Ultimamente non si è parlato che di Cammino di Santiago, in particolare del Cammino Francese che partendo da Saint-Jean-Pied-de-Port, scavalcati i Pirenei, attraversa tutta la Spagna per arrivare alla Cattedrale di Santiago appunto. Ma lo sapete che anche in Sicilia c’è un Cammino di Santiago? O meglio, per dirla in italiano, di San Giacomo!
Questo legame è stato documentato a partire dal XII secolo, grazie a pellegrini, cavalieri e confraternite e oggi passa per il Cammino di San Giacomo in Sicilia, un itinerario in sei tappe che si snoda tra borghi e natura, partendo da Caltagirone e arrivando a Capizzi, cioè la città che custodisce le reliquie dell’apostolo Giacomo, come attestato dal “Liber Sancti Jacobi”, un testo medievale che descrive il Cammino dell’epoca.
Il Cammino di San Giacomo in Sicilia che percorriamo oggi nasce ufficialmente il 4 luglio 2021, dal desiderio di ridare voce a un’antica devozione jacobea siciliana, spesso dimenticata, e di ricucire un legame spirituale e culturale tra la Sicilia e Santiago de Compostela. «L’idea era quella di creare un cammino vero, riconosciuto, che non fosse solo un percorso turistico, ma un’esperienza di senso, di incontro e di comunità. Un cammino che partisse dalla Sicilia ma che, idealmente, potesse arrivare fino a Santiago, inserendosi a pieno titolo nella grande rete europea dei Cammini di San Giacomo,» racconta il fondatore Salvatore “Totò” Trumino.
Oggi il Cammino di San Giacomo offre le tracce della sua storia e si innesta perfettamente nel presente, nella cultura del luogo e, non di meno, nell’imprescindibile aspetto enogastronomico. Dal pane all’olio, dalle mandorle ai formaggi, questo itinerario è fatto anche di sapori, che potremo scoprire tappa dopo tappa.
Caltagirone: pane e dolci conventuali
Caltagirone è il punto di partenza del Cammino di San Giacomo in Sicilia. Caltagirone è considerata una delle città ceramiche più importanti d’Italia e del Mediterraneo: la sua vocazione artigiana ha radici profonde nella preistoria. Qui il cibo non è solo gastronomia: è rito di accoglienza, è il primo gesto che prepara il pellegrino al cammino, ricordandogli che partire significa anche affidarsi alla comunità che si incontra lungo la strada. E non è un caso che il viaggio inizi dal cibo più semplice e simbolico di tutti: il pane!
«Qui il pane e i prodotti da forno tradizionali, raccontano da secoli l’accoglienza del viandante e del pellegrino –, spiega Totò Trumino. – Nei forni storici della città si ritrovano gesti antichi, farine locali, lievitazioni lente. Accanto al pane ci sono le scacce e le focacce rustiche, preparazioni nate per essere portate con sé, cibo di viaggio, nutriente e condivisibile, perfetto per chi si mette in cammino».
Un ruolo importante lo hanno anche i dolci conventuali: ricette custodite nei monasteri, legate alle feste religiose, che parlano di spiritualità, cura e attesa. «Sono dolci che non nascono per l’eccesso, ma per celebrare». E poi ci sono i vini dell’entroterra Catanese, che completano un quadro di convivialità.

Mirabella Imbaccari: l’olio e la cucina povera
Fine della prima tappa e inizio della seconda, a Mirabella Imbaccari il cammino entra nel cuore della campagna siciliana e il cibo si fa «essenziale, legato ai ritmi della terra. Qui la cucina nasce dai cereali, dall’olio extravergine d’oliva, dai prodotti che non conoscono spreco. È una cucina che parla di stagioni, di attese, di lavoro silenzioso,» racconta Totò. I grani coltivati nei campi intorno al paese di Mirabella Imbaccari vengono lavorati per diventare pane, pasta, zuppe semplici. Quello che conta in questi cibi è la sostanza, la capacità di nutrire e sostenere il corpo che affronta il cammino.
A fare da vero e proprio filo conduttore c’è l’olio, che si può assaporare a crudo sul pane, oppure versare a condimento dei piatti tradizionali e contadini, che seguono le stagioni, come segno di continuità tra passato e presente. Viene chiamata “cucina povera”, ma, assicura Totò, lo è solo nel nome. «In realtà è una cucina di memoria, che conserva il sapere delle famiglie e delle comunità rurali. A Mirabella Imbaccari il pellegrino incontra un cibo che insegna la misura, che invita a rallentare e ad ascoltare il paesaggio, ricordando che il cammino è fatto anche di sobrietà e attenzione».
Piazza Armerina: i formaggi e la mandorla
A Piazza Armerina il cammino si intreccia con la storia e la bellezza. «Se i mosaici della Villa Romana raccontano un passato di splendore, la cucina locale ne riflette l’anima più intima e condivisa, quella delle case e delle feste,» spiega Totò.
Qui il cibo ruota attorno alla ricotta fresca, ai formaggi ovini, alla pasta fatta in casa. Preparazioni che richiedono tempo, gesti lenti e sapienti, spesso collettivi. Il simbolo per eccellenza di questa tappa è la ricotta, morbida e appena fatta: semplice, delicata, ma capace di trasformarsi in piatto quotidiano, di arricchire un primo o di farsi esaltare nel dolce delle grandi occasioni.
E proprio a proposito di dolci, quelli a base di mandorla accompagnano le ricorrenze religiose e i momenti comunitari, mentre le paste tradizionali raccontano una cucina che si prepara per l’accoglienza e la celebrazione collettiva. «A Piazza Armerina il pellegrino scopre che il cibo è anche linguaggio culturale: un ponte tra il patrimonio artistico e la vita quotidiana, tra la memoria antica e la tavola di oggi».

Valguarnera Caropepe: grani duri e legumi
A Valguarnera Caropepe il cammino riporta al centro il valore del pane, ricavato da grani duri. Qui il pane non è solo alimento, ma simbolo di resistenza e di cura. I grani duri siciliani, trasformati in farine, danno vita a pani tradizionali e preparazioni semplici, pensate per durare e per accompagnare chi cammina durante il viaggio e lungo la strada.
Accanto al pane però ci sono anche i legumi, che danno l’apporto proteico e i nutrienti che servono al camminatore, dando vita a piatti semplici, fatti di pochi ingredienti. «È un cibo che sostiene il corpo del pellegrino senza appesantirlo, ricordando che la forza spesso nasce dalla semplicità». Equilibrio, essenzialità, sostanza, per procedere con passo deciso verso le ultime tappe… e che tappe!
Assoro: i frutti della pastorizia e i vini locali
Verso Assoro comincia la salita: si fatica, si adatta il proprio ritmo, si cambia il punto di vista e con l’altitudine cambia non solo il paesaggio, ma anche i sapori. «Qui la cucina si fa più intensa, decisa, legata alla pastorizia e alla vita delle montagne. Salumi artigianali, formaggi dei Nebrodi, vini locali raccontano un territorio che vive di transumanza e di stagioni dure».
Formaggi stagionati, salumi, piatti di carne: questo cibo nasce dal lavoro e dalla stessa vita dei pastori, tra i lunghi spostamenti delle greggi in transumanza e la necessità di trasformare e di conservare. Questi prodotti «parlano di un sapere antico, fatto di adattamento e rispetto per la natura».

Nicosia e Capizzi: il banchetto finale
L’arrivo a Nicosia e Capizzi segna la fine del cammino e il cibo si trasforma, giustamente, in celebrazione! La provola dei Nebrodi, le mozzarelle e i salumi di bufala, le carni e i salumi di suino nero.
«Qui il pellegrino incontra i sapori più ricchi e simbolici: sono prodotti che parlano di festa, di comunità riunita, di tavole imbandite per accogliere. I dolci tradizionali legati alle feste religiose chiudono idealmente il percorso, riportando il cammino dentro il calendario sacro e collettivo», racconta Trumino. Ma, sia chiaro: «Il banchetto finale non è eccesso, bensì riconoscimento. È il momento in cui il cibo diventa ringraziamento, memoria del percorso compiuto, condivisione dell’esperienza».
Ed ecco che a Nicosia e a Capizzi, dopo 130km, il cammino si conclude così come era iniziato: «con un gesto di accoglienza, che attraverso il cibo celebra il viaggio, la fatica e la comunità incontrata lungo la strada». Dalla sua inaugurazione a oggi oltre 5.000 pellegrini hanno percorso il Cammino di San Giacomo in Sicilia: persone diverse, provenienti da ogni angolo del mondo, con motivazioni, età e storie molto differenti.
Il pane come simbolo. E per chi è celiaco?
A conclusione di questa panoramica, chiedo a Totò quale sia il cibo a cui è più legato. «Se devo scegliere, dico il pane, in tutte le sue forme. Perché il pane è il vero compagno del pellegrino: semplice, condivisibile, sempre presente. Se poi devo indicare qualcosa che secondo me non si può assolutamente perdere, direi i prodotti legati alla pastorizia, come la provola dei Nebrodi, e la cucina più essenziale dell’entroterra: legumi, olio, pane, formaggi. Sono cibi che raccontano il cammino meglio di mille parole, perché nascono dalla stessa fatica, dallo stesso ritmo lento».
Non posso esimermi dal domandargli, anche, quanto possa essere più facile o più difficile nutrirsi e gustare le prelibatezze locali per chi come me è celiaco e intollerante ai latticini. «Non credo che sia più difficile, anzi. Il cammino, proprio perché attraversa territori rurali e una cucina molto semplice, offre tante possibilità. Pane e pasta senza glutine oggi sono più facili da trovare, ma soprattutto ci sono piatti naturalmente adatti, come legumi, verdure, zuppe, riso, olio, conserve».
Il consiglio di Totò è di comunicare sempre le proprie esigenze: lungo il cammino, assicura, c’è molta attenzione all’accoglienza e una grande disponibilità ad adattarsi. «Il cammino insegna anche questo: prendersi cura gli uni degli altri, a tavola come sulla strada».
Ringraziamo Totò Trumino e il Cammino di San Giacomo in Sicilia per le informazioni e le immagini.
