Elisa parte per il Cammino di Oropa in uno di quei momenti in cui forse stare ferma non sarebbe stata proprio una grande idea. Nello zaino ha il necessario, tra le mani un libro scelto praticamente per la copertina e nella testa un bel po’ di pensieri da smaltire. Da Santhià a Oropa saranno quattro giorni di boschi, caldo, salite, pause al bar e incontri che sembrano scritti apposta per finire dentro un diario: pellegrini, personaggi improbabili, nuove compagne di viaggio e una quantità sospetta di Schweppes. In mezzo, però, c’è anche tutto quello che succede quando si cammina da soli: si pensa troppo, poi un po’ meno, ci si perde nei propri pensieri e ogni tanto ci si ritrova. Buona lettura!
Sapevi che puoi condividere anche tu la tua esperienza di cammino con la nostra community? Inviaci una mail a info@camminiditalia.org, e ti forniremo tutte le linee guida necessarie. Se preferisci, puoi anche raccontare la tua avventura nella Community Facebook dedicata.
Se non vuoi perderti lungo la strada, ti ricordiamo di scaricare l’app di Cammini d’Italia prima di partire! In un unico strumento avrai tutte le tracce dei cammini italiani, permettendoti di navigare (anche in modalità offline!). Te ne parliamo a questo link!
Tappa 01: Santhià – Roppolo
Ci sono due modi per scegliere un libro prima di un cammino. Il primo è leggere recensioni, trama, valutarne dimensioni e peso. Il secondo, più scientifico, è il mio: selezionarlo unicamente in base a quanto carina è la copertina. E quella copertina era proprio carina: azzurra, rosa e c’era pure un grazioso gattino bianco.
E così mi trovo sul treno diretto a Santhià, pronta per il cammino di Oropa, ad aprire la prima pagina del mio nuovo acquisto. La storia inizia in un bar, con una ragazza che si presenta vestita bene per un appuntamento speciale con il fidanzato. Lui deve dirle una cosa importante: deve dirle che la lascia.
“Fantastico!” ho pensato. Un tempismo impeccabile, considerando che nemmeno ventiquattr’ore prima la mia situazione sentimentale era andata felicemente a quel paese. Ora, io non so se nelle librerie esista una qualche legge dell’attrazione, ma quel libro mi aveva scelta e aveva deciso di percularmi. Ho deciso di prenderlo come un segno del destino. Questo cammino non sarebbe stato solo un viaggio a tappe, ma la punizione cosmica per il mio cuore stropicciato. E con questo bel bagaglio sentimentale, sono scesa dal treno, mi sono allacciata lo zaino e ho iniziato a camminare.
Poco dopo la partenza incrocio la prima compagna di viaggio. Anche lei avrebbe fatto le mie stesse tappe. Quattro giorni, pochi chilometri, ritmo lento. In chill, come diciamo a Milano. Sul suo zaino noto subito le patch dei Borghi Silenti e della Via degli Dei. Figo! Avevamo già qualcosa in comune. Ci scambiamo una certezza: ci rivedremo a fine tappa, ma per ora la lascio alla sua solitudine e io torno alla mia, sotto un sole a dir poco cocente.
Si sa, agosto è notoriamente il mese perfetto per fare i cammini, a patto che l’obiettivo sia sciogliersi sull’asfalto. Ma nonostante il caldo, il paesaggio tra i campi di granturco dei primi chilometri ha fatto il suo dovere: trasmettere pace. Perché anche se dentro sei triste o incasinata, camminare in mezzo alla natura in qualche modo aiuta sempre.
Ovviamente, da camminatrice esperta quale sono, non mi ero portata assolutamente nulla da mangiare, ma ecco che come per magia compare una deviazione con l’indicazione “Oasi del Pellegrino”. Lì trovo una signora sulla quarantina, snella, con i capelli grigi raccolti e una sigaretta in bocca, che mi invita a entrare. La sensazione è stata quella che mi stesse aspettando da sempre. Giuro di aver pensato che fosse una strega o qualcosa del genere, perché neanche il tempo di sedermi che in un attimo mi ritrovo davanti a un pranzo al sacco, “così lo porti con te e lo mangi all’ora di pranzo”, un caffè e una crostata per fare merenda.
Stregoneria.
Poi, mentre ascolto la sua storia, tutto inizia ad avere senso. La signora si chiama Angela e si trovava in quella cascina, in mezzo alla natura, in prossimità della via del cammino, perché aveva realizzato il sogno di suo papà: creare un punto di ristoro e di pernottamento per i pellegrini. Direi che ce l’ha fatta alla grande.
Saluto Angela e riparto. Attorno a me il vuoto. Non c’è letteralmente nessuno, la ragazza dell’inizio è sparita all’orizzonte e io sono sola con i miei pensieri. A un certo punto, uscendo da una via, una seconda apparizione fantastica: una signora anziana con la vestaglia e le classiche ciabatte aperte un po’ alte, quelle indistruttibili da nonna. La saluto con un bel buongiorno, lei mi risponde, capisco che è ucraina e che non spiaccica una parola di italiano. E così ci avviamo lungo la strada, camminando per un paio di chilometri insieme e parlando ininterrottamente. Io le racconto la mia vita, lei mi racconta la sua, con il piccolo dettaglio che io non ho idea di che cosa mi abbia detto perché non conosco l’ucraino. Ma comunque è stata una conversazione profonda, basata sulla fiducia reciproca e sul linguaggio dei gesti. Poi, solo alla fine del suo percorso, capisco il motivo della sua passeggiata in vestaglia: stava andando a buttare la spazzatura nei cassonetti… a due chilometri da casa sua. Faceva davvero caldo quel giorno, ma quell’arzilla signora aveva completato la sua missione. Ora toccava a me completare la mia. E così, salutata la mia compagna di spazzatura, arrivo quasi subito a Cavaglià.
Cavaglià non è ancora la meta finale della prima tappa, ma l’istinto mi dice che serve una sosta e la pancia mi dice che è ora di pranzo. Ed è proprio lei, la pancia, a guidarmi verso un cortile stupendo. Mi accomodo su una panchina all’ombra di un… faggio? Non saprei, ma faceva troppo caldo per capirlo (quella del caldo la userò saggiamente come scusa ufficiale per tutte le mie lacune lungo il cammino). Lì trovo anche un info point gestito da una coppia: marito e moglie che, dopo aver percorso la Via Francigena, hanno deciso di mettersi al servizio dei pellegrini facendo accoglienza. Tra un caffè offerto, un fico a km 0 e qualche pagina del libro che mi ha scelta come fece la bacchetta di Harry Potter con il mago, il tempo vola. Marcello (il marito) mi fa un regalo speciale: una spilletta fatta a mano raffigurante il cappello di un elfo. “Stai attenta nei boschi dopo Cavaglià, se incontri un elfo potrebbe chiedertela e dovrai dargliela… Oppure te la tieni tu”. Lascio il paese con la mia spilletta da elfo ben salda e mi addentro nel bosco.

Terminato il tratto nel bosco, vedo un’indicazione per le rovine di un antico castello e mi dico: “Perché no?”. Spoiler… no. Mi ritrovo immersa fino al collo nelle sterpaglie. Erba alta, ragnatele giganti e insetti non identificati che mi usano come passerella. Le rovine si rivelano essere letteralmente quattro sassi abbandonati. Per fortuna ci metto poco a tornare sulla retta via e, pochi chilometri dopo, mi ritrovo al castello di Roppolo (questo però è tutto intero), ed è qui che la fatica scompare. Il panorama offre una vista meravigliosa sul lago di Viverone. E davanti al bello, anche con il cuore stropicciato, un sorriso mi si stampa in faccia in automatico… oltre al fatto che riuscivo a vedere l’arrivo.
Ed eccomi alla Casa del Movimento Lento. Qui conosco le mie prime compagne di stanza, Laura delle patch sullo zaino e Oriana di Padova. Oriana è una donna sulla cinquantina, minuta, con le gambe sottili e un’energia contagiosa. Sorridente, vivace, una chiacchierona nata. Mi racconta che questo è il suo primo cammino in solitaria. La ascolto e la osservo: è la fine della prima tappa ed è già visibilmente distrutta dalla fatica. Avrei capito solo più avanti che Oriana nascondeva un segreto: ogni volta che era sul punto di crollare, si fermava al primo bar, si sedeva e si scolava una Schweppes.
Sapevi che ci sono tanti cammini che portano ad Oropa? Abbiamo scritto un articolo qui.
***
La Tenuta Variselle è un posto elegante, di quelli da ricevimento nuziale. L’esterno, con i tavoli deliziosamente apparecchiati, ha una vista meravigliosa su Roppolo e sul Lago di Viverone. Quella sera non c’era quasi nessuno a cena, solo una musica soft a fare da sottofondo e un bellissimo tramonto a romanticizzare il tutto.
L’atmosfera rilassante, però, dura ben poco. A tre tavoli di distanza c’è Irene, un’altra camminatrice solitaria. Nel giro di cinque minuti, a rovinare la tranquillità della tenuta ci abbiamo pensato proprio noi: iniziamo a urlarci da un tavolo all’altro con il tono di voce di due muratori bergamaschi su un ponteggio. La conversazione è iniziata più o meno così:
“Anche tu Oropa?” mi chiede.
“Sì, ma speravo facesse meno caldo!”
“Idem. Comunque per me è la prima volta da sola. Avevo proprio voglia di fare un po’ di strada per conto mio.”
“Hai fatto benissimo!” le dico. “Camminare da sole è la cosa migliore. Decidi tu il passo, decidi tu quando fermarti e soprattutto non devi fare conversazione con nessuno…”
“…a parte urlare da un tavolo all’altro nei ristoranti eleganti!” conclude lei.
Ci mettiamo a ridere, mentre gli altri tavoli si godono lo spettacolo della nostra conversazione a distanza. E così, fra una risata e l’altra, finiamo la cena e ordiniamo un amaro per chiudere, ma questa volta condividendo lo stesso tavolo.
Poi ci salutiamo e ci avviamo, ognuna per la propria strada.
Tappa 02: Roppolo – Sala Biellese
La mia amica Anna ha una mente scientifica e il risveglio di questo secondo giorno me lo avrebbe descritto più o meno così: “Ma è ovvio, è tutta biochimica! Dopo i traumi l’amigdala è attivata a palla e la mattina il corpo viene inondato da ormoni dello stress che alzano i livelli di cortisolo. Piazzaci dentro pure l’adrenalina e vedi che risveglio traumatico!” Ecco. Io invece l’avevo riassunta in un modo un po’ più pratico: uno schifo. Di quelli dove ti svegli, guardi il soffitto e ti chiedi per quale assurda ragione tu debba pure metterti a camminare invece di rimanere a vegetare nel letto. Ci ho messo un po’ prima di riconnettermi con il mondo. Intanto pensavo al libro che stavo leggendo: la protagonista decide di tornare indietro nel tempo per parlare con il suo ex. E fin qui ci sta, voglio dire, chi è che non userebbe una sedia al bar come macchina del tempo per sistemare qualche disastro sentimentale? La cosa geniale, però, è che aveva a disposizione solo il tempo di un caffè. Una volta finito, si torna dritti al presente.
Il tempo. Penso. In momenti così ti accorgi di quanto possa essere un alleato strano. Spesso lo viviamo come una gabbia, ma a volte quel vincolo è proprio ciò che ti salva, perché ti impone una struttura mentre dentro hai il caos. E i cammini, in fondo, funzionano allo stesso modo. Non puoi fermarti al bar del passato a bere caffè infiniti con i tuoi fantasmi e io non potevo passare la mattinata sdraiata su quel letto. Alle 9:30 c’era la colazione, la stanza andava liberata e ad aspettarmi a fine giornata c’era la mia roulotte al campeggio di Sala Biellese.
Così mi sono fatta forza e mi sono messa in marcia.
Tempo pochi chilometri e la testa ha iniziato ad alleggerirsi. Merito del panorama, certo, ma soprattutto di un immenso campo di kiwi. Proprio così, un campo di kiwi. Ora, non so voi, ma io ero fermamente convinta che i kiwi crescessero direttamente al supermercato. Ma d’altronde credo ancora con tutta me stessa che i bambini vengano portati dalle cicogne, quindi capite bene il livello.

Dopo il doveroso book fotografico alle piante, mi sono addentrata da sola nel bosco. Risultato? Più di due ore di immersione solitaria nella natura trasformate nel festival del rimuginamento. E siccome al peggio non c’è mai fine, è arrivata pure la pioggia: una nuvoletta posizionata con precisione millimetrica sopra la mia testa. Sono tuttora convinta che mi stesse inseguendo apposta.
Per fortuna è durata poco. Passato il monastero di Bose, sono arrivata a Magnano, tappa intermedia perfetta per spararmi un caffè, tirare un sospiro di sollievo e leggere qualche pagina.
Poi di nuovo boschi, ma stavolta la solitudine è durata poco. Ho condiviso un pezzo di strada prima con Oriana e poi con Laura, ed è bastato parlare un po’ per spegnere i soliti loop mentali. Insieme siamo arrivate a Torrazzo e ci siamo concesse una pausa con un caffè freddo, una cola ghiacciata e una Schweppes per Oriana. Lì, però, la situazione mi è sfuggita di mano: ho visto arrivare, sedersi e ripartire intere generazioni di pellegrini, mentre io facevo prendere alla sedia la forma esatta del mio sedere. Sarò rimasta piantata lì un’ora e mezza prima di dirmi: “Boh, forse è il caso di muovere il culo”. Ma si trattava di fare l’ultimo sforzo, poi sarei arrivata al campeggio.
Quella sera ci siamo ritrovati in una tavolata da sette a ridere e scherzare sui grandi classici del trekking:
Le vesciche: materia dominata da Laura, che a quanto pare era pronta per operare qualsiasi camminatore ne avesse necessità.
Distanze e dislivelli: menzione speciale a Oriana che si era studiata la mappa nei minimi dettagli e che continuava a ripeterci quanto fosse distrutta (per poi dimostrarsi la più tenace di tutti).
Ginocchia distrutte: perché si sa, c’è sempre qualcuno con le ginocchia a pezzi… e se non c’è, quel qualcuno sei tu.
Zecche: fobia collettiva divisa tra chi le estrae serenamente e chi vive nel terrore.
Tappa 03: Sala Biellese – Graglia
Il risveglio al campeggio è stato perfetto. Temperatura perfetta, il bosco silenzioso e un delizioso chioschetto in legno per fare colazione. Infine, delle simpatiche api che avevano deciso di fare colazione con il mio panino alla marmellata. Intanto, in sottofondo, passava “Follow the Sun”, la canzone perfetta per trasmettermi quel sottile senso di nostalgia e ricordarmi amaramente che, se fuori era tutto perfetto, nella mia testa lo era un po’ meno.
Prima di ripartire ho salutato i ragazzi del campeggio, la roulotte, le api e poi mi sono avviata, facendo da chiudifila.
È strano, perché di solito negli altri cammini, soprattutto i primi, cercavo sempre di partire all’alba con la smania di arrivare alla fine. Come se sotto sotto non fossi sicura di farcela. Non ero del tutto consapevole delle mie capacità fisiche e mentali e poi avevo quel filo di ansia di arrivare tardi o di essere l’ultima.
Questa volta no. Sapendo che le tappe erano umane e conoscendomi decisamente meglio, ho imparato ad accettare i miei tempi, i miei limiti e le mie forze. Oggi sono partita per ultima, con la calma di chi non deve dimostrare niente a nessuno. E dopotutto, credo che questa storia del passo valga un po’ per tutto. Nelle relazioni, nel lavoro, nella vita in generale. Quanta ansia ci viene a voler correre a tutti i costi? Quanta paura abbiamo di essere in ritardo, di non essere abbastanza veloci, perfetti? Imparare a conoscersi davvero significa anche questo: capire qual è il proprio ritmo e avere il coraggio di rispettarlo. Capire cosa è giusto per noi, senza l’angoscia di dover arrivare primi o il terrore di essere gli ultimi della fila. Non è una gara, ma il tentativo di non arrivare con il fiato corto a destini che nemmeno ci appartengono.
La prima parte del percorso è tutta immersa nel bosco e meno male, perché il sole picchiava di brutto.
Intorno c’era solo un gran silenzio.
E poi Donato, che non è un signore bensì l’unico vero paese prima della meta finale. A Donato mi sono fiondata nel primo bar lungo il percorso, dove ho ritrovato gli altri camminatori, la maggior parte sciolti sulle sedie per via del caldo… e Oriana con la sua amata Schweppes.
Il bar era il classico ritrovo di paese, popolato dai vecchietti locali che si godevano la vita tra un Gratta e Vinci, una sigaretta e un bicchiere di vino già prima di pranzo. Anche se non li frequento abitualmente, questi posti mi risultano sempre estremamente familiari. Avete presente, no? Sono uguali ovunque tu vada: le stesse sedie rosse di plastica, gli stessi odori, le stesse proposte al bancone e persino gli stessi bicchieri. Una certezza anche nel mezzo del nulla.
Lasciato il bar e tornata sui miei passi, ho trovato una panchina immersa nel silenzio del bosco, dove a un certo punto ho deciso di sdraiarmi, al fresco degli alberi, andando avanti a leggere il mio libro. Ci mancava davvero poco e sarei crollata in un sonno profondo. Mi sono detta che svegliarsi in piena notte in mezzo al bosco insieme ai cinghiali non era proprio una strategia intelligente.
E finalmente sono arrivata al santuario di Graglia.
Mi rendo conto che un posto del genere può dividere. Per qualcuno può risultare un tantino inquietante, per altri, invece, un’esperienza religiosa. Lo ammetto, all’inizio un brivido è venuto pure a me, soprattutto quando, cercando di raggiungere la mia stanza, mi sono ritrovata circondata dagli sguardi delle Madonne dipinte sui quadri nel lungo corridoio. Ma ci ho messo poco ad ambientarmi. La mia stanza affacciava su un bellissimo cortile e poi la vista panoramica dalla balconata… sono rimasta veramente senza parole.
Non so come descrivere questa nuova esperienza, ma è un po’ come quando sei in gita scolastica da grande: una gita d’altri tempi, dove ti muovi tra i lunghi corridoi e le decine di stanze, con la libertà di esplorare ogni angolo. Puoi perderti nel cortile, cercare il tuo angolo di silenzio o ritrovarti a cena tutti insieme come se fossimo parte dello stesso viaggio. Un’atmosfera leggera, libera e inaspettatamente bella.

Tappa 04: Graglia – Oropa
Ormai l’ho capito: la mia compagna di viaggio più fidata su questo cammino è Laura. È stata la prima persona che ho incrociato all’inizio di questa avventura e, coincidenza vuole, ha praticamente il mio stesso passo e fa le mie stesse identiche tappe.
Laura ha capelli lunghi e grigi lasciati al naturale ed è un’anima profondamente solitaria. Mi ha persino esplicitato senza troppi giri di parole la sua necessità di stare un po’ da sola durante il cammino. E io, da persona empatica quale sono, le sono stata costantemente in mezzo ai piedi. Ma sotto sotto credo che non le sia dispiaciuto poi così tanto.
Nella vita fa l’insegnante di sostegno all’asilo e ho la forte impressione che ogni tanto tenda a paragonarmi ai suoi bambini. Non la biasimo, dato che ogni tanto me ne esco con delle osservazioni discutibilmente adulte. Oggi, per dire, siamo passate sopra il fiume Elvo e mi sono fatta spiegare come funzioni la questione della ricerca dell’oro. A parte che sul fiume Elvo c’è gente che va davvero a cercare l’oro (e già la cosa mi ha lasciata abbastanza interdetta), ma il momento massimo è arrivato quando sono rimasta sconvolta nello scoprire che non usano le piccozze come i sette nani. Niente picconi e niente canzoncine tutti in fila… lo raccolgono semplicemente dall’acqua usando dei piatti. Quando ho espresso tutto il mio stupore, Laura è scoppiata a ridere.
E così proseguo. Un po’ in compagnia e un po’ da sola. Più sola che in compagnia: in questi giorni, a quanto pare, non c’è moltissima gente sul cammino. Poi, mentre pranzo con il classico rituale del panino sotto l’albero all’ombra, penso che a casa non ci voglio proprio tornare. Qui c’è la pace. C’è la natura che ti circonda, ci sono persone gentili che ti offrono ospitalità con un sorriso e poi quel venticello perfetto che ti fa venire solo voglia di sdraiarti, chiudere gli occhi e non muoverti mai più.
Mi riaddentro nel bosco ed ecco la sorpresa… in mezzo agli alberi spunta un cerbiatto. O almeno, credo fosse un cerbiatto. Faceva troppo caldo per capirlo.

Il resto della giornata scorre praticamente tutto in solitaria, un loop infinito di bosco, asfalto e caldo, bosco, asfalto e caldo. La fatica inizia a farsi sentire e poi, quasi senza accorgermene, arrivo.
***
Oggi ho avuto la conferma che le esperienze nei santuari mi piacciono.
Anche se solo per poco, in quei momenti mi sono sentita finalmente tranquilla. Un po’ per la bellezza del posto e un po’ per il silenzio. E poi gli interni. Confesso che le chiese a livello artistico mi sono sempre piaciute e ogni volta che ne vedo una ci entro. Ma credo che sia una sorta di deformazione familiare. Tutta colpa di mamma. Mi sono sentita un po’ come una sorta di custode del Santuario. Dall’alto della finestra della mia stanza mi ritrovo a osservare chi passa sotto: camminatori che ripartono, quelli che arrivano provati dalla salita, la gente di passaggio. Io invece sono qui, pernotto dentro il santuario e posso godermi tutto con estrema calma. Posso andare in giro a perlustrare, bermi qualcosa al bar o semplicemente rilassarmi a leggere il mio libro su qualche scalinata. Ah, tutto questo rigorosamente in ciabatte.
Quindi mi fermo un secondo. Mi siedo su una panchina. Davanti a me la basilica nuova, con la sua cupola a farmi da sfondo, e il libro chiuso appoggiato sulle gambe.

Questi giorni dovevano essere solo un piccolo viaggio sull’onda della mia passione per i cammini. Ma questa volta portavo con me il rumore di una frattura recente. Si è trasformato così in qualcosa di diverso, costringendomi ad attraversare i chilometri con un peso inaspettato nel cuore. Oggi il peso c’è ancora, però, per quanto tutto possa sembrare un po’ una merda in questo momento, da ogni cammino finisci sempre per portarti a casa qualcosa, fosse anche solo la prova che, bene o male, le gambe continuano ad andare avanti. Un cammino nato storto, attraversato con un velo di malinconia, ma portato a termine a testa alta… e con il sorriso amaro di chi sa che la vita ha un senso dell’umorismo discutibile.
Ma poi eccola… Oriana che spunta dal cancello del Santuario! Con lo zaino più grande di lei, provata dalla fatica, ma con il sorriso più luminoso del mondo. È stata incredibilmente coraggiosa a partire in solitaria, alla sua età, per il primo cammino, senza esperienza e con tutti i dubbi che la tormentavano fin dalla partenza. Quando l’ho vista sbucare, l’ho raggiunta subito e abbiamo esultato come se avessimo vinto alla lotteria. Con il suo ritmo, passo dopo passo, lattina dopo lattina di Schweppes (vi assicuro che in quattro giorni gliene avrò viste bere almeno dieci)… ce l’aveva fatta. Lei non lo sa, ma la sua presenza mi è stata di supporto proprio nel momento di più profondo sconforto di tutto il cammino.
Sono le nove di sera. Entro nella Chiesa Antica per il concerto d’organo di Sebastiano Domina. E sulle note di Bach, Boëllmann, Mozart e Mulet si conclude ufficialmente il mio Cammino di Oropa.
***
Ah, quasi dimenticavo di citare l’unico vero ultimo traguardo supremo… la polenta concia. Quella che aspettavo con ansia praticamente dalla partenza a Santhià, con l’hype alimentato dalle descrizioni dei ragazzi piemontesi incrociati lungo la strada. Perché va bene la crescita personale e le riflessioni esistenziali, ma la polenta… Le aspettative non sono state tradite e alla fine l’ho capito: gli amori finiscono, le gambe prima o poi smettono di far male, ma la polenta concia a Oropa rimarrà una certezza della vita. Anche ad agosto.

