calabria a piedi, dallo Ionio al Tirreno. Jacopo parte con i suoi amici per il Kalabria Coast to Coast, da Soverato a Pizzo, con un piano ben organizzato che uno sciopero mette subito alla prova. Tra boschi di castagni, borghi e salite, il viaggio si riempie presto di storie: una cena con i prodotti della terra, una notte sotto un cielo stellato, nuove amicizie e un gattino da mettere in salvo. E poi la Brasilena, i panini abbondanti calabresi e quell’accoglienza meridionale che ti fa sentire a casa anche a chilometri di distanza. Nel suo diario, Jacopo ci racconta con un pizzico di ironia il suo breve cammino ricco di sorprese, fino al meritato bagno al tramonto nel Tirreno. Un invito a mettersi in viaggio e ad affidarci a quello che succede lungo la strada.
Introduzione
In Italia i cammini aumentano di anno in anno: itinerari storici e naturalistici, alte vie, percorsi ad anello, lunghi viaggi e avventure da pochi giorni. Più rari sono invece quelli che permettono di attraversare una regione da una costa all’altra. Ed è proprio questo ad averci attirato verso il Kalabria Coast-to-Coast: partire dallo Ionio, raggiungere il Tirreno e, dopo tanti cammini, muoverci finalmente anche nel Sud Italia.
Tra la possibilità di dormire comodamente in una struttura e quella di caricare la tenda nello zaino, naturalmente abbiamo scelto la seconda. Se c’è una cosa che abbiamo imparato, infatti, è che maggiore è il disagio, maggiore è la probabilità di raccogliere aneddoti capaci di rendere un cammino memorabile — e degno di essere raccontato davanti a una birra.
Il piano, almeno sulla carta, era semplice: tre giorni di cammino, volo per Lamezia Terme il venerdì e autobus diretto dall’aeroporto a Soverato. In circa un’ora saremmo arrivati alla partenza e avremmo iniziato subito a camminare. Organizzazione impeccabile, giusto? Peccato che proprio quel giorno ci fosse uno sciopero.
Tappa 01: Soverato – Petrizzi
Nonostante mille peripezie, riusciamo ad arrivare a Soverato nel primo pomeriggio di venerdì. Dopo una rapida sosta al bar Kiss Kiss per ritirare le credenziali e brindare con una Brasilena — una bevanda dolce e frizzante al gusto di caffè, tipicamente calabrese, che entra di diritto tra le mie nuove dipendenze — inizia il nostro cammino sul lungomare, affacciato sul Golfo di Squillace. Chiamata anche la Perla dello Ionio, Soverato è conosciuta come la città dei cavallucci marini, che trovano rifugio tra le praterie di Posidonia della zona.
La nostra prima tappa è lunga 15 km — anche se ci spingeremo un po’ oltre Petrizzi — con circa 700 metri di dislivello positivo, concentrati tra il sesto e il dodicesimo chilometro. È importante segnalare anche la mancanza d’acqua lungo il percorso, sebbene, in caso di necessità, si passi vicino a un grande centro commerciale al chilometro 4,5. La salita è costante e non particolarmente impegnativa, se non per la sua durata e per l’asfalto, che ci accompagnerà per tutta la prima parte della tappa — a meno di non camminare direttamente sulla sabbia — e poi fino alla fine della salita, fatta eccezione per brevi tratti boschivi ricchi di castagni e querce.

Una volta raggiunto il punto più alto della tappa, inizia una ripida discesa di appena due chilometri fino al borgo di Petrizzi, conosciuto anche come «Il Fiore di Pietra».
Il tempo di raccogliere il timbro al bar del paese e scattare qualche foto alla «Casa del Popolo», poi dobbiamo rimetterci gli zaini in spalla e proseguire per un altro chilometro e mezzo oltre il paese. Questa notte, infatti, dormiremo nelle nostre tende al Dharma House Camp; il sole sta già tramontando e montarle al buio non è proprio il massimo.
Una volta arrivati, veniamo subito accolti da Raffaele e da una dolcissima gattina che alcuni camminatori francesi hanno chiamato «Magia». Lei supervisiona attentamente il montaggio delle tende, infilandosi ovviamente all’interno in cerca di una merenda. Durante la cena, preparata interamente con ingredienti autoprodotti e condivisa con altre tre camminatrici con le quali si crea subito una bella alchimia, Raffaele ci racconta il suo progetto: rendere quel posto un luogo magico. Ci parla dei suoi viaggi in India, del rifiuto di utilizzare prodotti chimici e industriali, dell’amore per la terra e di una passione che continua a crescere giorno dopo giorno e che, poco alla volta, sta tramandando a sua figlia.
Dopo tre bottiglie di vino del contadino, prodotto con sola uva — sembrava succo di frutta, ma le gambe l’hanno sentito — ci incamminiamo verso le tende. Alzando la testa, ci ritroviamo sotto un cielo senza nuvole e senza luna, in una delle valli con meno inquinamento luminoso che ci sia mai capitato di attraversare durante cammini simili.

Tappa 02: Petrizzi – Monterosso Calabro
Dopo aver smontato le tende, fatto colazione e salutato Raffaele, ci incamminiamo da bravi Hobbit verso la nostra prima tappa del giorno, ovvero San Vito sullo Ionio, dove ci aspetta la seconda colazione. Questo primo tratto, lungo 6 km, è interamente pianeggiante e si sviluppa principalmente su sterrato. È già da qui che si comincia a percepire la straordinaria biodiversità di queste zone: vigneti, oliveti, castagneti, alberi di fico e di cachi. Citando una saggia comare pugliese: «Tutto quello che uno desidera».
Una volta giunti a San Vito, dopo esserci rifocillati, aver raccolto il timbro, riempito le borracce e comprato in un minimarket un panino estremamente godurioso con spianata, provola e melanzane sott’olio, inizia la lenta ma costante salita che ci porterà al punto più alto del cammino: Passo Napoli, a quota 1.011 m s.l.m. La salita è ben riparata dalle fronde di un bosco che, man mano, diventa sempre più fitto, con un’alternanza di querce, castagni, giganteschi faggi e conifere di ogni sorta. Intorno al decimo chilometro si giunge all’area picnic del Lago Acero, dove è presente anche una fonte. Qui il percorso incrocia il più rinomato Sentiero Italia CAI.
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Durante la tappa scopriamo che il porcino è molto diffuso in questa zona e particolarmente ricercato dalla gente del posto. Fin dalla prima mattinata incontriamo numerosi fungaioli e, anche nel primo pomeriggio, vediamo molte persone recarsi nei boschi dopo il lavoro, a caccia del famigerato Re del sottobosco.
Una volta giunti in cima e percorso un tratto di crinale nel bosco, con una piccola deviazione ci imbattiamo in quello che, a prima vista, sembra un grande altare di roccia dimenticato e ricoperto dal muschio: la «Pietra delle Fate». Secondo la tradizione locale, in questo luogo vivevano creature fatate e altri spiriti benevoli.
Oltrepassato questo punto, inizia una ripida discesa verso il borgo di Monterosso Calabro, accompagnata da una bellissima vista panoramica che si spinge fino al Tirreno: è la prima volta che lo vediamo!
Viaggiando in tenda, siamo già a conoscenza di un bivacco libero messo a disposizione dal Comune di Monterosso presso le scuole medie, dotato persino di latrina e doccia, anche se fredda. Un lusso rispetto ad altre situazioni di bivacco libero vissute in passato. Il posto, purtroppo, è un po’ sporco, ma potrebbe essere stato solo un caso.
Nel pomeriggio incontriamo nuovamente le nostre camminatrici di Milano — che saluto: Chiara, Emilia e Corinna — e scopriamo che hanno trovato un piccolissimo gattino abbandonato, di appena una settimana di vita. Inizia così la nostra missione serale per trovare una sistemazione a questo fagiolino miagolante. Dopo aver telefonato a mezza Calabria, riusciamo a trovare un’oasi a Vibo e un volenteroso farmacista disposto ad accompagnarlo lì quella stessa sera.
Per festeggiare sia la fine della tappa sia la riuscita della nostra operazione di salvataggio, ci concediamo una cena in un ristorante sopraelevato rispetto al borgo, da cui ci godiamo i fuochi d’artificio e il brusio della festa patronale che anima le vie del paese.
Tappa 03: Monterosso Calabro – Pizzo Calabro
Il terzo giorno porta con sé la terza e ultima tappa di questo Coast to Coast. Oggi ci aspettano circa 19 chilometri: prima una bella discesa «cattiva», che ci conduce fino alle rive del Lago dell’Angitola, e poi lo scavalcamento dell’ultimo colle che ci separa da Pizzo e dal Tirreno.
La giornata inizia con una ricca colazione alla pasticceria Da Luca, nel centro di Monterosso, dove riempiamo anche le borracce, poiché in paese non è presente una fontana. In realtà, poco fuori dal paese si passa accanto a un distributore di benzina dove c’è una fontanella e, più avanti, a un cimitero, dove di solito un punto d’acqua si trova sempre.
La traccia attraversa soprattutto gli uliveti e si sviluppa quasi interamente su asfalto fino al lago. Per entrare nell’area, almeno in teoria, è necessario un codice numerico, fornito direttamente dagli organizzatori dopo aver effettuato il check-in online sul sito del cammino. Colgo l’occasione per salutare Iolanda, che ci ha seguito a distanza fin dal primo giorno e ci ha supportato sia nella ricerca delle aree di bivacco libero sia nella vicenda del gattino del giorno precedente.
Dico «in teoria» perché, in pratica, a causa dell’afflusso di persone e dei cancelli lasciati aperti non è stato necessario inserire alcun codice.
Ma che cos’è esattamente il Lago dell’Angitola? Si tratta di un bacino artificiale creato a metà Novecento per aiutare gli agricoltori della zona a irrigare i campi. In seguito, però, la natura si è riappropriata dei propri spazi, trasformandolo, nel giro di una decina d’anni, in un’area protetta. Qui fa sosta una grande varietà di uccelli migratori, tra cui cormorani, aironi, martin pescatori e persino falchi di palude — mentirei se dicessi che, prima di questo cammino, sapevo della loro esistenza.
Proseguendo il cammino, usciamo dall’area recintata del lago e, dopo pochi chilometri, entriamo in un bellissimo bosco molto curato. Da qui inizia una salita lenta e costante, con circa 300 metri di dislivello, che ci porta a oltrepassare la collina sulla quale sorgeva l’antica Rocca Angitola, per poi scendere negli ultimi chilometri verso Pizzo Calabro.

Conclusione
Arrivare a Pizzo Calabro è un po’ come entrare in un parco divertimenti: tantissimi stimoli e altrettante cose da fare. Negozi di souvenir, gelaterie, ristorantini, ma soprattutto il Castello Murat, la sua terrazza affacciata sul mare e, ultima ma non meno importante, la spiaggetta libera proprio sotto di esso.
Al castello, situato in pieno centro e affacciato sulla piazza principale, è possibile ritirare il testimonium del Coast to Coast. Si può anche visitare il museo — forse un po’ scarno, con manichini inquietanti — dedicato alla storia di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, generale francese e, soprattutto, re di Napoli dal 1808 al 1815. La sua vita, segnata da battaglie combattute in tutta Europa, si concluse proprio qui: dopo aver tentato di sbarcare in Calabria per riconquistare il regno, una tempesta lo spinse fino a Pizzo, dove venne catturato e poi fucilato. Al piano superiore del castello, una targa ricorda ancora oggi il luogo della sua morte.
Chiuso questo intermezzo storico e terminato ufficialmente il cammino, il consiglio spassionato per chi sta leggendo questo diario — condizioni meteo permettendo — è di scendere alla spiaggia sottostante e godersi le acque cristalline mentre il sole tramonta sul Tirreno. L’esperienza diventa ancora più goduriosa se accompagnata da una birretta bevuta direttamente in acqua, con pesci grandi quanto i nostri piedi che nuotano tutt’intorno. Provare per credere.
Calato il sole, ci rimane un’ultima missione prima di lasciare la Calabria: trovare un ristorantino in cui cenare senza cadere nell’inevitabile trappola per turisti. Incredibilmente, grazie al passaparola, riusciamo anche in questa impresa e troviamo un localino dal nome «Chilli Pepper» che, vedendoci sciupati, ci accoglie come se fossimo a casa della nonna. Qui ritroviamo anche tanti altri camminatori con cui condividere l’ultima cena del viaggio.
E così, tra una cena abbondante, qualche amaro calabrese offerto e numerosi bicchieri alzati, si conclude il nostro cammino. Siamo partiti due giorni fa dalla città dei cavallucci marini e arriviamo oggi nella città del tartufo, il dolce simbolo di Pizzo. Nel mezzo abbiamo attraversato chilometri di sentieri immersi in una biodiversità incredibile, incontrato paesi nei quali era impossibile non sentirsi benvoluti, assaggiato ogni ben di Dio e conosciuto tanti altri camminatori. Di ciascuno porteremo con noi il ricordo e l’abbraccio, insieme alla sensazione che, in appena tre giorni, la Calabria sia riuscita a regalarci molto più di quanto ci aspettassimo.
Concludo mandando un grande abbraccio ai miei compagni di viaggio: Federico, Alice, Gaia e Matteo.

Calabria e non solo! Se vuoi metterti in cammino in più di una regione italiana abbiamo scritto l’Atlante dei Cammini d’Italia!




