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By Alessandra Lanza
22/10/2026

Luca Terenziani e il Sentiero Italia CAI: «Davanti alle difficoltà non bisogna mollare»

Originario di Feltre e trentino d’adozione, Luca Terenziani ha percorso il Sentiero Italia CAI da Muggia alla Sardegna tra maggio 2025 e agosto 2026. Un viaggio di quasi 8.000 chilometri, interrotto da una malattia autoimmune e ripreso dopo mesi di cure e allenamento, che oggi diventa un documentario di 25 minuti dedicato all’amore per montagna, a un sogno e alla capacità di non arrendersi.

Originario di Feltre, nella provincia di Belluno, e da ormai oltre 10 anni in Trentino, Luca Terenziani ha una passione smisurata per la montagna. Forse è proprio quella che ci vuole per affrontare un’impresa come quella del Sentiero Italia CAI, il cammino escursionistico 

gestito e promosso dal Club Alpino Italiano di 8.000 chilometri, il più lungo d’Italia e uno dei più lunghi del mondo: si tratta di quasi 500 tappe che partendo dalle Alpi, per poi passare gli Appennini e le isole (o viceversa!) attraversa 16 Parchi Nazionali e 60 tra Parchi e Riserve Regionali. 

Un’impresa che Terenziani ha raccontato sui social e che proprio in questi giorni sta diventando un documentario di 25 minuti, in cui restituirà una parte della sua esperienza, consapevole che sarà impossibile raccontarla tutta e che molti dei momenti importanti che ha vissuto non riusciranno a trovare spazio nel racconto. Il cortometraggio verrà portato in giro ai festival e nelle scuole e non verrà pubblicato online, almeno nel primo periodo, per fare in modo che chi davvero vorrà vederlo partecipi alle proiezioni.

L’approccio alla montagna è stato per anni quello della corsa, con cui si è cimentato a livello agonistico per 14 anni, finché è arrivato il cammino: un modo più lento, riflessivo e panoramico di vivere i territori in quota. Dopo il battesimo della Via degli Dei, Terenziani si è preparato per il Sentiero Italia CAI con altri 11 cammini in giro per l’Italia e diversi trekking. Il suo viaggio poi è partito da Muggia, il comune più a sud del Friuli-Venezia Giulia, nel maggio 2025 e si è concluso a Santa Teresa di Gallura, nel nord-est della Sardegna, nell’agosto 2026 non senza difficoltà: a Pontremoli, infatti, dolori lancinanti lo hanno costretto a fermarsi, a indagare e a seguire delle terapie, bloccandolo per un paio di mesi, ma senza riuscire a infrangere il suo sogno, nato qualche anno fa.

Perché hai lasciato la corsa e hai iniziato a camminare?

Perché quando corri non ti godi la montagna e i suoi paesaggi: quando fai le gare sei sempre lì che corri e tiri, ma non apprezzi la natura. 

E il SICAI, com’è nata questa decisione?

Stava chiudendo il negozio del mio sponsor che vendeva abbinamento tecnico e sportivo. Un mio ex cliente mi ha raccontato che esisteva un sentiero che univa tutta l’Italia e mi aveva spiegato che c’era gente che lo aveva percorso, anche se il più delle volte a tappe un anno magari facevano la Lombardia, un anno il Veneto, e così via. Appena ho visto la traccia del sentiero ho pensato che sarebbe stato bello farlo tutto in una sola volta, altrimenti regione per regione sai che lunga! 

Come ti sei preparato e organizzato?

Ho fatto dodici cammini lunghi di allenamento, li ho tutti tatuati sulle mie gambe, c’è la Via Degli Dei, la Via Vandelli, il Cammino dei Borghi Silenti, la Via dei Tusci… E poi ho fatto tante escursioni giornaliere, tra ferrate, ciaspolate e così via. Prima di partire per l’Istituto d’Italia ho fatto un anno e mezzo di preparazione. La Via Degli Dei l’ho fatta ad aprile 2024 e non la rifarei più, troppo commerciale.

Come hai gestito lo zaino?

Avevo uno zaino di circa 18 chili a pieno carico, ma con l’acqua potevo arrivare anche a 20. Quando dovevo fare traversate di 130 chilometri sugli Appennini avevo cibo anche per 3-4 giorni, mentre se i paesi erano più vicini stavo sui 17. Mi sono allenato portando lo stesso peso sulle spalle anche prima di partire. Tra le cose più importanti il guscio impermeabile, il fornelletto, la tenda e il sacco a pelo.

Per orientarti e per la sicurezza usavi qualcosa di specifico?

Avevo sempre il satellitare. Ma quello non l’ho mai testato e spero di non testarlo mai. E poi avevo la traccia col telefono.

Come hai deciso il giorno della tua partenza?

Guardando quello che hanno fatto gli altri prima di me. Quelli che sono partiti dall’arco alpino erano partiti tutti a maggio, mentre dalla Sardegna partivano a febbraio. Quindi sono partito il 18 maggio, ma poi la neve l’ho trovata lo stesso.

Ti eri fatto una tabella di marcia?

No, vivevo la giornata. A volte mi davo degli obiettivi, ma non sempre. Arrivato agli Appennini facevo anche 35 chilometri al giorno. Altre ne facevo 18. Quando arrivato in paesini o piccoli borghi dove mi trovavo bene mi fermavo, anche se erano le 2 o le 3 di pomeriggio, e ripartivo il giorno dopo. 

E dove dormivi di solito?

In tenda. Poi ogni tanto dovevo prendere un B&B per farmi una doccia e lavare un po’ di vestiti, ma di solito lo facevo quando c’era brutto tempo. Se sapevo che stava arrivando una brutta perturbazione prendevo un B&B magari per due giorni. Ci sono volte in cui ho camminato con una nebbia che non vedevo niente, o con raffiche di vento a 100 km orari, nei video si vede che mi stava quasi spazzando via il telefono. Tra caldo, vento, nebbia che non riuscivo a vedere a un palmo dal mio naso, pioggia, grandine, metri di neve, ho visto qualsiasi tipo di condizioni atmosferiche. Ho visto anche cinghiali, stambecchi, una volta i lupi, un orso a 150m da me: in quel caso mi sono fermato, l’ho lasciato passare e lui se n’è andato.

Ti sei mai sentito in pericolo durante il tuo percorso?

Quando ero su una cresta molto tecnica in Lombardia, in Val Malenco, con 18 kg di zaino. Ho passato che sarebbe bastato mettere un piede male e non mi avrebbe ritrovato più nessuno. 

Ma non ti sei fermato, finché qualcosa non ha interrotto il tuo viaggio. 

Era il 20 ottobre 2025. Ho pensato che fosse finito tutto. Anche perché ancora non sapevo bene qual fosse la causa dei miei dolori lancinanti, che mi impedivano di camminare: qualcuno diceva sciatica, qualcun altro il piriforme, altri che fosse colpa dello zaino, ma nessuno era medico e quindi era impossibile da dire prima di una risonanza. Dopo quella e dopo altri accertamenti abbiamo scoperto che si trattava di una malattia autoimmune, la seconda per me. Per fortuna ho trovato uno staff medico di eccellenza a cui mi sono affidato ciecamente e ho capito che sarei ripartito. Dopo un mese e mezzo tra fisioterapia, magnetoterapia, laser, piscina, ho ripreso a camminare. Ho cominciato ad allenarmi e dopo tre mesi dallo stop sono ripartito.

Come ti sei sentito quando hai ripreso il cammino?

Era il 31 gennaio del 2026 e sono ripartito dallo stesso posto in cui mi ero dovuto fermare, Pontremoli. È stata una giornata bellissima, ma non me la sono vissuta bene, perché c’erano 20-30 centimetri di neve e ho fatto 25 chilometri tra la nebbia e il freddo, con la paura che mi potesse bloccare il male un’altra volta. Il primo mese è stato un po’ difficile per questo timore: poi ho visto che tutto stava andando bene e non ci ho più pensato.

Com’hai vissuto l’ultima parte del viaggio quando hai iniziato a renderti conto che stavi arrivando alla meta?

Ero dispiaciuto che stesse finendo. Avevo i flashback di tutto quello che avevo fatto, i momenti più belli, come in un post-mortem.

Luca Terenziani all’arrivo, il 30 agosto 2026.

Quali sono stati quei momenti?

Beh, quando sono partito dal Friuli-Venezia Giulia: anche se sapevo che mi ero allenato, non avrei mai avuto la certezza di finirlo, anche perché avevo fatto al massimo cammini di 200 km e non sapevo come potesse reagire il mio fisico. Poi quando ho finito l’arco Alpino ad Alassio. Il Monte Rosa, il 24 agosto. E poi la ripartenza, oppure quando sono salito sul Vesuvio con i membri del CAI, anche se era vietato… Sono stati tanti. È come quando mi chiedono qual è il posto più bello d’Italia: per me l’Italia è tutta bella e, anche riguardando i miei video oggi, è difficile scegliere. 

E quando sei tornato a casa? Come ti sei sentito?

Ero scombussolato, come se mi mancasse qualcosa dentro. Se avessi i mezzi ripartirei domani mattina… Non so come fanno quelli che vanno in giro senza soldi, credo che almeno da una minima base si debba partire. Ora mi manca qualcosa, è come una droga.

Rifaresti il SICAI?

Ho pensato di farlo partendo dalla Liguria, percorrendo l’arco alpino al contrario e poi l’altro versante dell’Italia, quello Adriatico. Ma sarebbe bello anche ripartire dalla Sardegna, o, perché no, di nuovo dal Friuli-Venezia Giulia.

Ora porterai in giro il documentario. Qual è il messaggio che vorresti che arrivasse?

Che davanti alle difficoltà non bisogna mai mollare. Viste le mie due malattie croniche in tantissimi mi hanno scritto di tornare a casa, ma non bisogna mollare mai e bisogna sempre credere nei propri sogni. Non ascoltate gli altri: se l’istinto vi dice di andare avanti fatelo! E rispettate la montagna.

Luca Terenziani sarà ospite, insieme a Francesco Tomè, all’Italian Outdoor Festival all’Idroscalo di Milano il prossimo weekend, dalle 10 alle 11 di domenica 26 ottobre, per parlare delle loro esperienza sul Sentiero Italia CAI.

Articolo di
Alessandra Lanza

Giornalista, fotografa, creator, autrice: racconto cose, cammino molto, porto i miei genitori a fare cose che senza di me non farebbero e non bevo. Nel tempo che rimane continuo a camminare!

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